La Cop 24 in Polonia e la delusione degli ambientalisti

di Anna Savarese
Architetto di Legambiente Campania

A Katovice, in Polonia dal 2 al 15 dicembre 2018 si è svolta la COP24, la Conferenza ONU delle Parti tanto attesa perché durante i suoi lavori i 198 Paesi membri avrebbero dovuto valutare anche alla luce del Rapporto 2018 dell’IPCC le azioni messe in campo da ciascuno per la riduzione delle emissioni di gas serra e per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici.

Ciò nel quadro di quanto sottoscritto nella COP21 con l’Accordo di Parigi del 2015 (ratificato per ora da 184 Paesi) che indica gli obiettivi dell’azione globale sul clima, delineando uno scenario a cui tutti devono contribuire per tenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C nello sforzo di non superare la temperatura di 1,5 ° C rispetto ai livelli preindustriali.

Nonostante le grandi aspettative, purtroppo sono state confermate le perplessità della vigilia sulla debolezza della presidenza polacca rispetto alle difficoltà oggettive di negoziare pacchetti di misure proposte dai tecnici al confronto con i rappresentanti politici. La scarsa coesione delle rappresentanze istituzionali è stata addirittura motivo di una proroga di un giorno (la COP24 doveva chiudersi infatti il 14 dicembre) dei lavori per consentire ai 196 governi di trovare un’intesa e non far fallire i negoziati.

A fronte delle parole entusiastiche ufficiali, le regole condivise per rendere operativo l’Accordo di Parigi, non sono state ambiziose, perché sostanzialmente non è stato risolto il problema principale della riduzione delle emissioni di CO2, alla base dell’accelerazione dell’innalzamento della temperatura globale.

Sottolineando che si è registrato quasi uno scontro istituzionale quando Usa, Arabia, Kuwait e Russia non hanno voluto inserire nel documento finale della Cop24 una frase che dava “il benvenuto” al documento dell’Ipcc, preferendo invece una frase più soft, con la quale la Conferenza “prendeva nota” delle indicazioni del documento, il testo del documento conclusivo è particolarmente tecnicistico pur mancando di chiare indicazioni relative al monitoraggio degli impegni in materia di riduzione dei gas ad effetto serra, con riguardo, ad esempio, alle modalità di contabilizzazione e di calcolo delle diminuzioni, o anche alle azioni previste per rendere maggiormente flessibili i percorsi messi in atto dai paesi in via di sviluppo.

Il fronte ambientalista è rimasto estremamente deluso dagli esiti di Katovice, soprattutto in considerazione del livello di allerta, ormai pressoché universalmente riconosciuto al confronto con i dati scientifici emersi nell’ultimo rapporto dell’Onu che segnala il pericolo di un superamento dei 2° di riscaldamento, raggiungendo i 3 °C entro fine secolo, il doppio rispetto all’incremento massimo concordato a Parigi, con effetti di innalzamento del livello del mare che coprirà tante isole del Pacifico e coste del Mediterraneo o anche dell’acuirsi degli eventi meteo catastrofici che toccano ampie aree dell’Africa, del Sud-Est asiatico, nonché delle Americhe. Il tutto comportando vittime, sfollati, ma anche tanti ulteriori “migranti climatici”, senza tralasciare gli aspetti economici.

Con riguardo all’Italia, il CNR-Isaac ci ha presentato il 2018 come l’anno più caldo dal 1800 ad oggi. Secondo il ricercatore Michele Brunetti, responsabile della Banca dati di climatologia storica dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima di Bologna, “l’anomalia del 2018, se presa in esame singolarmente, non ci permette di trarre conclusioni relativamente alle tendenze in atto; tuttavia, se vista nel contesto degli ultimi 220 anni di storia climatica dell’Italia, è l’ennesima conferma del fatto che siamo in presenza di un cambiamento climatico importante per il nostro paese. Significativo è il fatto che tra i 30 anni più caldi dal 1800 ad oggi 25 siano successivi al 1990. L’eccezionalità del 2018 non ha interessato solo l’Italia, l’anno appena concluso è risultato il più caldo da quando sono disponibili osservazioni anche per Francia, Svizzera, Germania e Austria”.

Ma un ulteriore critica mossa dagli ambientalisti agli esiti della COP24 riguarda la scarsa attenzione posta alle popolazioni più vulnerabili di fronte ai cambiamenti climatici, in quanto “il documento conclusivo non include i temi dei diritti umani, della sicurezza alimentare, dell’uguaglianza di genere”. Anche la promessa di 128 milioni di dollari da stanziare per il Fondo d’adattamento non è suffragata da sufficienti garanzie che essi saranno realmente appostati pur essendo la cifra estremamente irrisoria rispetto alle necessità delle nazioni più esposte agli effetti dei cambiamenti climatici e già da adesso in condizioni di estrema povertà.

In definitiva gli Stati hanno rinviato il problema alla COP25 che si terrà in Cile nel 2019. Ha vinto la “sovranità energetica” prima propugnata dal solo Trump seguito nella COP 24 da Russia, Australia, Arabia Saudita, Brasile, Sudafrica, India, Argentina, Canada e altre Nazioni.

L’Europa, sia per le spinte sovraniste di alcune nazioni, sia per l’incapacità di ergersi a guida della transizione dopo l’Accordo di Parigi è stata forse la vera “brutta sorpresa” di Katovice. Contro l’appello degli scienziati dell’Onu che stimano in appena 12 anni il tempo che ci resta “per invertire la rotta” hanno avuto ascolto le grandi imprese che proliferano sull’utilizzo delle fonti energetiche fossili. Esse hanno ottenuto di poter continuare a inquinare l’atmosfera come stanno già facendo visto che secondo il Rapporto ICAT (Initiative for Climate Action Transparency ben 15 nazioni del G20 hanno battuto tutti i record delle emissioni di gas killer da fonti fossili proprio nel 2017 con l’82% dell’energia totale prodotta grazie alle sempre più ricche sovvenzioni pubbliche, cresciute del 50% negli ultimi 10 anni, e fino al tetto dei 147 miliardi di dollari di sussidi nel 2016.

Unici segnali positivi emergono, oltre che da alcune voci di dissenso provenienti dagli Stati Uniti, dal comportamento alla COP 24 della Cina, che con le sue reti diplomatiche ha giocato un ruolo significativo per evitare il fallimento della conferenza e ha anche appoggiato le posizioni per sostenere la trasformazione verde dei paesi in via di sviluppo.

La Cina sta investendo fortemente nella green economy, anche se si ravvisano ancora luci ed ombre nella sua “transizione verde”. Secondo le Nazioni Unite Pechino è uno dei pochi governi in linea per rispettare gli impegni presi, come raggiungere il picco di emissioni di CO2 entro il 2030 e portare la quota di rinnovabili al 20%. L’obiettivo di ridurre del 40% l’intensità di carbone per punto di Pil, inizialmente previsto per il 2020, è stato realizzato già la scorsa estate. Oggi la Cina è leader globale nel finanziamento delle energie pulite con 40 miliardi di dollari di investimenti in tutto il mondo e il 60% della produzione mondiale di celle solari che hanno fatto crollare nel 2017 l’intensità di carbonio del 46% rispetto ai livelli del 2005, ed è il più grande mercato al mondo di veicoli elettrici con circa 777.000 vetture vendute nel 2017. Dal lato delle ombre, invece, il rallentamento nei tassi di crescita ha indotto scelte di riapertura di centrali a carbone e la stessa Nuova Via della Seta, il grande piano di interconnessione globale ideato da Xi Jinping, è fortemente incentrato sul ricorso a combustibili fossili. In ogni caso sia pure in un altalenante contrasto tra le politiche energetiche interne e gli impegni assunti a livello internazionali, certamente la Cina potrà orientarsi ad assumere un ruolo leader nelle politiche mondiali per il clima.

Se l’Europa saprà cogliere la novità espressa dalla Cina, pur in alcune non risolte contraddizioni, si potrà ancora sperare che nella COP 25 in Cile finalmente si pervenga alla costituzione di una vera governance mondiale che sappia assumersi la responsabilità di risolvere i problemi connessi ai cambiamenti climatici, non lasciando le soluzioni che diverranno sempre più difficili alle future generazioni.

W Savarese La Cop 24 in Polonia e la delusione degli ambientalisti