L’attualità di Giuseppe Toniolo e Frédéric Le Play

di Giuseppe Manzato – Doc. Sociologia, Università di Ca’ Foscari Venezia – Facoltà di Teologia del Triveneto e ISSR di Padova

Giuseppe Toniolo
Giuseppe Toniolo

Diverse e significative, le occasioni di riflessione e di studio intorno alla importante figura di Giuseppe Toniolo a cento anni dalla morte (1918), come il Convegno Nazionale di Studio del 24 novembre scorso all’Università Cattolica di Milano, che ha visto la presenza di valenti studiosi del mondo cattolico e non solo. Cuore del convegno, la vicenda intellettuale dell’economista e sociologo trevigiano, formatosi all’Università di Padova e che, a parte una breve parentesi all’Università di Modena, per tutta la vita è stato docente ordinario di Economia Politica all’Università di Pisa, un Ateneo – specie nella seconda metà dell’Ottocento – tutt’affatto vicino alla cultura cattolica; particolare non secondario e che rende ancor più significativo, il valore del pensatore veneto.

Profeta ineccepibile, di quella che potremmo definire una modernità mancata; basti pensare al cosiddetto principio di sussidiarietà, tutt’ora, praticamente, inattuato, e all’impegno profuso nella diffusione della Dottrina Sociale della Chiesa, a partire dalla Rerum novarum di Leone XIII, di cui fu stimato consigliere e amico. «Non tanto un uomo del suo tempo, ma un uomo del tempo, per il tempo», come ha affermato Stefano Zamagni in occasione del Convegno milanese. Ricorda Marco Zabotti, autore di un’agevole stesura intitolata, Giuseppe Toniolo Nella storia il futuro, e pubblicata dall’editrice AVE di Roma: «Il docente pisano (di adozione) promuove la nascita delle Settimane Sociali, che si inaugurano a Pistoia nel 1907, orientate a esaminare i problemi più sentiti delle realtà popolari, in linea con la dottrina sociale della Chiesa.

Nel 1908 pubblica il Trattato di Economia Sociale, tra i suoi scritti più importanti, che influenza notevolmente il percorso del movimento cattolico agli inizi del Ventesimo secolo. Offre il proprio contributo per la nascita dell’Azione cattolica e della Federazione universitaria cattolica italiana (Fuci). Scrive e opera intensamente per far sorgere il progetto dell’Università cattolica in Italia, che proprio al Toniolo intitolerà l’Istituto di Studi Superiori del futuro ateneo creato nel capoluogo lombardo. Nel 1917, durante la Grande Guerra, sollecita papa Benedetto XV alla costituzione di un Istituto di diritto internazionale per la pace. Nei suoi studi e nella sua vastissima produzione scientifica sostiene il primato dell’etica sull’economia fondata sulla centralità della persona umana. Fu cristiano laico del Concilio, prima del Vaticano II, propugnò la giustizia sociale, la solidarietà e l’idea di una democrazia ispirata al Vangelo e al bene comune».

Nel suo insegnamento e nelle sue opere, emergono temi di una attualità, evidentemente pregnante: un modello di sviluppo sostenibile, efficiente, ordinato e giusto; la collaborazione tra imprenditori e lavoratori nell’interesse dell’impresa; la creazione di cooperative di credito, casse di risparmio, banche popolari e casse rurali cattoliche; l’aiuto concreto per il miglioramento delle condizioni di vita delle classi più povere, a cominciare dalla giusta retribuzione per l’opera svolta; la tutela dei diritti delle donne e dei giovani, il riposo festivo, la limitazione delle ore lavorative; la difesa della piccola proprietà: la libertà di associazione. «Solamente una finanza, un’economia e un profitto legati all’etica possono garantire la centralità dell’uomo; l’uomo, infatti, deve essere il fine tanto della finanza, quanto dell’economia, quanto del profitto», come ha ricordato il Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia in occasione del Festival della Dottrina Sociale della Chiesa a Verona nel settembre 2012.

È proprio il Trattato di Economia Sociale che fa di Toniolo, anche un sociologo; oltre all’impegno attivo, concreto nella realizzazione di iniziative di carattere cooperativo e mutualistico. Pure non figurando tra i «classici» del pensiero sociologico – oltre all’importanza dell’economia come disciplina sociale e al fatto di essere un contemporaneo di Simmel, Durkheim, Weber e altri maestri della nascente disciplina sociologica – è proprio la questione della sussidiarietà, modello di organizzazione politica e sociale del consorzio umano, che tratta della relazione governati-governanti, capitale-lavoro, locale-globale, che lo colloca, anche, nella Sociologia.

Medesima sorte e medesimo impegno quello di un contemporaneo francese, Frédéric Le Play, ingegnere minerario con la passione per la ricerca sociale che, con il suo metodo della osservazione partecipante, anticipa i più noti studiosi della Scuola di Chicago. Autore di ricerche di respiro europeo ed extraeuropeo, destinate alla pubblicazione in diversi paesi europei e non (tra queste bisogna ricordare almeno, Les ouvriers européens del 1855 e Les ouvriers des deux monde, pubblicata postuma nel 1885 dai suoi collaboratori) al pari del Toniolo è attento all’indispensabile autonomia della comunità locale, quale fondamento di organizzazioni sociali stabili, anche nella complessità. E sin dal 1882, anno della sua morte, destina tutte le sue opere come offerta al Pontefice, Leone XIII che, anche da questo studioso, oltre che da Giuseppe Toniolo, attingerà senz’altro per la sua Rerum Novarum. «Per Le Play, i popoli sono formati non di individui ma di famiglie, e la società risulta stabile e prospera quando non pone intralci alla comunità familiare nel soddisfare i due bisogni essenziali dell’uomo: il pane quotidiano e la pratica della legge morale ch’egli fa coincidere con il Decalogo, per la valenza universale dei comandamenti. Compie l’indagine sulle condizioni materiali e sui comportamenti etici della famiglia, analizzando i bilanci domestici e raccogliendo ogni dato per formare delle monografie estremamente dettagliate». Centinaia di monografie, per mostrare che, a famiglia stabile corrisponde società stabile; conclusione assolutamente logica e assolutamente attuale, quantomeno, quale motivo di riflessione.

Per quanto riguarda una reale riforma dell’organizzazione pubblica, la sussidiarietà, nella visione di queste due figure dell’Ottocento si può così sintetizzare: «Lo Stato deve farsi da parte di fronte alla realtà locale che si esprime nel Comune, riservando a sé quel minimo di funzioni che sono di sua diretta pertinenza: diplomazia, forze armate, affari generali. Per il rimanente, sia la comunità locale a realizzare una piena partecipazione, intervenendo in ogni altro ordine di competenze. Su un piano territorialmente più vasto, come quello della Provincia, secondo i tradizionali schemi dell’ordinamento amministrativo, deve potersi formare una classe dirigente più compatta, espressione delle persone più valide dal punto di vista della virtù, del talento, della ricchezza, che si ponga gratuitamente al servizio dell’intera società. La stabilità del governo centrale si affida all’accentramento delle funzioni politiche, liberandolo da ogni altra funzione che va invece decentrata ai poteri locali, competenti in una vasta gamma di materie, quali: l’assistenza, l’istruzione, il commercio e l’industria, perché siano i cittadini liberamente associati a provvedere. Solo in questo modo si può realizzare la vera riforma sociale, che muove da una riforma interiore della persona dentro alla sua comunità familiare, mettendo ciascuno in grado di comprendere la propria e l’altrui identità culturale». Una lettura, a parte qualche tono eccessivamente ideale, che propone una organizzazione dello Stato moderno, alternativa e opposta al modello centralista giacobino che, più tardi, avrà la sua eredità nelle formule accentrate e stataliste di ispirazione storicista e del materialismo storico-dialettico. Si tratta di una proposta socio-politica che mette al centro la persona e la sua partecipazione attiva e responsabile alla cosa pubblica, a cominciare proprio dai luoghi dalla prima comunità di appartenenza, dove maggiormente, le persone esprimono la loro responsabilità sociale e creativa.

Anche nel Novecento un filone di pensiero cristiano francese, da Maritain a Mounier, riflette direttamente o meno a partire dalle anticipazioni di Frèdèric Le Play e di Giuseppe Toniolo, sulla costruzione dell’ideale comunitario che contrappone la persona con i suoi referenti storici e metastorici all’individuo sociale del materialismo storico e dialettico. Chiarisce Ulderico Bernardi: «In questa visione cristiana del mondo, le ragioni della persona nella comunità, vanno oltre i rapporti dell’individuo nella collettività». Al riguardo ritorna preziosa la lezione di Jacques Maritan: «L’uomo e il gruppo sono avviluppati l’uno nell’altro, e si superano l’un l’altro secondo differenti rapporti. L’uomo trova se stesso subordinandosi al gruppo e questo non persegue il suo fine se non servendo l’uomo e sapendo che l’uomo ha dei segreti che sfuggono al gruppo, e una vocazione che il gruppo non contiene». «Tutti elementi che l’idolatria del partito e dello Stato cancella – riprende Bernardi –, con conseguenze luttuose, come sostiene Simone Weil, cui ci si sottrae solo riconoscendo che “nell’universo, accanto alla forza, opera un principio diverso dalla forza, che quanto fa ubbidire la forza cieca della materia non è già un’altra forza più forte: è l’amore”. Conseguentemente la vita sociale va orientata a questa realtà situata fuori del mondo, conciliandovi i bisogni terreni, facendo dell’uomo l’intermediario fra il bene assoluto che è in cielo e la necessità che abita in terra». Anche in Simone Weil, che pure per tanti aspetti è distante da Le Play e da Toniolo, si ritrovano le tematiche della relazione tra persona e comunità, tradizione e modernità che, lo Stato moderno, la società moderna, tende a spezzare (e che l’attuale seconda modernità [Cfr. U. Beck] ha certamente spezzato; basti richiamare la categoria della modernità liquida di Bauman), provocando lo sradicamento, ciò che per la giovane professoressa di filosofia, rappresenta la grande malattia del Novecento. Uno sradicamento, che nella cancellazione del passato e nel disfacimento della famiglia trova rigogliosi epigoni proprio nella nostra contemporaneità. Scrive la pensatrice francese: «L’idolatria dello Stato ha soppresso le piccole comunità: se lo Stato ha ucciso moralmente tutto quel che, da un punto di vista territoriale, era più piccolo di lui, ha anche trasformato le frontiere territoriali nelle mura di un carcere, per imprigionarvi i pensieri. Con al sconfitta subita dalle piccole comunità nella loro identità culturale connessa alla conoscenza del proprio passato, si è perso il bene più prezioso dell’uomo nell’ordine temporale, cioè la continuità nel tempo, di là dei limiti dell’esistenza umana …».

Frédéric Le Play e Giuseppe Toniolo si inscrivono in quella teleologia della storia che, a un certo punto, vede un’altra grande figura di politologo e sociologo, oltre che di uomo politico, Luigi Sturzo (in questo solco andranno considerati – almeno – anche Alcide De Gasperi e Giorgio La Pira) che, proprio nel 1919, cento anni or sono, fondava il Partito Popolare Italiano, ispirato ai principi della Dottrina Sociale della Chiesa. Il principio di sussidiarietà in Luigi Sturzo si declina in un forte impegno autonomista. In un’opera matura come La regione nella nazione, scritta in un anno cruciale per le sorti future del paese, il 1948, l’uomo politico siciliano scrive: «La soluzione unitaria non poteva cancellare né cancellò mai la regione italiana, come non cambiò l’indole e le caratteristiche delle singole popolazioni, plasmate da secoli di civiltà con varietà notevoli di fattori geografici e ambientali indistruttibili. Le culture locali si nutrono di spirito unitario ma, la regione in Italia è un fatto geografico, etnografico, economico e storico che nessuno potrà mai negare. La storia ci ha plasmati in mille modi, dando a ciascuna zona la sua caratteristica, la sua personalità, una e multipla allo stesso tempo. Così il sociologo cattolico indica le linee di cooperazione fra Stato e regioni: Dopo ottantanove anni di asfissiante uniformismo e monopolismo centralizzato, che l’Italia abbia, come tutti i paesi moderni e civili, una vita politica e amministrativa più articolata, un controllo pubblico più efficiente, una giustizia distributiva più proporzionata: ecco gli scopi del sano e vero regionalismo».

A settant’anni dalla stesura sturziana e grosso a modo a un secolo e mezzo dalle indicazioni di Frédéric Le Play e di Giuseppe Toniolo, le questioni toccate – pure nel doveroso registro della sintesi – e che si riassumo nel principio di sussidiarietà, rappresentano ancora l’urgenza di un disegno politico da affrontare e, possibilmente, realizzare. Ecco perché, in apertura, si è parlato di modernità mancata, con una serie di conseguenze ben note sia agli addetti ai lavori sia a larga parte del corpo civile e sociale del paese.

Sullo sfondo, la “vecchia” questione federalista, semplicemente irrisolta. Una modalità di organizzazione dello Stato, nelle sue dinamiche tra centro e periferia che, fino a qualche decennio fa invocava, ad esempio, l’accentramento di competenze come la Moneta, gli Interni, le Forze Armate e la Politica Estera, per decentrare, assegnare, tutte le altre funzioni alle realtà territoriali. Oggi, è sufficiente pensare alla funzione monetaria che presenta un governo e un “respiro” europeo, per capire che, tale modalità è ancor più difficile da realizzare, se non con eventuali aggiustamenti che, gioco-forza, devono considerare relazioni di mercati finanziari e economici globali, nonché fenomeni come l’immigrazione dal sud e dall’est verso il nord del mondo. Ecco che, possibili forme di organizzazione statuale e sociale sul modello federalista, dovrebbero considerare applicazioni su macro-aree geografiche e socio-culturali. Rimane, invece, aperto, il dibattito su un auspicabile rafforzamento delle autonomie locali. Ma si tratta di un discorso a “corrente alternata” e che solo in alcuni momenti – magari in prossimità di eventi elettorali – sembra acquisire una certa priorità. Una questione, insomma, che non sembra avvertita in modo così diffuso in tutte le realtà territoriali e che, eventualmente, chiederà tempi ancora lunghi.

Così come, in fondo, rimane poco noto il contributo del pensiero cattolico in questa direzione. Il principio di sussidiarietà è profondamente debitore ai pensatori cattolici degli ultimi due secoli e, proprio perché ispirato alla Dottrina Sociale della Chiesa, cioè all’umanesimo cristiano, offre prospettive di applicazione universalista, quindi anche aconfessionale. Non a caso, in questa pur breve disamina è stata ricordata Simone Weil, non cattolica, anche se sensibile alla spiritualità cristiana, ma è utile, quantomeno come indicazione storiografica, nominare figure come il repubblicano Carlo Cattaneo e il socialista “riformista” Joseph Proudhon, sicuramente impegnati sul fronte federalista e della sussidiarietà.

Poco noto, il contributo del pensiero cattolico – a proposito degli studiosi chiamati in causa –, anche in ordine alla difesa della piccola proprietà intensiva, delle piccole imprese, di quelle stesse idee che avrebbero portato cent’anni dopo i cattolici a pensare e a forgiare la Comunità europea.

Un contributo riemerso (in verità, più per gli specialisti dei fatti sociali), nel centenario del Toniolo e, probabilmente, certa ribalta sarà attiva anche per questi cento anni di fondazione del Partito Popolare. Ma, appare difficile, poter stabilire se, e quanto, possa ancora influire su larghe platee sociali – pure nella proposta di tematiche che hanno tensioni trasversali e universalistiche –, anche in forza degli effetti di una secolarizzazione, questa sì, piuttosto diffusa e assimilata.

GF Manzato L’attualità di Giuseppe Toniolo e Frédéric Le Play