Giorno: 7 Ottobre 2016

Giuseppe Antonello Leone 1917-2016

di Franco Lista
G.A. Leone con P. Daverio
G.A. Leone con P. Daverio

“Saper dimenticare è una fortuna più che un’arte”. Questo lapidario aforisma di Baldasar Graciàn, filosofo e gesuita, va riferito soprattutto agli episodi spiacevoli e alle avventure negative che talvolta segnano la nostra piccola storia esistenziale. Per converso, c’è anche un saper ricordare relativo a vicende e circostanze assolutamente positive come quelle generate da un’autentica amicizia.

Amicizia, peraltro, è un termine il cui superficiale uso, per non dire abuso, ne ha fatto perdere lo spessore semantico, il suo autentico valore.

Parlo di amicizia riferendomi al maestro Giuseppe Antonello Leone, recentemente scomparso a quasi novantanove anni di una lunga vita di artista, dedicata principalmente alle arti visive, alla formazione artistica dei giovani e alla poesia.

Una perdita che segna un gran vuoto non solo nell’arte italiana.

La sua è stata una straordinaria vita di ricerca artistica, tanto incessante quanto intensa: dalle grandi tele, porte di bronzo, sculture, vetrate e ceramiche di una vasta e solida iconografia di arte sacra che attesta la collocazione del maestro nell’ambito della nostra più qualificata cultura artistica del Novecento, fino ai giocosi e ironici risultati trasformativi di scarti e rifiuti.

Ecco che carte, cartoni, stagnole, contenitori per le uova, involucri di polistirolo, bottiglie di plastica, scatolette di latta per alimenti, astucci dei medicinali, rotolini di cartone sono tramutati, trasformati, ossia risignificati, per adoperare la parola chiave di Leone. Sono il prodotto di una schilleriana libertà creativa, dove gioco e produzione sono la stessa cosa e danno luogo a uno straordinario e vario itinerario inventivo.

Una ricerca fatta di sottili divertimenti intellettuali o, anche, di deliberato infantilismo; un’esplorazione condotta con elegante humor e magica naturalità sotto la quale, a ben guardare, si rivela il dramma della vita degli oggetti, delle cose banali apparentemente inutili e inanimate alle quali non rivolgiamo attenzione perché siamo assuefatti alla loro vista per il continuo uso quotidiano. L’aspetto, imprevedibilmente metafisico e sottilmente allarmante, di un contenitore di plastica non sfugge a Leone che, come un poetico mastro Geppetto, dà vita all’inanimato e sviluppa un sorprendente percorso inventivo.

Per questo Philippe Daverio parla di Leone quale mago, ironico e sornione il cui studio è un laboratorio alchemico in eterno pulsare.

Quella che Leone definiva risignificazione è forse la sua tecnica d’invenzione favorita, inevitabilmente e piacevolmente polimaterica, che gli consentiva di dar nuova vita non solo ai rifiuti e agli scarti dell’uomo, ma anche alle “scorie” della natura. Ricordo la sua aria silenziosamente misteriosa nell’individuare repentinamente un ramo tortuoso che inglobava un curioso sasso o un quadrifoglio, l’unico forse in un gran prato; poi lo staccava offrendolo a chi lo seguiva.

La sua attenzione era rivolta soprattutto alle pietre nelle quali individuava qualcosa che gli altri non avvertono; lo faceva con un comportamento direi panteistico: nei greti dei fiumi, lungo i corsi d’acqua, dovunque la natura gli mostrasse l’anima, soprattutto nelle cose più minute, nei frammenti, nelle fessure e cavità dei sassi. Era attratto dalle forme, dalla struttura, dai modi d’origine delle pietre. Ricordo la sua intensa concentrazione sulla pavimentazione in marmi di vari colori del Palazzo reale di Napoli, dove era presente all’inaugurazione della sua mostra “Fantasmi di Napoli”. Guardava acutamente striature e macchie nelle partiture dei marmi, affascinato dalla ricchezza e imprevedibilità delle varie venature; ne individuava antropomorfismi e zoomorfismi e li indicava con la punta del bastone ai presenti. In quel momento, nel rendere esplicite quelle forme, l’atto immaginativo di Giuseppe Antonello Leone indicava il senso implicito del reale, così come acutamente è considerato nella psicologia fenomenologica della percezione di Jean-Paul Sartre.

Il suo interesse non si esauriva nella pur creativa ricerca di immagini ipnagogiche, era sicuramente una propensione, un’attenzione più complessa, come si è già osservato. Il maestro era davvero intento a percepire quel qualcosa di non-materiale che la materia possiede, quel principio vitale che è in tutte le cose. Il suo pensiero era alimentato da riferimenti filosofici, soprattutto Giordano Bruno, ma non escludo Voltaire e Shelling

La risignificazione, o la risemantizzazione, per adoperare un termine caro ad Argan, era tutto questo e avveniva nel suo studio con pochi e magistrali interventi sulle pietre e gli altri materiali di scarto raccolti; da qui l’attualità di uno sperimentalismo e di un anticonformismo condotti senza tregua da Giuseppe Antonello per tutta la sua lunga vita.

L’attività del maestro, infatti, nei lunghi anni della sua vita, ha dato luogo a ricerche che spesso precorrono quelle di altri importanti artisti. Un solo, significativo esempio è il cosiddetto décollage, tecnica artistica la cui iniziale sperimentazione è attribuita a Mimmo Rotella e ad altri artisti stranieri. A ben guardare, alcuni décollage di Leone sono stati realizzati con largo anticipo, così come è accaduto per altre tecniche e modalità artistiche.

Queste sono solo poche notazioni, tra le tante che si potrebbero fare, circa l’immenso patrimonio di ricerche e sperimentazioni creative del maestro, sorrette sempre da un profondo “mestiere”, ossia dalla piena conoscenza di tutte le tecniche artistiche; cosa questa che appartiene solo a pochissimi artisti e rappresenta, in qualche modo, un tratto singolare e introvabile di Giuseppe Antonello Leone.

Perizia e competenza tecnica dell’affresco, della ceramica, delle arti grafiche, del graffito polistrato, degli smalti e dell’oreficeria, insomma di tutte le arti applicate, sono i rari attributi della maestria di Leone che registrava, con grande sistematicità e metodo, le sue sperimentazioni in fitti appunti, annotazioni, ricette, resoconti. Un prezioso patrimonio da salvaguardare e tramandare!

Di origine irpina, Antonello si formò all’Accademia di Belle Arti di Napoli, con Eugenio Scorzelli, Mino Maccari, Pietro Gaudenzi, illustri maestri che spesso citava; ma il suo ricordo, in più occasioni, andava al suo primo formatore nella Scuola di Arti e Mestieri di Avellino: Settimio Lauriello, un pittore futurista, oggi pressoché sconosciuto ma di sicuro talento e, soprattutto, un ottimo formatore che spingeva gli allievi a produrre in modo creativo.

Forse da questa primissima esperienza gli derivava quella passione per la formazione artistica che lo ha visto dirigere con competenza, dedizione e grande umanità diversi Istituti d’arte, da Potenza a Napoli, passando per Cascano di Sessa Aurunca e San Leucio, creando delle vere e proprie comunità di artisti-docenti. Penso che questo non comune impegno nel trasmettere passione, abilità, stile di vita artistica abbia sottratto un tempo notevole alla sua attività di artista e di poeta; ma Leone era fatto così! Generoso, moralmente onesto, disinteressato ai guadagni del sistema mercantile dell’arte. Il suo obiettivo, espresso finanche in anni recenti nella partecipazione ai progetti di didattica della bellezza di Clementina Gily, era costantemente teso all’educazione attraverso l’arte e alla formazione estetica, soprattutto dei giovani.

Mi è caro ricordare, in proposito, la stretta collaborazione tra noi, per “Scuola Viva” della SEI di Torino, dove nei nostri scritti, nei lontani anni ’60, argomentavamo una nuova educazione artistica che fosse materia prima per la piena formazione dell’uomo, nel convincimento che l’arte è espressione di libertà e dunque sostanza educativa della democrazia.

Maria Padula (compagna di G.A. Leone) - Rosellina (1964)
Maria Padula (compagna di G.A. Leone) – Rosellina (1964)

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Roccotelli a Castel dell’Ovo

di C. Gily Reda
Michele Roccotelli - Capri
Michele Roccotelli – Capri

(dal catalogo) Luminescenze e finestre valgono per Roccotelli a far entrare il colore della vita quotidiana nella tela. Restituisce lo sguardo di una giornata felice, una di quelle in cui il mondo sembra degno della definizione di Leibniz: che questo sia il migliore dei mondi possibile – e non c’è un Voltaire a gridare “svegliati!” a Candide.

Ma non è un ingenuo l’artista, come non era ingenuo Leibniz. Il male del mondo, il buio, sono realtà cui purtroppo nessuno può trovare scappatoie; l’ansia è la prima caratteristica del sentire dell’uomo, forse del vivente in ogni sua forma, il suo modo d’intendere il pericolo e fare che la paura invece di bloccare stimoli l’ingegno. E nasce il coraggio, il sapere che la prima guida dell’uomo è l’armonia, la speranza; e soprattutto che essa non è una illusione ma una in-lusio, un’entrata in gioco, cui attingere la forza di rischiare per voler vincere.

E tutto ciò è colore, la forza immediata e bruta che non è brutale, che sa vincere senza offendere. Tra le categorie dell’arte, le forme che guidano creazione e giudizio, è la più efficace per dire sentimenti e trovare condivisione, comuni ad autore e lettori, la più ammaliante è di certo il colore. Perché l’arte giunge al massimo quando parla chiaro senza parole, celebra l’empatia come una forma di comunione, liturgica nel suo andare per tappe riconosciute che sono come una lingua in costante evoluzione, come tutte: il colore è la consistenza universale fatta percezione pure, non richiede cultura in parole per essere avvertita, non serve decodificazione, s’impone.

Ma se si pensa a Gauguin, ai Fauves, a Vermeer, tutti così celebri per i loro colori, s’intende che qui tutto è diverso. E quindi anche qui bisogna ragionare per capire quel che l’artista ha agito dando corpo ai colori. L’artista cerca quella ‘verità’ che non si condivide se non quando la forma è diventata comune anche agli altri nell’Opera o nell’opera – donde il frequente pessimo carattere che si giustificava con le sorpassate teorie del genio naturale: perché è una verità da creare, un sublime incondivisibile, una percezione formale esuberante che prende corpo determinato solo attraverso un’attenta composizione nella lingua del bello, ch’è invece storica, mutevole, universale, personale. Ma occorre far sì che essa mantenga quel preciso equilibrio di empatia, analogia, percettività, selettività…

Perciò non c’è il tentativo di scrivere luci e ombre attraverso forti contrasti di colore anche a costo di danneggiare la linea percettiva per dare pieno spazio al colore. Quando Roccotelli vuole dire colore in senso infinito, sceglie le ‘sillabe’ dell’astratto, non le camuffa in ‘parole’ definite. Quando introduce una figura invece il tratto è preciso, non si scompone all’occhio in contrasti forti, si disegna d’essere come centro d’attenzione ma interpreta la parte dello sfondo: perché è piccolissima e tutto il resto è così colorato di solleone da sfavillarla – ed è esso il protagonista. Mentre se descrivessimo il quadro in parole diremmo: “una piccola barca dondola al sole, nel tripudio di uno sguardo infiammato dal caldo e da un cuore che canta l’allegria” – non solo perché vede la barca, ma immagina di dondolare su di essa dopo aver sentito il mare, e sulla pelle si spande la dolcezza del mare e del sole, la sua vita così calda da rendere sufficiente il presente per godere la luce. Se i cubisti avevano scoperto la visione simultanea, lui dà voce al presente continuo, al quotidiano come speranza.

Così Roccotelli ci restituisce l’estate dei ragazzi, quando un giorno di vacanza è immergersi in un mondo di volontà di creare vita, con l’amore, con i progetti, con l’idea di un futuro da realizzare: il quadro è l’opera in cui annegare per un attimo e risentire lo spazio condiviso che l’artista rivela. E il colore di Roccotelli è l’immersione nel mio proprio sguardo quotidiano felice, che non è certo la luce di tutti i pittori del colore. Se ricorda i fauve, i selvaggi: lui è il buon selvaggio di Rousseau, dal mare del sogno di oggi, che è sguardo. Così il centro dell’attenzione è ben definito e il resto è empatia, perché è il contorno, la cornice, che Simmel esaltò, è l’organicità dell’essere intorno al foco dell’attenzione – che ha però il protagonismo dell’azione. Riconosco il mio sguardo bambino, in un giorno d’estate, frugale, semplice, felice di vivere.

Lo cerchiamo invano nel selfie, o anche nell’obbiettivo: quest’esplosione di vita bidimensionale, che invita alla riflessione l’astante, resta privilegio del pittore. La tecnica, la capacità di dare forma, l’estetica, il significato – tutto è importante: ma l’essenziale è percepire la vita nel il sublime e saperla dire nella lingua del bello senza annegarla in una vita subacquea da schermo, tanto da comunicare la vibrazione senza annullare la critica.

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Pompei per tutti

di Anna Irene Cesarano

pompeiDicembre 2016 sarà un mese magico per Pompei.

Perché verrà portato a termine un importante progetto. “Pompei per tutti. Percorsi di accessibilità e il superamento delle barriere architettoniche“ che finalmente darà la possibilità a persone diversamente abili o con particolari problemi motori, ma anche mamme alle prese con passeggino e bebè, di accedere senza difficoltà e barriere architettoniche, a quell’immenso patrimonio archeologico della città. Sarà possibile infatti attraversare senza indugio dall’ingresso di Porta Marina a Piazza Anfiteatro, penetrando così nel percorso principale e incantevole passando per via dell’Abbondanza, e avendo così la possibilità di ammirare diverse domus e edifici che costituiscono l’arteria degli scavi pompeiani. Pompei per tutti, importante progetto che si concretizza nell’ambito del Grande Progetto Pompei, sarà dunque davvero per tutti. Rispondendo così ad un’ampia domanda più volte sollecitata dai visitatori del sito archeologico, e alle esigenze di un territorio che vuole di più, cercando di “democratizzare” l’accesso a quello che è universalmente riconosciuto come la più grande testimonianza di un mondo perduto ma perfettamente conservato dal rigurgito del Vesuvio.

La visita quindi non si limiterà più alle sole aree dell’ingresso, il progetto è monitorato e realizzato da un pool di tecnici professionisti quali ingegneri, architetti, archeologi che attraverso uno studio delle dinamiche strutturali ambientali vaglieranno e realizzeranno la miglior soluzione possibile delle aree del sito dal punto di vista dell’impatto ambientale e della relativa sicurezza di questo percorso. Infatti gli interventi di ristrutturazione avranno cura di rispondere alle particolari esigenze funzionali del progetto utilizzando materiali moderni come impasti esenti da cementi che possono essere rimossi in qualsiasi momento, nel rispetto dei parametri di intervento in siti archeologici, ma anche garantendo l’incolumità del percorso ai visitatori.

Un contesto del genere e un lavoro così importante per essere implementato abbisogna di una complessa convergenza di ruoli, funzioni e figure, criterio di intervento, perizie dettagliate e soprattutto competenza tecnica in materia, certificando i lavori all’interno del sito archeologico, come migliore garanzia della scrupolosità delle operazioni portate a termine.

Le aree interessate dal progetto sono varie e riguardano specificamente: i tratti della Regio I tra le insulae 21 e 22, dove verrà realizzata una pavimentazione nuova per sopperire a quella carente sotto molti punti di vista, inoltre anche alcuni tratti di marciapiede lungo la via delle Terme (regio VI) e l’insula Occidentalis. Attendiamo la messa in opera di rampe che permettono l’accesso agli edifici più suggestivi del sito pompeiano interamente rimovibili, l’apertura della sezione femminile delle Terme Stabiane, dove si stanno attuando interventi conservativi sulle pavimentazioni. I materiali utilizzati sono sempre nel pieno rispetto delle normative per interventi strutturali in queste particolari zone ed utilizzano un impasto con calce idraulica esente da cementi. Inoltre da settembre sarà realizzato un intervento conservativo su 12 fontane pubbliche lungo il percorso.

Il Grande Progetto Pompei nasce nell’ambito di un’azione del Governo italiano con la legge n° 34/2011 che mira a tutelare e rafforzare gli interventi e le azioni nell’area archeologica pompeiana mediante un programma di efficacia conservativa, di prevenzione e di restauro.

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Web maligno

di Vincenzo Giarritiello

webmalignoChe l’Italia fosse un paese dove impera un alto tasso di ipocrisia, non lo scopriamo certo oggi.

Emblematico il caso Charlie Hebdo: all’indomani della strage al giornale satirico francese, Daniela Santanché si offrì di pubblicare in Italia l’irriverente rivista in nome della libertà di satira; smentendo sé stessa che, in un recente passato, aveva abbandonato prematuramente un talk show di Santoro perché infastidita dalle “pesanti” vignette di Vauro.

All’indomani della strage, su milioni di profili Facebook capeggiava la foto con la scritta JE SUIS CHARLIE per esprimere solidarietà ai giornalisti uccisi.

Fa niente che in molti, fino al giorno prima della “mattanza”, ignoravamo assolutamente chi fosse Charlie Hebdo.

Ma la moda dilagante su Facebook imponeva di postare sul proprio profilo la foto della testata del giornale per esprimervi solidarietà e allora in tanti ci “attaccammo” a quel treno.

Però per le ripetute stragi in Turchia Facebook non “impose” di postare sul proprio profilo un sia pur minimo scampolo di bandiera turca per commemorare le vittime dei terroristi…

Allo stesso modo, oggi in tanti pontificano sulla vicenda di Tiziana Cantone, la donna suicidatosi in provincia di Napoli perché incapace di resistere alla notorietà mediatica cui era assurta, suo malgrado, a causa di alcuni video hard ripresi con il proprio consenso dai suoi amanti mentre si adoperava a soddisfarli sessualmente in maniera appassionata.

Video che lei stessa, pare, avesse poi diffuso su Whatsapp a una stretta cerchia di amici.

Da qui alla diffusione virale dei video il passaggio fu breve. Oggi in tanti puntano il dito contro chi diffuse quei video, rendendole insopportabile la vita al punto da spingerla a farla finita.

Per lo più a farlo sono quegli stessi che fino a ieri continuavano a andare in rete alla ricerca dei video delle performance amatoriali di Tiziana al fine di appagare il proprio voyerismo.

A tragedia avvenuta siamo tutti pronti a scagliarci contro chi diffuse i filmati, accusandolo di aver tradito la fiducia di colei che aveva voluto condividere con sé un trasgressivo gioco di coppia il cui esito doveva rimanere confinato tra le lamiere dell’auto o tra le pareti della camera in cui si consumò.

Eppure, prima della disgrazia, in tanti, guardando quei filmati, abbiamo riso di Tiziana etichettandola con i peggiori epiteti che si possano usare verso una donna libera che ama godere della vita.

Basta con l’ipocrisia!

In questa vicenda, come in tante altre simili, siamo tutti vittime e carnefici nello stesso tempo.

Vittime di un sistema in cui, se non appari, non esisti. Quindi, pur di esistere, in tanti siamo pronti a filmarci o a farci filmare in qualunque contesto siamo impegnati, perfino il più intimo, per poi renderlo pubblico tra gli amici e sui social per sentirci protagonisti.

Carnefici perché, pur di apparire, spesso non ci preoccupiamo del male che possiamo arrecare agli altri o a noi stessi pur di soddisfare ad ogni costo il nostro bisogno di protagonismo per sentirci vivi; o, semplicemente, per levarci qualche sassolino dalla scarpa, sputtanandolo pubblicamente, nei confronti di chi nutriamo una sorta di risentimento o di invidia solo perché, diversamente da noi, ha il coraggio di vivere la propria vita come meglio gli aggrada; senza scrupoli; fregandosene delle convenzioni sociali che alimentano le ipocrisie umane. Avendo il coraggio di essere se stesso fino in fondo. Cosa di cui in pochi sono veramente capaci.

E per questo motivo, ai nostri occhi di persone meschine, schiave delle convenzioni sociali e dell’altrui giudizio, merita di essere messo alla berlina.

Ogni libertà ha un prezzo.

Spesso superiore alle nostre possibilità!

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Medjugorje: Meta di Pellegrinaggi

di Alessandro Savy

medjugorjeMeđugorje (pronuncia croata e bosniaca [ˈmɛdʑu.ɡɔːrjɛ]), scritto anche Medjugorje, è una piccola località del comune di Čitluk, in Bosnia ed Erzegovina.

Il termine Međugorje è un nome scomponibile in među e gorje, ovvero zona tra le colline: il Podbro ed il Križevac.

Questa località è diventata celebre nel mondo perché, il 24 giugno del 1981, giorno della festa di San Giovanni Battista, Vicka Ivanković, Mirijana Dragičević, Marija Pavlović, Ivan Dragičević, Ivanka Ivanković e Jakov Čolo (che allora avevano tra 10 e 16 anni, hanno visto per la prima volta la Madonna; oggi sono tutti adulti, padri e madri di famiglia) affermano di ricevere apparizioni della Vergine Maria, che si presenterebbe con il titolo di “Regina della Pace” (Kraljica Mira). Per questo motivo Međugorje è divenuta oggi una famosa meta di numerosi pellegrinaggi.

Bisogna premettere che nel 1981 la Bosnia-Erzegovina apparteneva alla Repubblica socialista Federale di Jugoslavia guidata da una Dittatura comunista. Verso la metà di luglio 1981 un ragazzo pubblicò un articolo su un giornale di Zagabria, che raccontava i fatti di Međugorje, facendo conoscere questa storia anche all’estero, perché fu ripresa anche da altri giornali. Ciò attirò diversi pellegrini e ammalati dall’estero.

Per l’apparato dello stato suonarono improvvisamente i campanelli d’allarme; fin dall’inizio ci furono minacce e intimidazioni della polizia, e sobillazioni dei media comunisti contro Medjugorje, i veggenti, i sacerdoti e il popolo Croato. Persino i vertici dello stato si occuparono di Medjugorje: i comunisti sospettavano un’insurrezione Croata ed una controrivoluzione, vedevano gli spettri del fascismo e degli Ustascia. Gli abitanti del luogo furono vessati, interrogati e portati in prigione. L’intera parrocchia rimase per due anni in “quarantena” nei punti di ingresso per Medjugorje e Bijakovici c’erano sentinelle giorno e notte.

Nell’agosto del 1981 furono arrestati il parroco e due sacerdoti del convento di Duvno; solo successivamente furono messi in libertà.

Lo stato proibì di costruire o di fare qualunque modifica vicino alla Chiesa o alla casa parrocchiale. Milioni erano le persone che transitavano per questo luogo, non c’erano né acqua né servizi igienici; il pericolo di epidemie era evidente, a detta di molti credenti, sembrava che i comunisti se lo augurassero: volevano che scoppiasse un’epidemia in modo da impedire l’accesso a Medjugorje.

Il popolo dei credenti non si lasciò intimidire, nonostante per due lunghi anni l’accesso alla collina delle apparizioni e al Krizevac non fosse possibile, i fedeli vi salivano a proprio rischio.

Negli anni a seguire si giunse alla svolta nel blocco dell’est, alla libertà dello stato ed infine alla caduta del comunismo, quando nel Natale del 1991, l’Unione Sovietica cessò di esistere.

Nella creazione dell’universo simbolico delle apparizioni riveste un ruolo fondamentale quella che Paolo Appolito chiama “cultura visionaria cattolica”

All’interno delle apparizioni di Medjugorje possiamo riscontrare delle cosiddette costanti o isotopi delle apparizioni Mariane, come quelle di Lourdes oppure, Fatima per citare solo quelle maggiormente conosciute.

Fatima, offre ad esempio il modello del prodigio solare:

Lucia aveva chiesto alla Madonna un segno affinché tutti credessero, ed ella ne promise uno in occasione dell’ultima apparizione, era il 13 di ottobre del 1917, quando il sole cominciò a girare, “vertiginosamente su se stesso simile ad una ruota di fuoco proiettando in ogni direzione fasci di luce gialla, verde, rossa, azzurra, viola … che colorano fantasticamente le nubi del cielo,gli alberi, le rocce, la terra, la folla immensa.[1]

Intorno alle apparizioni di Medjugorje, sono nati molti movimenti religiosi, comunità e gruppi di preghiera ispirati dalla Madonna, la quale ha espressamente invitato i fedeli alla formazione di gruppi di preghiera in cui poter sperimentare i suoi messaggi: “rinnovate la preghiera nelle vostre famiglie e formate gruppi di preghiera, così sperimenterete la gioia nella preghiera e nella comunità. Tutti quelli che sono membri di gruppi di preghiera, nel cuore sono aperti alla volontà di Dio.

Dal punto di vista Sociologico, ci sono alcuni motivi che spiegano la formazione dei gruppi, così come i gruppi di preghiera, infatti nel gruppo l’individuo trova sostegno, la possibilità e la capacità di condividere gli stessi ideali e raggiungere gli stessi obiettivi.

Medjugorje è divenuta tra le principali mete di pellegrinaggio nel mondo, in cui si condivide la Fede, la speranza. Molti sono i pellegrini che credono nelle apparizioni di Medjugorje, e molte sono le testimonianze che asseriscono il profondo contenuto spirituale che quel luogo Sacro riesce a trasmettere.

[1] L.G da Fonseca, le meraviglie di Fatima, Edizione Paoline, Roma, 1981, p. 104

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OLIMPIADI

di Vincenzo Giarritiello

Olympic flagOra che la sindaca Raggi ha ufficializzato il No alla candidatura di Roma per ospitare le olimpiadi 2024 – il No dovrà essere formalizzato entro la prossima settimana dal voto della giunta e, se si votasse a scrutinio segreto, non è escluso che qualche franco tiratore non faccia una brutta sorpresa alla Raggi mettendone in crisi il governo con conseguenze imprevedibili; che magari contemplino l’ennesimo commissariamento per il campidoglio e il sostegno da parte del commissario di turno alle olimpiadi nella capitale – il cittadino medio, per intenderci quello che cerca di informarsi adeguatamente sulle vicende politiche del proprio paese al fine di farsi, per quanto gli è possibile, un’opinione ben precisa per poi decidere con convinzione al momento del voto il partito cui affidare la propria preferenza, non può non chiedersi perché quando nel 2012 l’allora premier Mario Monti disse No alla candidatura di Roma per le olimpiadi del 2020, sconfessando il sindaco Alemanno che era per il Sì; motivando il proprio diniego con la disastrata situazione economica del paese, (all’epoca il debito pubblico era poco al di sotto dei 2 miliardi euro e la disoccupazione rasentava il 10%), in tanti, seppure inizialmente erano per le olimpiadi, chinarono la testa e, seppure a malincuore, ammisero che bene aveva fatto il Premier a dire no.

Oggi che la situazione economica è peggiore di allora – attualmente il debito pubblico oscilla intorno ai 2,3 miliardi di euro e la disoccupazione oltre l’11% – e Roma è ancora sotto shock per gli scandali di Mafia Capitale, non si capisce il criterio con cui si attacca la Raggi per aver detto No alle olimpiadi visto che le sue motivazioni sono le stesse di Monti e trovano supporto nella tristezza della cronaca nera.

Se da un lato è comprensibile l’irritazione del CONI e del presidente del comitato olimpico Malagò per il No della sindaca, dopo che il suo predecessore Marino aveva appoggiato la candidatura della capitale ai giochi del 2024, dall’altro non si comprende il perché la Raggi, votata da oltre il 67% dei romani al ballottaggio, avrebbe dovuto dire Sì quando uno dei punti fondamentali della propria campagna elettorale era il No alle olimpiadi.

I romani sapevano perfettamente che con la Raggi al Campidoglio Roma avrebbe perso la candidatura olimpica. Ergo chi l’ha votata era per il No alle olimpiadi!

Malagò e quanti sono per la candidatura di Roma sostengono che per le olimpiadi si sarebbe allestita una cabina di regia per vigilare sui costi in modo da non sforare il budget iniziale e evitare ruberie varie.

Nobili propositi che purtroppo per Malagò e soci vengono smentiti dai tanti eventi, sportivi e non, nazionali e internazionali, organizzati nel nostro paese negli ultimi venti anni, rivelatesi un fallimento per i contribuenti. Ultimi i mondiali di nuoto del 2009 a Roma con molte strutture tuttora incomplete come la Città dello Sport progettata da Calatrava, mai completata e in assoluto stato di abbandono.

Per non parlare dei mondiali di calcio del 1990: molti degli stadi allestiti per quell’evento oggi sono fatiscenti e dovrebbero essere demoliti e rifatti da zero, vedi stadio San Paolo di Napoli. Mentre molte delle infrastrutture attinenti sono ancora in costruzione o in totale stato di abbandono: sempre a Napoli esempio eclatante il tram super veloce che avrebbe dovuto collegare Piazza del Municipio allo stadio e mai completamente realizzato, con molte stazioni in assoluto stato di abbandono, e il parcheggio sottostante lo stadio San Paolo mai utilizzato!

Per non parlare dell’Expo di Milano dove molti padiglioni non risultavano completati per la data inaugurale tanto che gli organizzatori furono costretti a utilizzare dei pannelli per nascondere i lavori in corso.

Simili esempi di inefficienza e spreco non fanno che avvalorare la decisione della Raggi. Se a ciò ci aggiungiamo che più studi in merito dimostrano quanto sia una iattura a livello economico per una nazione vedersi assegnata l’organizzazione dei giochi, come si fa a imprecare contro la sindaca per il No?

Fa sorridere ascoltare illustri membri del governo criticare la decisone della Raggi, accusandola di mancare di coraggio in quanto, a loro dire, Roma e il paese hanno perso un’occasione di sviluppo e di rilancio; assicurando che l’esecutivo avrebbe vigilato affinché l’organizzazione dei giochi fosse andata avanti senza intoppi e senza sforamenti di budget.

Se non si riesce a vigilare adeguatamente sul rafforzamento degli argini di un fiume per evitare nuove inondazioni in zone già alluvionate, costruiti dalla ditta appaltatrice con il polistirolo senza che nessuno verificasse il corretto procedimento dei lavori tanto che alla prima piena inevitabilmente cedono, riproponendo il dramma che avrebbero dovuto fronteggiare; o sull’edificazione antisismica di scuole e uffici pubblici in territori a alto rischio sismico che alla prima scossa vengono giù come castelli di carte, come si può assicurare l’opinione pubblica che sull’organizzazione delle olimpiadi il governo avrebbe vigilato in maniera intransigente per garantire che tutto filasse liscio?

A meno che agli occhi del governo le olimpiadi non valgono più della messa in sicurezza degli argini di un fiume, di una scuola o di una caserma!?

Se proprio se la vuole prendere con qualcuno, anziché prendersela con la Raggi, Malagò se la prendesse con Renzi che all’epoca decise di far dimettere Marino da sindaco. Se a quest’ora al Campidoglio ci fosse ancora lui, Roma sarebbe candidata ai giochi. Se poi ciò si fosse rivelato a favore o a scapito dei romani, lo avremmo scoperto solo all’indomani delle olimpiadi.

Il No a Roma 2024 può tranquillamente definirsi la nemesi di Marino!

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Il web che uccide 2: un’altra giovane cybervittima

di Anna Irene Cesarano

tcIl web fa parlare ancora di sé.

Sì perché può essere tanto utile quanto pericoloso, e secondo me il compito di studiosi e utenti delle nuove tecnologie è sia insegnare i vantaggi e i benefici in ambito educativo, ma anche e soprattutto informare sui rischi e sugli interrogativi a volte inquietanti che esso solleva. Questo argomento divenuto scottante negli ultimi tempi, si fa più urgente quando a pagarne il prezzo sono persone con la propria vita.

Tiziana Cantone bella, solare, tutto comincia per scherzo. Quando gira dei video hard insieme al compagno e poi li inviano ad alcuni amici su WhatsApp. Tiziana certo non immaginava tutto quello che sarebbe successo. I video, non si sa come, finiscono in rete. È l’inizio della fine. La ragazza 31enne napoletana cerca in tutti i modi di rimuoverli, denunce che non servono a niente contro la capillare diffusione sui new media. Tiziana sprofonda in una crisi depressiva colmata in un suicidio (si impicca con un foulard) il 13 settembre 2016 nella sua abitazione a Napoli.

Posto il fatto che la ragazza era consapevole di essere filmata, ma anche che non ha mai autorizzato alla sua diffusione sul web, e bando alle stupide ciance e insulti come il caso dello stadio di Treviso o di qualche noto personaggio che si è elevato a portavoce morale (quando ovviamente non poteva), rimangono numerosi interrogativi.

Strumento o emergenza? Comunicazione o violenza? Privacy o libertà? Sono queste le nuove sfide educative da affrontare, temi complessi e cogenti della post modernità. Se Umberto Eco diceva che il dramma di internet era stato quello di promuovere lo “scemo del villaggio” a portatore di verità, siamo dinanzi a un bel problema per il quale non ci sono soluzioni pronte. Vero è che internet ha dato la parola a tutti, e il permesso di insultare anche dopo la morte (come è avvenuto per Tiziana), ma vero è, anche il fatto che non è da incolpare come strumento. Oggi si pone con forza l’urgenza di una regolamentazione da parte delle istituzioni, limitazioni e controlli alla pubblicazione di materiale e ai commenti degli users, altrimenti questa libertà di espressione e di parola oltremisura si configura come un’anomia, un disordine, un caos, che dà potere a chiunque di fare qualsiasi cosa. Il fascismo della lingua (Barthes) è proprio questo! I new media ci obbligano a dire tutto di noi, a pubblicare, a condividere, a partecipare come abitanti dello stesso villaggio.

Ma dall’altra parte dello schermo sappiamo chi c’è? Chi guarda, chi osserva, chi usa le nostre foto, o i nostri video. Il caso di questa ragazza è inquietante, più che tenerezza mi intimorisce, perché dinanzi a noi c’è una grande rete, troppo ampia per controllarla, monitorarla. In un click può spezzarsi una vita, in 5 minuti può crollare una reputazione, in un download può finire una speranza.

Si insiste in ambito educativo sulle novità che le nuove tecnologie hanno apportato e mettono a disposizione dell’utente, ma non si focalizzano i nuovi problemi che esse trascinano dietro di loro. È quanto ribadito da Derrick de Kerckhove, come scienziato umanista e guru della comunicazione, la competenza informatica deve essere anche e soprattutto accompagnata dall’attenzione ai disagi e alle difficoltà quando interagiamo con le nuove tecnologie. Dobbiamo essere coscienti di quanto le nuove tecnologie cambino il nostro di mondo. Non un aut aut ma un et et: essere coscienti del fatto di quanto essa cambi l’evoluzione della storia umana, i costumi e lo sviluppo delle idee semplifica il lavoro di addestramento informatico.

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L’anacronismo delle immagini: Aby Warburg (1)

di Viviana Molino
Ghirlandaio - Nascita di Giovanni Battista (dettaglio)
Ghirlandaio – Nascita di Giovanni Battista (dettaglio)

“L’immagine è un’entità

tragicamente sopravvissuta ad un’esperienza”

Man Ray 

Pensare oggi all’immagine ci proietta in uno spazio affollato, confuso e pieno di domande irrisolte. Siamo sottoposti ad un bombardamento visivo, che, in molti casi, annienta la nostra capacità critica, ci rende osservatori ciechi e, soprattutto, analfabeti, se consideriamo l’immagine da un punto di vista morfologico.

La proliferazione incessante di immagini non conduce, infatti, ad una loro maggiore accessibilità o comprensibilità (basta pensare, ad esempio, alle immagini pubblicitarie), ma, al contrario, fa di noi cavie umane facilmente manipolabili. Ma questa non è dichiarazione di iconofobia, afferma invece dal bisogno di rintracciare mezzi adeguati per far fronte al problema, visto che da sempre l’immagine è stata oggetto di riflessioni filosofiche e teologiche.

Il culto che proibisce le immagini risale al testo biblico in cui è espressamente scritto: “Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra.” [Exod. 20].

La storia delle religioni è da sempre testimone di furie iconoclaste, dall’impero bizantino, al periodo dell’inquisizione cattolica, alla guerra alle immagini durante la riforma protestante, fino ai talebani in tempi recenti che hanno distrutto le statue di Buddha,[1] per non parlare dei recentissimi episodi di violenza svoltisi a Parigi con la morte di dodici giornalisti e vignettisti del settimanale satirico Charlie Hebdo, ad opera di fanatici integralistici islamici, per la pubblicazione di alcune vignette su Maometto ritenute blasfeme.

È facile, quindi, intendere come le immagini siano state e sono capaci di scatenare forti passioni, anche senza far riferimento a episodi mossi da sentimenti religiosi.

Platone riteneva l’immagine, εἴδωλον, fautrice del falso, capace solo di confondere le idee, e, per questo motivo, aveva negato all’arte il diritto spirituale di cittadinanza all’interno dello Stato ideale.

La posizione di Platone, come ci invita a riflettere Ernst Cassirer nella conferenza Eidos ed Eidolon il problema del bello e dell’arte nei dialoghi di Platone pubblicata nel 1924, non rappresenta una condanna assoluta, eidos e eidolon, εἶδος e εἴδωλον, sono vincolate in un unico abbraccio dalla loro comune radice, ἰδεῖν (idein) vedere.[2]

Il nostro vedere intelligibile passa cioè per il vedere sensibile, il nostro spirito vede quindi attraverso gli occhi del corpo.

Perché, come già sosteneva Aristotele, noi pensiamo per immagini, associamo nella nostra testa il linguaggio, la parola, ad immagini osservate.

A tale proposito, come l’ipotiposi o l’antica pratica dell’ecfrastica, l’immagine e la parola si supportano vicendevolmente come nel caso della stampa e della fotografia, delle immagini scientifiche o ancora dell’ambito pubblicitario.

Il secolo scorso ha, infatti, visto svilupparsi usi completamente nuovi e innovativi delle immagini, usate ad esempio come strumento di difesa in caso di conflitti, come le immagini riprese dai manifestanti a Genova durante il G8, che attestano la violenza esercitata dalle forze armate, o le immagini al servizio della scienza riprese dai satelliti.

L’immagine quindi domina il nostro quotidiano.

Il problema è che, in realtà, forse noi non siamo ancora in possesso degli strumenti culturali e metodologici necessari per far fronte a questo fluire incessante e sempre crescente di immagini, quasi destinato a sopraffarci.

Kant in un saggio pubblicato nel 1786 si chiedeva cosa potesse significare orientarsi nel pensiero; oggi, che le immagini hanno invaso il nostro mondo e, quindi, anche il campo del nostro pensiero, per cui non è possibile pensare senza il supporto delle immagini, la domanda che bisogna porsi è come orientarsi nelle immagini?

Quest’esigenza all’inizio del secolo scorso ha dato vita all’iconologia, disciplina che si occupa di dare una spiegazione alle immagini, alle allegorie e ai simboli nascosti in esse.

Da qui nasce la presente ricerca, che si pone come tentativo di indagare il lavoro di uno studioso, Aby Warburg, che ha inaugurato questo nuovo campo del sapere.

Aby Warburg, storico della cultura e profondo indagatore della storia dell’arte, dedica la sua vita allo studio e alle ricerche in cui, come scrive Georges Didi–Huberman, si immerge empaticamente, “come ci si immerge in un oceano senza limiti noti, per ritrovarsi nel più profondo delle acque, come, già, ci si ritrova in mezzo a un fondo nero ad avvicinarsi troppo agli schermi di Mnemosyne.”[3]

La vita di questo studioso è stata segnata da problematiche psicologiche, filosofiche e culturali[4] che lo hanno avvicinato a grandi esponenti della cultura del ‘900 come il dott.re Ludwig Binswanger, direttore della clinica psichiatrica Bellevue di Kreuzlingen, dove fu ricoverato dal 1921 al 1924, al filosofo Ernst Cassirer, con il quale condivise riflessioni sui concetti di simbolo e di mito. Ha rappresentato un punto di riferimento per i suoi contemporanei, come studioso ed esperto di arte antica e indagatore dell’evoluzione del pensiero occidentale e fu da tutti riconosciuto grande uomo, nonostante la sua statura, abile oratore e simpatico imitatore: ma più di ogni altra cosa la sua reputazione si fondava sulla sua profonda erudizione[5].

Uno studioso atipico per i suoi tempi [6] soprattutto per la capacità di spaziare in campi d’indagine vasti e disparati mettendo in relazione discipline diverse, dalla storia dell’arte fiorentina del Quattrocento, alla storia della cultura tedesca del Cinquecento, dall’astrologia alla mitologia, dalla psicologia all’antropologia.

Le sue ricerche erano focalizzate su alcuni concetti cardine, ovvero il tema del Nachleben der Antike (Sopravvivenza dell’antico), il concetto di Pathosformeln (Formule di pathos), Polarität (Polarità), Orientierung (Orientamento) e Denkraum (Spazio del pensiero)[7]; ricerche queste che diedero vita al nuovo campo del sapere, l’iconologia.

Aby Warburg ha superato il confine dello studio della storia dell’arte concentrandosi sulle immagini e non solo immagini d’arte, ma, anche, sugli oggetti della cultura materiale.

Nasce dalle sue riflessioni un nuovo modo di relazionarsi all’immagine in cui il significato di una singola immagine si ritrova costantemente nel suo perpetuo relazionarsi ad altre immagini ad essa estranee.

L’Atlante Mnemosyne, suo ultimo lavoro, rappresenta l’ambizioso tentativo di ricapitolare attraverso una raccolta di immagini le tematiche che lo hanno coinvolto nel corso di tutta la sua vita. Aby Warburg è morto senza riuscire a portare a termine il suo Atlante, un’eredità enigmatica e affascinante che costituisce tutt’oggi un dibattito aperto su questo grande studioso, tratteggiato in maniera esemplare dalle parole, qui riportate, che  Ernst Cassirer scrisse in sua memoria.

“Per usare le parole di un sonetto che Giordano Bruno ha inserito ne Gli eroici furori:

Ch’i’ cadrò morto a terra, ben,’accorgo,

Ma qual vita pareggia al morir mio?

La voce del mio cor per l’aria sento:

Ove mi porti, temerario? China,

Che raro è senza duol tropp’ardimento. –

Non temer, rispon’io, l’alta ruina.

Fendi sicur le nubi, e muor contento,

S’il ciel sì illustre morte ne destina.

Warburg ha vissuto ed è morto come scrive qui Giordano Bruno.

Ed è questa l’immagine che continuerà a vivere in noi: non quella di un puro e semplice erudito e ricercatore morto in pace dopo aver raccolto la mietitura della sua vita. L’immagine di un combattente e di un eroe le cui armi, che la morte gli ha sottratto, non sono intaccate, né rotte, ma sono rimaste sempre integre, affilate e pure durante la lotta intellettuale che Warburg ha intrapreso dall’inizio alla fine della sua vita.[8]

 

[1] Bruno Latour, Che cos’è Iconoclash, in Teorie dell’immagine, il dibattito contemporaneo, a cura di     Andrea Pinotti e Antonio Somaini, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2009, pp. 294, 295

[2]Ernst Cassirer, Eidos ed eidolon, il problema del bello e dell’arte nei dialoghi di Platone, in Aby Warburg – Ernst Cassirer, Il mondo di ieri, Lettere, a cura di Maurizio Ghelardi, Nino Aragno editore, Torino, 2003, p. 135

[3]Cit. Georges Didi – Huberman, L’immagine insepolta, Aby Warburg, la memoria dei fantasmi e della storia dell’arte, Bollati Boringhieri, 2006, Torino, p.467

[4]C. Cieri Via, Introduzione a Aby Warburg, Editori Laterza, Bari, 2011, p. 5

[5]Ernst H. Gombrich, Aby Warburg una biografia intellettuale, Campi del sapere, Feltrinelli, Milano, 1983, p.13

[6]C. Cieri Via, Introduzione a Aby Warburg, Editori Laterza, Bari, 2011, p. 145

[7]Cfr. M. Warnke, Vie Stichworte: Ikonologie, Pathosformel, Polarität, und Ausgleich. Schlagbilder und Bilderfahrzeuge, in W. Hofmann, G.Syamken, M. Warnke, Die Menschenrechte des Auges: über Aby Warburg, Europaïsche Verlagsanstalt, Frankfurt am Main 1980, pp.53 sgg.

[8]Ernst Cassirer, In memoria di Aby Warburg, in Aby Warburg – Ernst Cassirer, Il mondo di ieri, Lettere, a cura di Maurizio Ghelardi, Nino Aragno editore, Torino, 2003, p. 120

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Rosario Assunto e la poesia dei giardini (3)

di Serena Gianpietro
Cesare Brandi, Elsa Morante, Rosario Assunto e la moglie
Cesare Brandi, Elsa Morante, Rosario Assunto e la moglie

Come in ogni riflessione critica, che si proponga di discernere gli elementi costitutivi di un problema e il cambiare della loro valenza a seconda del punto di vista dell’osservatore, anche rispetto al paesaggio, sono possibili diversi approcci.

Numerosi i piani di lettura del paesaggio sono oggetto di riflessione critica, impossibili da indagare ed unificare. Ma alcuni di loro, considerati in relazione forniscono elementi utili alla riflessione critica – sono approcci rigorosi da punto di vista estetico, scientifico e storicosociale. Sembrano punti di vista inconciliabili, densi di pregiudizi e luoghi comuni: l’estetico risponde ad una cultura aristocratica, spesso tipica dei laudatores temporis acti, oggi appartiene all’ambientalismo fondamentalista o new age; la scientifica è intrisa di positivismo, indifferente all’etica, proprio della cultura liberista. La terza, infine, appannaggio di un retaggio improbabilmente sospeso tra socialista e millenarista, fa pensare alla cultura del dissenso o pieno di nostalgia per quell‘epoca. Una tripartizione condivisibile ma lontana dalla realtà.

EVOLUZIONE DELL’APPROCCIO ESTETICO: LA PROPOSTA DI BACHOFEN

L’approccio estetico risente di una percezione olistica, simultanea, sinestetica dello spazio, che è valutata ed arricchita da puntuali analisi delle parti singole.  La proposta, maturata già in clima di Romanticismo tedesco, fu avanzata in forma sintetica da J.J. Bachofen, non a caso contemporaneo e concittadino di J. Burckhardt. Non a caso, perché sostanzialmente i due autori, cresciuti nello stesso ambiente culturale, trassero ispirazione, metodo e materia di riflessione dal grande serbatoio della storiografia tedesca, s’incrociarono con i “Grundriß der Historik” (1868) di J.G. Droysen. Con lui fu chiaro che la lettura delle civiltà, loro stratificazioni ed esiti culturali, era la strada maestra per restituire senso alla cronologia, umanizzando la linea del tempo, interpretando la vicenda umana come campo d’indagine complessivo, olistico, intersecando la storia politica, letteraria, religiosa, economica con quella dei costumi.

L’esito della loro ricerca è però divergente: Burckhardt si emancipò dall’impostazione meramente idealista e storicista mantenendo saldamente al centro dell’analisi le forme di civiltà, recuperò così l’arte, l’estetica, la cultura come assi centrali dell’analisi storiografica. L’approccio è estraneo sia al materialismo marxiano che positivista, perciò era difficile lo apprezzassero i contemporanei; troverà estimatori tra le due guerre mondiali, quando la sua critica al modello di sviluppo industriale ed al nazionalismo prefigurò e predispose la critica all’irrompere delle dittature del Novecento, come chi si opponeva alla massificazione, l’esistenzialismo, la psicanalisi. Senza andare ad un socialismo critico, Bachofen, che nasce dalla cultura filologica più che storica, vede la storia come sviluppo di civiltà, centra nel concetto di simbolo riposante in sé stesso:[1] un incipit metafisico in senso vichiano, il processo storico crea simboli materiali, linguistici, religiosi in cui fonda come nella realtà. Analizzarli insieme ai miti è per Bachofen fare storia come sviluppo di fasi, che oscillano tra elemento materno (diritto naturale, prevalenza di forme di aggregazione spontanea) e paterno (diritto positivo, forme ordinate di Stato). L’apporto dialettico delle due matrici è la legge universale anche nella lettura del paesaggio, in cui “l’azione delle forze telluriche e quella dell’uomo, che con i suoi interventi trasforma l’immagine della terra, sono considerate allo stesso livello: due aspetti di una sola attività formatrice, ne risulta l’immagine paesistica, esteticamente analizzabile e giudicabile”[2].

Nella sua ricerca estetica sul paesaggio, Bachofen riscontra la bellezza circolare; nell’Italia centromeridionale essa è imposta meravigliosamente dalla matrice vulcanica dei rilievi, tanto quelli vicini al mare quanto quelli interni: “L’attività vulcanica è per tutto operosa con una meravigliosa regolarità. La linea circolare predomina in tutte le sue formazioni. Così anche il monte Alba, al pari del Vulture, presenta la forma di circolo, la cui circonferenza si estende sulla pianura per circa trenta miglia. Su questa base la montagna si erge nel centro esatto della piana laziale, libera tutta intorno come isola nel mare. Chi guardi ha l’impressione, come se questo altopiano della Campagna Romana fosse stato sollevato da tutti i lati in una sola volta, e nella maniera più dolce, da una forza sotterranea: talmente impercettibile è il passaggio dal piano alle alture più piccole, da queste ai massicci rocciosi”.[3] Il passaggio è un esempio di lettura “geometrica” dello spazio che recupera il concetto di bello, grazie all’intervento creativo dell’immaginazione, che riduce in unità volumi solo oggi familiare a tutti, grazie a foto aeree e satellitari, ricostruita qui con un potente senso delle proporzioni.

Ma la bellezza non nasce solo da rapporti scultorei: nasce dalla coscienza di “forme della terra come presenza spaziale simultanea di accadimenti successivi nel tempo”. La qualità estetica rinnova la sua nascita nel processo geologico successivo che fa dello spazio una forma che fa de eventi del passato, un’ “immutevole presenza; quasi un anticipo della dureé bergsoniana” storica però, è la continuità della presenza nel tempo che sopravvive alla finitezza.[4] Interpretazione squisitamente kantiana che Assunto rende apodittica: nel giudizio riflettente del soggetto, il paesaggio sana la frattura metafisica dell’Io e ridà senso di esistenza al soggetto, non più giudicante, che osserva nell’esperienza estetica più che scientifica, perché coscientemente privata di definizione oggettiva. Altrimenti, sarebbe impossibile lo sguardo incantato e sereno, che oggi a colte invidiamo a Bachofen, cantore della “bellezza del paesaggio come presenza”.[5]

Assunto oggi indica la tenebra dell’anti paesaggio”: sfruttamento turistico, cementificazione, inquinamento, dissesto idrogeologico… è il “brutto del benessere”.[6] Per “contrastare la devastazione del morbo …limitiamoci a combattere l’ulteriore diffondersi della pestilenza”.[7] Assunto nota come il passaggio dall’estetica alla politica del paesaggio sia naturale: perché non è l’intervento umano in quanto tale che deteriora il paesaggio – Bachofen esemplifica interventi migliorativi come quello che ha trasformato “in paradiso ubertoso paludi e aree mefitiche, come nel caso della cascata delle Marmore”.[8] La sintesi estetica unisce saperi e intelligenze: “La caratterizzazione estetica del paesaggio, che nella descrizione critica della piana laziale mostra la bellezza della natura, nella sua specificità, come valore espressivo di una realtà che per la geologia, la vulcanologia, l’idrologia, la botanica, è oggetto di verificazione scientifica, si fa qui espressione di un interesse etico politico.”[9] Il valore aggiunto della bellezza è nel paesaggio opposto all’opera d’arte, che porta in sé il valore dello sguardo; il bello del paesaggio nasce come sottoprodotto della dinamica sociale (lotta alla malaria, produttività dei campi….) come il brutto (fame di case, guadagno nel settore turistico….).

IL PAESAGGIO TRA ESTETICA E LAVORO: LA LETTURA DINAMICA DI SERENI

Questo rapporto diventa esplicito nel pensiero storico-politico di Emilio Sereni, forgiato nell’esperienza attiva di comunista condannato dal fascismo, esiliato in Francia e partigiano nella Resistenza che aveva già però la laurea in agraria conseguita a vent’anni. Nell’opera di Sereni l’analisi estetica s’interessa delle condizioni reali dei luoghi mostra il legame del paesaggio e del lavoro umano, nel valore aggiunto della testimonianza della civiltà di un popolo nelle determinate epoche, da acquisire in un quadro sincronico che mostra le forze in campo, acquisendo il vettore diacronico della civiltà. vi si rintraccia l’affermazione dell’egemonia di classe, che è anche culturale e impone insieme ai modelli produttivi la visione estetica dello spazio organizzato. Il concetto di “egemonia” comprende la dimensione culturale, non basta per la conquista di classe del potere il dominio dei rapporti di produzione – come fu a suo tempo per l’aristocrazia e la borghesia.ma non basta ad assicurare il mutamento nel sistema. Gramsci si pose questa domanda fondamentale, capace da sola, se irrisolta, di mandare a picco l’edificio teorico marxista. La sua risposta restituisce alla sovrastruttura culturale il suo peso,[10] senza liberala dalla subalternità alla dimensione strutturale dell’economia. L’ideologia, falsa coscienza in Marx ed Engels, in Gramsci è Weltanschauung, una visione del mondo strutturata che modifica soggetti politici e rapporti di forza tra le classi, che va resa organica alla nuova classe.[11]

In Gramsci la percezione autocosciente travalica l’ideologia come falsa coscienza, la coscienza di sé, individuale e collettivo, dipende dall’ideologia della classe dominante, dalla sua rappresentazione di rapporti di produzione e feticci per imporsi alle altre classi.[12] Il termine Weltanschauung, usato da Kant nella Critica del Giudizio per la costituzione del giudizio riflettente, fu poi ripreso da Hegel e poi da Diltey come coscienza dei rapporti tra metafisica e fenomenologia; Max Weber lo utilizza come esplicitazione del “sentire comune” di un popolo di fronte all’interpretazione dei problemi etici e del rapporto ricchezza/peccato. Jasper infine ne curva il senso sui processi psicologici di costruzione del rapporto io/mondo e la struttura fittamente reticolare delle relazioni umane.

In forza di tale correlazione, analizzando le mutazioni del paesaggio in età comunale trasmesse dal patrimonio pittorico italiano, Sereni affermò che: “là dove, con le sue attività agricole… l’uomo comincia ad imprimere al paesaggio agrario forme più coscientemente elaborate, la via è aperta ad una valutazione di queste forme che non è più solo tecnica ed economica, ma estetica.”[13]

Sereni declina nelle riflessioni sul paesaggio, la concezione realista dell’arte tipica del socialismo; è l’occhio dell’agronomo, l’occhio socioeconomico del politico – solo alla fine, per chiosare l’esito felice di un’osservazione fondata scientificamente ed eticamente – sono ricondotte alla riflessione della sovrastruttura estetica.

In questo senso, lo stridente contrasto tra i paesaggi monocordi di un’economia di sussistenza fondata sull’allevamento e le distese d’erba o quella degradata delle ville feudali e delle manomorte ecclesiastiche appaiono nettamente contrastanti con le geometrie ordinate e razionali della rivoluzione indotta dall’aratro di ferro e dall’introduzione del maggese dopo l’anno 1000, in concomitanza con gli albori della società comunale e protoborghese. E di tanto vi è testimonianza nelle rappresentazioni della pittura e negli studi di archeologia economica.[14]

Per Sereni, in effetti, il senso estetico si definisce modernamente libero dagli idealismi, indaga il nesso Uomo Natura alla ricerca interiore di una cifra unitaria. Ed è in questa chiave che Sereni sembra aver posto il problema del paesaggio la cui estetica si propone come “aspirazione a quella unità tra uomo e natura (implicante l’armonia dell’uomo con sé stesso e in sé stesso, e quindi l’armonia degli uomini nel loro comune consorzio sociale) che secondo le culture si propone come competa restituzione dell’uomo alla natura, oppure completa umanizzazione della natura.”[15]

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[1] V. Furio Jesi, Cultura di destra, Garzanti, Milano 1993, pag. 21

[2] R. Assunto, op.cit., vol. 2°, p. 78. L’A. richiama J.J. Bachofen, Die Landschaften Mittelitaliens, Basilea, 1945

[3] Ivi, pp. 78-79

[4] Ivi, pp. 83-84

[5] Ivi, p. 84

[6] Ivi, p. 80.

[7] Ivi, p. 80

[8] Ivi, p. 85

[9] Ivi, p. 86

[10] Cfr. A. Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di F. Platone, Torino, 1948-1951, Q.19, par. 24

[11] Cfr. Luciano Gruppi, Il concetto di egemonia in Gramsci, Roma, Editori Riuniti, 1972

[12] Assunto cita. L’ideologia tedesca di Marx

[13] E. Sereni, Storia del paesaggio agrario italiano, Bari, Laterza, 1961 – da R. Assunto, op. cit. p. 95

[14] R. Assunto, op. cit, vol. 2°, pag. 97; richiama Sereni alle. pagg. 191-192

[15] R. Assunto, op.cit., vol. 2°, pag. 97