Mese: Agosto 2015

Orrore

di C. Gily, Editoriale

A ricominciare l’anno, perché per molti ciò accade dopo la frattura delle vacanze estive, si spera sempre nel meglio, si fanno progetti. Cominciammo il 2015 con Charlie Hebdo, oggi quasi dimenticato (ne parleremo nel n.17 in GFI, con la polemica dell’ultimo numero di “Paradoxa”): si ricomincia con i termini schiavo-schiava, il primo riferito alle condizioni degli immigrati nei campi profughi, il secondo al progetto tanto caro all’ISIS di mettere fine a questa benedetta questione femminile. L’unica parola che viene in mente è questo titolo: Orrore. Dalì lo raffigura graficamente, vedi l’articolo su di lui in NRC.
Vivere davvero il ricorso vichiano? Certo, appena si sa di Giambattista Vico, i suoi “corsi e ricorsi storici” mito storico dell’eterno ritorno dei bestioni, da lui formulato partendo dagli studi di storia – si teme di poter vedere il tornare della barbarie. Ma poi in fondo nessuno pensa che accada, come la propria morte. E quando si vedono teste tagliate, immigrati morti e moribondi, la volontaria distruzione di antichità con taglio di teste, con dichiarato scopo di terrore: si rimane basiti, troppo inerti, come se mai si fosse detta la necessità che c’è sempre di difendere la civiltà (cfr. l’editoriale del n.1 di quest’anno, tolleranza – una buona parola). Come tutti i diritti, quello alla civilizzazione si afferma con le battaglie, verbali e giuridiche ma anche forti e decise. Alle bombardate di notizie rispondono invece moti al rallenty, come al cinema, e striduli urletti.
Certo, c’è di buono che l’Italia ricomincia a parlare di politica estera, ed è un sollievo; se la linea d’azione non è chiara, muoversi è il necessario inizio. Papa Francesco ricorda nell’Enciclica di Pentecoste che “non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi” epocale generata dal mondo nuovo, solo la cultura e l’azione di “un essere umano nuovo” che nascerà da una cultura ecologica integrale saprà con sicurezza stabilire i fini e gli equilibri.  Per costruire in muraglia la cultura europea, indebolita negli anni da filosofie del nichilismo e di ogni tipo di debolezza, occorre una nuova unità della cultura.
Può giovare persino il ritorno alla tradizione romantica di sognare il sole e le religioni dell’Oriente – a patto che come i Romantici si abbia fede nella propria cultura del dialogo e della legge; il pericolo di essere inermi di fronte ai barbari non si evita convertendosi e rispondendo al fuoco. Bisogna perfezionare le armi europee, non rinnegarle: quel che disse Wolf a suo tempo ad Oriana Fallaci.
Perciò dal canto nostro ci occuperemo di Collingwood e della sua battaglia contro la barbarie nazista, dai toni purtroppo attuali; e della filosofia, italiana e non, che affrontò lo stesso tema (GFI). Nel campo dell’arte e dell’attualità, continueremo dal prossimo numero i nostri discorsi sull’educazione alla bellezza, cui davvero si dovrebbero invitare gli UominiNeri degli schiavisti targati ISIS. Come ci occuperemo di pensiero arabo e musulmano, per capirci meglio con tutti quelli che sono solo arabi o musulmani, ma né barbari né assassini, per discutere di letteratura, storia, civiltà soprattutto, ma anche di quotidianità. Nel prossimo numero ci sarà anche la memoria promessa nel n.1 di quest’anno sulla Tavola di Discussione Italo Araba lanciata a suo tempo da Wolf e finita presto per il completo disinteresse della politica, cui si rivolgeva.
Continuano su questo numero gli scritti sulla fede filosofica in Jaspers, su Giovanni Fattori, sulle cattedrali di pietra, su Victor Hugo esoterico, su Baudelaire… letterature d’incanto su cui tornare in tempi d’orrore. Baudelaire, Simmel, Benjamin… un dibattito giustamente europeo.
Baudelaire scrive la figura del poeta che soffre la modernità comparsa già nelle prime fotografie, che portano nel mondo del Logos l’Esperienza Visiva – il pensiero visuale che nel 900 definirà Rudolf Arnheim, il Visual Thinking, una modalità di scrittura. Le foto fanno capire per la prima volta all’uomo comune l’importanza della cornice. Vale a dire l’invito di ogni pittore di guardare la luna e non il dito, quel che si vuol dire e non l’oggetto raffigurato nel quadro: con tutto lo sconvolgimento del mondo dei pittori e delle opere che ne conseguì.
Baudelaire rimproverava la cecità dei pittori contemporanei stile Ingres, ma intanto già Turner stava vivendo e soffrendo la sua seconda ed ultima fase preimpressionista, che non incontrò il gusto dei londinesi e portò Ruskin a scrivere una infuocata lettera al Times in difesa del vecchio pittore che aveva saputo dipingere lo sguardo presbite che guarda lontano.
Baudelaire, artista, esperto di tecniche d’arte (il decoro è la messa a punto tecnica fondata sulla lingua dell’arte prescelta) porta alla nascente antropologia la coscienza dell’arte, dello sguardo del pubblico – l’intimità del gusto all’arte, indefinibile ma centrale nella definizione del messaggio, che comunica lo sguardo dell’oltrepassamento. È il segreto di quella profonda armonia tra individuo moderno e ambiente, rapporto interattivo fatto di ripetizione e continua modifica: e sono questi, i due elementi fondanti dell’idea di modernità e delle lingue dei media.
Altroché aere perennius! Immortalità ed eterno scompaiono in questa nuova arte, sensibile al proprio tempo tanto da chiedere la Perdita d’aureola, scherza Baudelaire e Benjamin dimostra. Una perdita, si capisce già nel raccontino omonimo che Wolf pubblica, che è manifesto senso di avversione per la desantificazione del poeta, costretto a drogarsi per sopravvivere.
È il primo segno dell’irrompere dell’arte del sacro dissacrante novecentesco, che persino nell’arte religiosa guadagna capolavori quasi solo nell’architettura. La sacralità quotidiana rifiuta la trascendenza, fotografa le barricate di Parigi, vede nei boulevards l’altare dove si consuma l’esser soli in pubblico mentre il mondo rotea (il turning world di Thomas Eliot).
La figura del nuovo mondo è l’intreccio del pubblico e del privato nel mentre esso accade: l’ironia profonda della modernità è l’attualità onnivora che fagocita i valori.

W editoriale 16-15 Orrore

Robin Williams un anno dopo

di C. Gily, Editoriale

Scrissi in una nota privata vent’anni fa, cioè nel 1995, “Robin Williams mi ha insegnato il coraggio e la follia. Un insieme di surrealismo e dada che dà forma ad un faro: e il riflettore ricostruisce il nesso”. Ero reduce dall’operazione al cuore, ritrovavo i miei problemi più difficili di prima, ci voleva coraggio. Uno strano caso (fare ordine tra i libri) l’11 agosto 2015 mi porta indietro – e in contemporanea la televisione ricorda l’anniversario del suicidio di Mork. Io trovavo Robin francamente eccessivo, guardavo le comedy perché piacevano in famiglia: eppure se poi lo giudicai un “amico” era perché persino in Miss Doubtfire riusciva ad avere l’occhio gentile e parlante: un vero protagonista per natura, che giustamente vinse l’Oscar come attore non protagonista perché la sua natura ironica lo poneva sempre coprotagonista, anche se poi della scena ricordavi solo lui. E certo pensavo a quei due ruoli che ancora oggi mi tornano in mente: Peter Pan e Parry, il barbone che conquistò il Graal. Certo, come tutti ho amato l’Attimo fuggente e altri suoi film – ma nei due suddetti ruoli l’eccesso giova al personaggio e ne rende indimenticabile il messaggio. Happy Thoughts, raccomandava Robin in Hook, è l’unica ricetta che serve, per poter volare: occorre ricordare la saggezza dell’infanzia – ma quando sei adulto ti viene in mente solo se sai vedere qualcuno in pericolo. Ed è sempre la mancanza di pensieri felici che aveva fatto impazzire il raffinato professore d’inglese de La leggenda del re pescatore; ridotto ad un barbone mentecatto perché uno squinternato aveva mandato in frantumi la bionda dolce testa della fidanzata; è senza rimedio sinché Jack Lucas non trova per lui nientemeno che il Graal. Solo l’amore genera capacità di orientarsi e voglia di annodare i fili, guida l’azione vincente, allontana la depressione. È l’essere-per-qualcuno/qualcosa, l’unico che conti. Il miracolo della presenza. Un’operazione grave, la difficoltà del solito mobbing sul lavoro, la famiglia distratta… a tutto questo mio vivere Robin Williams diede risposta, invitandomi a rinnovare l’amore – per la famiglia, i libri, i film o anche per il cane o per un progetto. Si dirà che il suggeritore non era Robin Williams ma il prodottoRobinWilliams, vale a dire sceneggiatore, regista, tecnico delle luci…: ed è certamente così: ma il brillio spiritoso dell’occhio era proprio il suo, ce l’aveva anche Mork; ora era solo ben misurato, era finalmente bello, e sapeva comunicare coraggio. Eppure, è un anno dal suicidio di Robin Williams: evidentemente aveva meditato, ma poi s’è dimenticato di amare. Mork non doveva chiedere risposta ad Orson; doveva rispondersi da solo che nella vita c’è un momento in cui bisogna solo amare – visto che per fortuna, amare vuol dire tante cose. Prima di tutto, vuol dire amare la vita.

W editoriale 15-15 Robin Williams un anno dopo