Mese: Dicembre 2012

Tra fiume e mare: l’insondabile mistero della vita

di Vincenzo Giarritiello

Almeno una volta nella vita di ognuno di noi si presenta un momento in cui percepiamo distintamente la futilità della vita; la relatività che la contraddistingue determinata dall’eterno conflitto vita/morte.

Tale situazione ci impone di mettere in discussione le nostre credenze esistenziali, i valori su cui poggia il nostro vivere quotidiano.

In quegli attimi dove un insolito senso di vacuità si abbatte improvvisamente sulle nostre spalle come un macigno facendoci sentire dei novelli Atlantide, ci guardiamo disperatamente intorno alla ricerca di qualcuno o qualcosa che riempia con la propria materiale presenza quell’incolmabile senso di vuoto che ci assale facendoci sentire delle nullità.

In quegli attimi volgiamo insistentemente lo sguardo intorno per trovare un valido appiglio, un sostegno reale che giustifichi il nostro esistere.

Eppure, quando gli occhi si poggiano sui resti incartapecoriti di un nostro caro appena riesumato, come è stato per me ieri presenziando alla disseppellimento di papà; quando la vista indugia, pur contro la sua stessa volontà, su quella sagoma di carne e ossa cartonate tenuta su per le punta delle dita dalle mani dei becchini per ripulirla con alcol e naftalina, prima di infilarla in un lenzuolo pulito e depositarla in una nicchia in cui riposerà per sempre; osservando quei poveri resti non puoi fare a meno di non pensare che un giorno anche tu diventerai così, chiedendoti che senso ha tanto affannarsi nella vita se poi alla fine ti ridurrai in una sagoma di cartone, nutrimento prediletto di vermi e animali.,

È in quei momenti in cui sei preda di un incolmabile senso di vuoto che capisci quanto valore abbia il credo religioso, qualunque esso sia!

In quei momenti in cui ti ritrovi faccia a faccia con la morte, valuti che effettivamente il corpo non è altro che un involucro condannato a dissolversi nel nulla allorché, sopraggiunta la morte, si svuota di quella potente, ignota energia che lo personalizza al pari di un attore protagonista al cinema o a teatro.

È allora che inizi a chiederti se in fondo, in questa vita, ognuno di noi non sia altro che un semplice attore il quale ricopre un ruolo determinato in una recita di difficile interpretazione di cui non se ne conosce né l’autore né il regista.

Eppure, quei resti vuoti, agitati come un vestito dalle mani del becchino, dicono molte più cose sulla vita di quante ne abbiano immaginate, raccontate e scritte nella lunga storia dell’umanità filosofi, scrittori e poeti.

Quei resti dicono che l’uomo è molto più di un semplice impasto di carne e ossa; essi dicono che l’uomo è prima di tutto energia di una forza incomparabile, derivante da una fonte sconosciuta annidata nelle remote vastità dell’universo, la quale, come l’acqua scaturente alla sorgente originando un fiume, si riversa attraverso le menti degli individui fungenti da canali, e inizia a fluire verso la propria foce sotto forma di pensieri che danno nutrimento, forma e vita a quei resti impastati da invisibile mano, conducendoli, sotto vari aspetti, fino al culmine esistenziale rappresentato appunto dalla morte, per fondersi con l’oceano universale tornando a disperdersi nell’eternità; spogliandosi dei costumi ormai logori, lasciando che si depositino sul fondale, mentre essa si eleva al cielo.

In tal senso professarsi atei non serve a nulla perché, seppure non si creda in Dio, non può non né credersi nella forza del pensiero né in quella della vita.

Da dove tali forze derivino, nessuno lo sa.

Di certo quei resti in fasi di consunzione dicono che l’uomo è molto più di carne e ossa, si creda o no!

NC Tra fiume e mare

V per Vendetta. Leggere Moore attraverso Deleuze (3)

di Alessandra D’Ambrosio

Chi sia realmente V non lo si scoprirà mai, o meglio: non ci verrà mai detto il suo nome ma, nonostante questo e nonostante il fatto che il suo viso sarà sempre coperto da una maschera, chiamarlo sconosciuto ci risulterà decisamente difficile.

Conosciamo solo due cose: il riferimento della maschera che indossa ed il suo obiettivo: vale a dire a Guy Fawks, celebre personaggio storico londinese del 1600, protagonista della rivolta inglese contro il potere del sovrano Giacomo I, ed il suo progetto di uccidere tutti coloro che parteciparono a quello che fu lo scempio di Lark Hill e, contemporaneamente, rovesciare il sistema attraverso azioni sovversive e decisamente violente.

Il tratto più particolare di questo personaggio è che, nonostante tutto, lo si può descrivere come un eroe: nonostante il fatto che questa figura si avvicini moltissimo a quello che è il classico terrorista che compie attacchi al regime con metodi sanguinari e crudeli, contemplando brutali omicidi di esponenti del potere e la distruzione di monumenti-simbolo di Londra. Nonostante tutto questo, V diventa un vessillo sotto il quale il popolo (quello di Moore e quello “reale”) conduce battaglie sociali e politiche. Ma, prima di continuare il discorso sull’obiettivo di V, è bene tornare al primo punto: la maschera.

Di solito si indossa una maschera per non farsi riconoscere: è questa la sua funzione, è questo il suo territorio. Ma V stravolge anche la più elementare delle idee: quella maschera diventa il suo viso, attraverso quella maschera diventa riconoscibile, paradossalmente. Ed ecco che avviene la più strana delle deterritorializzazioni: solo quando egli ha il viso coperto può essere riconosciuto.

Questo riconoscimento non avviene solo a livello privato (nei momenti in cui V ed Evey sono da soli), ma anche e soprattutto da un punto di vista politico: la viseità acquista, nello specifico, un importante ruolo in certe semiotiche del potere, poiché è attraverso questo viso deterritorializzato e poi riterritorializzato che il popolo riconosce un agire comune, un obiettivo, un desiderio che si contrappone alla stratificazione del corpo organico del regime. Attraverso il viso di V, dunque, si concretizza il disfacimento del viso inteso come vertice della stratificazione del corpo organizzato.

«Il viso è un’organizzazione potente. Si può dire che il viso capti nel suo rettangolo o nel suo cerchio un insieme di tratti, tratti di viseità che poi sussume e mette al servizio della significanza e della soggettivazione»[1].

Si parte quindi dalla funzione e costituzione del viso come raccolta di tratti strutturali in modo significante e soggettivante per giungere così a vie di fuga attive e ricche di nuovi significati, essenziali per poter ottenere un comune CsO.

Sono dunque questi i motivi per cui tanta importanza è attribuita alla maschera di Guy Fawks: rappresenta un’idea più che una persona, la sua viseità non si riduce ad un Unheimlich, ad un’identificazione esclusivamente con il Potere, ma rientra perfettamente nel concetto di idea. Ciò che trasmette non è una sensazione, non incute paura né trasmette gioia: è il latente desiderio che serpeggia in ciascuno, invitandolo a riemergere.

V, però, non è una semplice maschera attraverso la quale cerca di nascondersi, piuttosto è la collettività, è tutti e ciascuno, è la sintesi perfetta di quel senso comune di giustizia che alimenta la stragrande maggioranza delle persone: V agisce seguendo contemporaneamente una strada soggettiva e del tutto personale caratterizzata dalla vendetta, e poi una strada comune, quasi oggettiva, la cui direzione è caratterizzata da azioni che hanno un effetto virtuoso sul popolo.

Le azioni di V, come detto precedentemente, possono essere tranquillamente associate a gesta terroristiche che sottintendono la rottura del patto sociale; esso, però, in determinati contesti esige la propria disgregazione in modo da ridefinire le condizioni che  lo caratterizzano.

Molto labile e sottile è, inoltre, il confine tra queste due facce della stessa medaglia: ed è proprio per questo che V non può essere e non è un modello da seguire alla lettera, ma si eleva a ruolo simbolico, a metafora (anche se decisamente poco retorica) che crea nuovi simboli distruggendone altri.

Sono proprio questi simboli eccezionali a fare da detonatore per il risveglio sociale o il cambiamento significativo: questo modo di vedere le cose si contrappone drasticamente a chi tenta di mortificare ogni gesto come ideale e simbolico, tentando invece di instillare la vita in un simbolo ed in un’idea.

Essendo V l’incarnazione di ogni pensiero di reazione al Regime che scuote le menti ed i cuori del popolo, viene così a crearsi un intimo rapporto di solidarietà e passione tra loro. Non si tratta però di un normale rapporto tra individui: è un rincorrersi di singolarità, di punti culminanti e di svolta, un tutt’uno, la molteplicità soggettivata e non come aggettivo. Si compie in tal modo, nelle immagini, una riflessione profonda sul tema dell’identità, vero snodo dell’oggi.

L’ incontro genera un accrescimento di potenza nel popolo, possiamo chiamarla “gioia etica”, sancisce la riappropriazione dell’essere da parte degli uomini. Essa fa in modo che tale potenza del corpo e della mente sostenga un incremento di essere nella costituzione del mondo. Le gioie etiche «non si definiscono più secondo l’aumento della nostra perfezione o potenza d’agire, ma per il pieno possesso formale di questa potenza o perfezione. A   queste gioie attive si deve riservare il nome di beatitudini».[2]

Per Spinoza la beatitudine è lo stato in cui gli uomini partecipano direttamente della potenza di Dio che si mostra in loro come gioia eterna dell’esistenza. Proiettando tale concetto su ciò di cui stiamo parlando e, più in generale, sul campo politico, potremmo dire che una simile possibilità è rappresentata da ciò cui il popolo di Moore aspira: la democrazia come forma assoluta dello Stato e del governo.

Ed è proprio in virtù di tale visione che potremmo definire deleuzianamente nomadi i cittadini che compiono questa lotta (e tutti quelli che l’hanno già vinta): il nomos nomade stabilisce una relazione di potenza tra gli enti e l’essere e di uguaglianza degli enti tra loro.

Tale uguaglianza è perfettamente esplicata dal concetto di «diritto naturale» secondo cui, dal punto di vista della potenza, poiché ognuno cerca di far fade al proprio essere, esso sarà uguale a tutti gli altri.

Nella Londra di Moore si potrebbe affermare che i cittadini hanno rinunciato al loro diritto di natura per far fede ad un contratto che aliena la loro potenza d’agire verso il dittatore (richiamando dunque la visione di Hobbes); con l’entrata in scena di V, invece, ciò tende a modificarsi (e ad orientarsi verso una visione spinoziana della cosa), riconquistando e cercando poi di mantenere il proprio diritto naturale anche nello stato civile. Ecco come il discorso si ricollega direttamente alle affermazioni di Deleuze per cui:

«In Spinoza, così come in Hobbes, il sovrano è definito dal suo diritto naturale, uguale alla sua potenza, ossia uguale a tutti i diritti di cui sono privati i contraenti. Ma il sovrano non è, come in Hobbes, un terzo a beneficio del quale si stipula il contratto dei singoli. Il sovrano è il tutto; il contratto si stipula sì fra individui, ma fra individui che trasferiscono i loro diritti al tutto che formano attraverso il contratto».[3]

Ma in che modo il regime di Adam Susan riesce a soggiogare il popolo?

Con la violenza, diremmo istintivamente. Ma in realtà non è solo questa la strada, che ha però di certo un rapporto tutto da meditare con la violenza.

Deleuze ci parla di parole d’ordine, informazioni che circolano e, in quanto tali, devono essere solo assimilate e somatizzate, risultando poi come sapere comune, come un è così. Non è dunque la violenza l’unico metodo attraverso cui si compie «l’intollerabile del mondo»[4].

Il regime di Susan tutto questo lo sa bene: non v’è infatti solo un efferato esercito (il Dito e le milizie), ma anche e soprattutto il “Fato”, la voce che di giorno in giorno striscia tra il popolo, insinuandosi e facendo attecchire le proprie verità -forse proprio quel mondo delle immagini in movimento che confeziona la cultura comune dell’oggi.

E a dare altrettanta importanza all’informazione e all’uso delinquenziale che ne si fa è lo stesso V: utilizzando lo stesso metodo egli cerca di illuminare quanti ancora vivono nel buio.


[1]              Gilles Deleuze, Félix Guattari, Millepiani, op. cit., p. 286.

[2]              Gilles Deleuze, Spinoza Filosofia pratica, op. cit., p. 62.

[3]              Gilles Deleuze, Spinoza e il problema dell’espressione, Quodlibet, 1999, pp. 208-209.

[4]              Francesco Lesce, Un’ontologia materialista. Gilles Deleuze e il XXI Secolo, Mimesis, Milano, 2004, p. 124.


NC Dambrosio VperVendetta3