La vita del grande pellegrino d’Europa – Giordano Bruno il sacro delle religioni come unità di pace

sabato 17 febbraio 2018 a Palazzo Reale di Napoli

di Gily Reda

A leggere la vita di Giordano Bruno nelle 865 pagine scritte da Vincenzo Spampanato nel libro del 1904 riedito nell’88, è facile stupirsi del tanto peregrinare nell’Europa, cosa che oggi sembra a tanti una novità. Ma da poco è nata solo l’Europa della pace, il ‘sogno europeo’, che pure continua ad avere tanti nemici prepotenti nella finanza e nella politica. La sognavano i dotti, questa Europa di pace, ne discutevano insieme come di un sogno comune, parlavano tutti in latino; ma anche i soldati coi loro dialetti portavano dappertutto, insieme alla morte, le abitudini straniere, e le loro mogli e figli. Genti, Università e corti sovrane respiravano l’Europa, una cultura comune fatta di leggi dell’Impero Romano, Bizantino e poi del Sacro Romano Impero – insieme con fiabe e storie. Le leggi giù difendevano punti di vista ‘occidentale’, se paragonati alla legge del taglione e all’ordalia – ma anche queste entravano nelle culture e leggende d’Europa.

I sentimenti civili di identità ed estraneità generavano guerre e discussioni continue: non bisogna inventare tutto da zero, negli attuali discorsi dell’interrelazione e dell’inclusione. Come artefici di pace, i dotti creavano le difese della cultura mentre come astuti tecnici perfezionavano le offese belliche: idee giusnaturaliste e macchine da guerra con le strategie d’uso – erano saperi comuni.

I problemi dell’uomo sono sempre nuovi ma sono anche perenni: il viaggio ad esempio, l’incrocio degli intrecci delle reti che è protagonista dell’oggi come simbolo stesso del tempo nostro, ed è forse la migliore linea conduttrice per evocare la grande storia di Giordano Bruno a 418 anni dalla morte: che sono anche 460 dalla nascita – il 2018 come anno della fenice annoda il rogo alla nascita: Bruno si raccontò con l’immagine di un neonato che non sgozza il serpente, come fece Ercole: ma che grida e configge il male. Di figura minuta, puntava sulla sua grande voce.

Oggi che siamo attenti alla vita in divenire veloce, Giordano Bruno si fa ricordare come pensatore della materia animata; oggi che meditiamo la creatività, Giordano Bruno torna in piedi per i meccanismi della memoria (di lì a poco Pascal e Leibniz sulle sue trace iniziano la logica binaria); oggi che la cultura delle immagini stenta a capire il sapere, Bruno offre una mirabile teoria del sapere per immagini.

Quando Bruno lascia Nola e poi Napoli inizia una migrazione, che, dice Deleuze, è un cammino che non prevede il ritorno dell’eguale. Ogni incontro impressiona e cambia, fa dei pellegrini “deserti popolati di tribù”, intenti alla narrazione e rinarrazione di memorie, di ‘autocoscienza’. Partito per fuggire il conformismo di conventi e accademie che impedisce la nuova era, … inizia in realtà un ventennio di glorie e di fughe coraggiose, di mai intermessa speranza.

Si era appena agli inizi della riflessione sul diritto del tempo di guerra e fiorivano le Utopie: acme del pensiero simbolico, esse sono un’idea non solo architettonica dello spazio di vita, che giuda l’immaginazione, per Aristotele fonte di conoscenza. L’Utopia è il sapere che più da vicino guida l’azione – ed è né giudizio storico né progetto politico – ma è tutt’altro che inutile… il mondo dell’uomo è figlio delle utopie… Tommaso Moro, Amos Comenio, Erasmo, Bruno e Campanella sono i veri creatori dell’Europa della Pace.

Bruno viaggiatore d’Europa tentò anche di tessere la rete degli uomini di buona volontà. Ma è anche un pensatore dell’estetica come percettologia, e nel Rinascimento scrisse una mirabile teoria della conoscenza per immagini. È un intellettuale stranamente contemporaneo, più di altri classici perché è più avanti dell’oggi, se appena si scrosta il tanto silenzio che l’ha circondato. Non riconosciuto per due secoli, tornò con forza quando Jacobi e Schelling ne diedero la stessa lettura dialettica come Hegel; con Bertrando Spaventa il suo nome tornò infine nel paese del Papa: ma già Monti aveva a suo tempo ricordato “quanto dovessero a Giordano il Gassendi, il Cartesio, il Fontenelle, il Leibniz e lo Spinoza” (p. 594).

Ci si riferiva alle opere del suo teatro filosofico, come si fece poi fino agli anni ’50 del ‘900 – solo Felice Tocco alla fine dell’800 aveva dato importanza delle opere latine – la mnemotecnica, base della logica binaria, diventata perciò primo oggetto di interesse; ma con le ricostruzioni di Frances Yates il panorama è cambiato: le sue immagini, la lettura storica delle opere, ha tratto alla luce una filosofia di sorprendente novità e solidità, una filosofia delle immagini – non a caso Yates aderiva alla Warburg Library, dov’è nata l’iconologia con Gombrich e Panofsky.

Perciò, se lo ricordiamo sabato mattina 17 febbraio nella Sala dell’Accoglienza del Palazzo Reale di Napoli alle 9.30 e pubblichiamo qualche suggerimento di lettura: non è per emulare quelli che a fine ‘800 esaltavano Bruno come eroe del libero pensiero, animando contestazioni di piazza in nome di chi si batté tutta la vita per la pace.

È un invito a rileggere con occhio attento parole vive. Sull’immagine, sui simboli, temi oggi così attuali – si scoprono le idee chiare di Bruno. Non meraviglia chi sa quanto fosse vasto ed arguto il suo pensiero forte, ricco di asserti delineati e di problemi ben posti. Dalla superficialità dell’oggi, a leggere queste contese si ha la sensazione della meschinità del presente, così superficiale negli approfondimenti e nelle discussioni sostenute da metafisiche della liquidità e dell’esibizione. Bruno è certo purtroppo esibito meravigliosamente dal suo rogo: ma il progresso delle loro idee ha generato una società che seguita a perseguitare i Mercuri inviati dagli Dei, come si definiva Giordano Bruno – ma nell’Europa della Pace, ci sono migliori garanzie. Tocca a noi renderle sempre più forti.

W Editoriale 3-18 La vita del grande pellegrino d’Europa

Giordano Bruno: un filosofo che pensa per immagini (1)

di Clementine Gily Reda
Aby Warburg scrive a Toni Cassirer il 6 marzo 1929, “Giordano Bruno come un uomo che pensa per immagini”1. Toni è la moglie di Ernst Cassirer, il filosofo che nella Warburg Library aveva parlato del concetto di ‘idea’ in Platone, argomentando che la parola, così vicina ad eidola – idola, figure – non avesse per Platone quel senso che poi platonici ed aristotelici hanno dato alla parola ‘idea’: è quello d’oggi – un che di astratto – una parola… e tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Avere una idea… ecco l’intellettuale!!
L’argomentazione di Cassirer invece dimostrava che già in Platone è possibile ritrovare l’importanza del pensiero simbolico, il punto centrale della sua filosofia (Filosofia delle forma simboliche). Così le ‘figure’ degli Dei che compaiono nel dialogo Lo Spaccio della Bestia Trionfante di Giordano Bruno, si dimostrano ‘statue’: cioè artefatti che si possono guardare nelle diverse prospettive offerte dai loro volumi, diversamente dalla pittura… come i simboli, hanno un loro senso ma consentono di creare da sé ogni volta la propria personale prospettiva.
Creare parole significative come simboli è dare spunti al pensiero. Lo è anche creare ‘parole nude’ dice Bruno, essenziali. Statue oppure Disegni. Pensiero simbolico è il mito, oggi tanto studiato da antropologie, letterature e filosofie storiche; ma lo è anche la parabola o la fiaba, l’esempio parlante sul palcoscenico dell’immaginario. Questa è breve e melodica, guida la ripetizione creativa dell’ascolto; l’altra, fonda sull’improvvisazione, sia nella forma della fuga o in quella del jazz, da Bach a Satchmo.
Nel pensiero mitico il passaggio tra magia, rito e sapere è continuo – l’esempio è Giordano Bruno e tanti uomini del Rinascimento – alchimia magia ed astrologia sono per loro una sola cosa con chimica, scienza ed astronomia. L’aristotelico Pietro Pomponazzi sostenne che la magia è un modello di ricerca scientifica alternativo al tomismo scolastico, al sapere geocentrico delle Accademie. Sarà il pensiero ‘moderno’ che inizia con Cartesio e Galilei a creare il muro tra scienza e filosofia facendo nascere l’Illuminismo e la scienza computata del pensiero binario, e con i suoi successi la convinzione che la Ragione poteva tutto. Una illusione che il Novecento scientifico ha abbandonato, senza vincere però lo scientismo, diventato informatico con una parzialissima interpretazione della grande risorsa del pensiero binario. Che fu conquista filosofica, argomentata in duemila anni di riflessioni… che per chi le conosce si dimostrano ancora attuali.


1 Da A. Warburg E. Cassirer, Il mondo di ieri, Aragno, Torino 2003; nell’Introduzione di Maurizio Ghelardi sono le citazioni indicate con la pagina, tolte da A. Warburg, Tagebuch der Kulturwissenschaftlichen Bibliotek Warburg, hrsg.v. K. Michels u. Ch. Schoell-Glass, Berlin 2001.

GF GB Giordano Bruno, un filosofo che pensa per immagini (1)

Giordano Bruno, cittadino del mondo. Napoli e Nola, 17 e 18 febbraio 2017

GIORDANOBRUNO_BANNER-01

Il pensiero di Giordano Bruno continua a conoscere una grande fortuna in vari Continenti: grazie a una rete di studiosi creata dall’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, da oltre un trentennio sono in corso traduzioni delle sue opere in Cina, Giappone, Brasile, Russia, Germania, Francia, Spagna, Romania, Bulgaria.

A 417 anni dal rogo di Campo de’ Fiori, due giornate saranno dedicate ad alcuni grandi temi della sua filosofia: la tolleranza, la lotta ai fanatismi religiosi, l’intreccio tra i saperi (dalla letteratura alla cosmologia, dalla scienza alla gnoseologia)

Venerdì 17 febbraio:

Ore 9.00 Nola
Cerimonia di deposizione della corona al monumento di Giordano Bruno

Ore 10.00 Città della Scienza, Napoli 
PRIMA SESSIONE
Bruno contro i fanatismi religiosi
Dialogo tra Aldo Masullo e Nuccio Ordine. Coordina Edoardo Massimilla

Ore 11.30 Città della Scienza, Napoli 
SECONDA SESSIONE
Bruno tra cosmologia e filosofia
Dialogo tra Miguel Angel Granada e Massimo Capaccioli. Coordina Pietro Greco

Ore 15.00 Napoli Federico II
TERZA SESSIONE
Le traduzioni di Bruno in Europa, Asia e America
Indirizzo di saluto di Gaetano Manfredi.
Tavola rotonda coordinata da Nuccio Ordine . Intervengono:
Pasquale Sabbatino e Tiziana Provvidera
Cina: Tian Shigang (Pechino)
Giappone: Morimichi Kato (Tokio)
Brasile: Luiz Carlos Bombassaro (Porto Alegre)
Russia: Andrei Rossius (Mosca)
Germania: Thomas Leinkauf (Munster)
Spagna: Miguel Angel Granada (Barcellona)
Francia: Yves Hersant (Parigi)
Romania: Smaranda Bratu Elian

Sabato 18 febbraio: Nei luoghi bruniani

Ore 9.00 Nola
Bruno incontra il territorio.
Chiesa SS.Apostoli: gli studenti di Nola e negli Istituti di Marigliano, Palma Campania, Cicciano, Acerra, Saviano

Ore 15.00 Castelcicala, Cimitile
Visita alle Basiliche Paleocristiane di Cimitile, al Museo Archeologico e a Castelcicala

Giordano Bruno, tanto amato dall’esoterismo

di C. Gily Reda
L’Atrio di Apollo, logo di OSCOM è una macchina della memoria
L’Atrio di Apollo, logo di OSCOM è una macchina della memoria

C’è un motivo chiaro dell’interesse per Giordano Bruno di chi ama il pensiero esoterico: il fatto che lui coltivasse lo stesso campo di interessi, l’ermetismo, bensì condividendolo con la filosofia di ascendenza aristotelica e platonica: dando tra l’altro sempre mostra di una memoria perfetta, tanto da essere accusato di plagio, quando citava le proprie conclusioni citando anche le fonti. Che erano Platone Averroè ed Aristotele, certo, ma poi anche i tomisti medievali e Lullo, i filosofi del Rinascimento e i testi ermetici. Molto vicino nel tempo a Ficino, Pico della Mirandola, Copernico… e spesso nei dialoghi cita tutti molto a proposito, nello specifico delle loro dottrine, interpretandone il senso nella sua propria originalità.  Nei tempi in cui non solo non c’erano i computer, ma scarseggiavano molto i libri ed erano costose anche le penne e carte, per non dire delle stampe e delle incisioni, la memoria non era solo una dote ma una capacità professionale indispensabile a tutte le professioni umanistiche, amministrative, giuridiche. Perciò Bruno come tanti metteva a punto macchine della memoria sempre più perfette: questa citata a sinistra, ben tondeggiante, è quella della sapienza, di Apollo, del Sole. Tutte queste ‘macchine’ giocano su simboli e analogie per guidare la memoria con le immagini: ecco la spiegazione per cui una filosofia razionale e profetica, adatta ai nostri giorni, suscita molto interesse negli esoterici.

Però: è una filosofia della luce. Convinta del potere della Ragione Umana e del dialogo aperto– che non è Divina ma sa argomentare.

Questo capirono i Giordanisti, questa setta basata su un’idea irenica della religione, di cui lo stesso

Bruno parlò al tribunale dell’Inquisizione. L’indagò in tutte le sue ipotesi Frances Yates, la ricercatrice del Warburg Institute che approfondì l’importanza degli scritti ermetici di Bruno, cui ad esempio in Italia sino a quasi la metà del secolo scorso avevano fatto attenzione solo Felice Tocco e Antonio Corsano. Yates ne ricavò una complessa ricostruzione dell’arte della memoria elaborata dall’ermetismo, dedicando molti capitoli anche ad altri autori del Rinascimento.

Per illustrare la sua tesi sui Giordanisti, si chiedeva “Non può essere significativo che Giordano Bruno predicasse non solo ai luterani tedeschi ma anche ai cortigiani dell’Inghilterra elisabettiana?”:[1] tanta attività era accolta da coloro che, stanchi delle lotte di religione, creavano reti tese alla pace in Europa – e la tesi di Yates è che sette come i Rosacroce, i Giordanisti, i Massoni, organizzassero a proprio modo nel tempo una convinzione comune – tutte storie bensì ipotetiche per la loro natura segreta, ma tracciate da molte attestazioni. Ovviamente Bruno è diverso: l’anima ermetica e filosofica sono tutt’e due scritte, argomentate con simboli che, compresi e argomentati, si chiariscono: tutta la letteratura su di lui che ormai è internazionale e poderosa, lo dimostra. Questo non interessa chi guardi i libri di Bruno dal di fuori, ci vuole professionalità per seguire i motivi platonici aristotelici copernicani ed averroisti che s’intersecano nel suo pensiero originale: ciò che spiace al mondo superveloce.

Le due anime di Bruno si rispecchiano nella nova filosofia di Bruno, disse Schelling che seguì Jacobi nel ridare luce alla filosofia di Giordano Bruno all’inizio del 1800, dopo secoli di flusso carsico, segreto, che pure influì su tanti nel 6-700, dando qualcosa ad ognuno: un’altra storia ipotetica, vista la forza dell’Inquisizione e il rogo dei suoi libri. Ma molti libri furono conservati, portati in giro in Europa da un suo seguace, il Dicsonio del De la Causa Principio et Uno,[2] vale a dire quel Dickson, che con Toland (teorico inglese della religione naturale) diffondeva proprio il dialogo in cui Bruno parlava dell’istituzione di una nuova religione, Lo spaccio della bestia trionfante. I dialoghi sono la parte chiara del pensiero di Bruno, quella che Bruno definiva ‘la chiave’; parlava del mistero, dell’esoterico, solo nella parte che lui chiamava ‘le ombre’: quella trattata di più dagli esoterici contemporanei.

L’autodefinizione di Giordano Bruno sta in uno di quelli che lui chiamava ‘vessilli’, i simboli per la memoria, che in linguaggio nostro si può chiamare ‘slogan’ o ‘logo’: “A – GIORDANO con la chiave e le ombre”[3]. Per coloro che conoscono la filosofia e sono in grado di capire i simboli, essi sono un modo rapido per dire le cose, non sono la cosa in sé; sono il dito che indica la stella: conta la stella, non il dito. L’anima esoterica delle ombre, come in tutte le filosofie greche, si basa sul senso che si fa esplicito nella chiave, l’exoterica, la comunicazione misteriosa, che ognuno capisce a suo modo, assicurando il consenso senza entrare in polemiche con quel che non intende – perché qui occorre studio per non confondersi. Coloro che ignorano la filosofia e si fermano ai simboli, capiscono a lor modo la verità, riescono ad intendere solo se la loro mente è pura. È come quando Gesù parlava con parabole che poi spiegava ai discepoli, raccomandando loro di tenere per sé la spiegazione, di raccontare solo le storie e commentarle a seconda del senso comune del pubblico. Non si vuole un sapere per pochi, come spesso poi nelle associazioni variamente massoniche, è il segreto della comunicazione efficace, non ristretta a pochi sapienti, ininfluente sulla vita degli uomini. Il sapere esoterico, rigoroso, mantiene la comunicazione exoterica, comprensibile a tutti, in equilibrio.

Yates argomenta la sua tesi del legame di Bruno ai Rosacroce, intrecciati al lor nascere con i Massoni e chissà quanti altri credi in Europa. Se solo nel 1646 viene ufficialmente registrata in un documento l’iscrizione di Elias Ashmole alla loggia Massonica di Warrington, dando inizio alla vera e propria storia della Massoneria, il contenuto di un credo simile era già stati portato da Fludd e Vaughan in Inghilterra dalla Germania, dove Bruno scrisse molte opere. Mocenigo denunciò Bruno al Tribunale dell’Inquisizione perché, disse, voleva “farsi autore di nuova setta sotto nome di nuova filosofia” che voleva rinforzare i luterani tedeschi, non a caso aveva pubblicato a Francoforte i suoi noiosi libri in cui esponeva esotericamente le tesi dei dialoghi per gli amici – preparandosi a tentare nuove alleanze col potere – per cui tornò infine in Italia. Così non è incredibile che l’attività dei Rosacroce, che dà segno di sé intorno agli anni ‘10 del ‘600, fosse influenzata dai Giordanisti – già collegati nel nome ai simboli di rose bianche e rose rosse, di cui raccontò Shakespeare; che in Pene d’amore perdute mette in scena un personaggio di nome Bruno; il personaggio ha poche battute, ma coerenti con la sua filosofia e più ancora coi suoi dialoghi inglesi, capiti, ovviamente, a lor modo. E persino di Mozart, riferisce Yates, nel Flauto Magico si sentirebbe l’influsso dell’esoterismo ermetico, teso a rivalutare corpo e sentimenti.

Altrettanto frequente e forte fu la diffusione del culto egizio, evidente nella venerazione del sole, per cui ‘tutto il creato è uno specchio’ che riflette Iside ed Osiride. Vi si richiamava anche Campanella con la Città del Sole ed altri con Eliopoli. Athanasius Kircher professava una magia naturale simile a quella di Bruno, sviluppava la svolta religiosa tentata già da Pico della Mirandola, la sintesi delle tesi fondamentali delle grandi religioni antiche… Insomma, è tanto ampia la quantità di ipotesi e collegamenti tra elementi difficilmente confermabili per il carattere volutamente segreto delle sette, subito solidamente capeggiate da persone di potere, da far ritenere che nella nebbia si debba fare chiarore per affermare, ma ci sono troppi elementi per pensare siano tutte false piste. Si ricordi ad esempio la diffusione del simbolo egizio della piramide, dal Louvre al dollaro americano: certo Filangieri, Frankljn e Washington erano massoni.

Esiste però la possibilità di fare storia, se ci si basa su Giordano Bruno, in cui la parte esoterica è correttamente collegata alla parte exoterica, come nei filosofi greci dell’antichità. Bruno certo ambì al potere, ma non per motivi e modi personali: desiderava il potere di far cessare le guerre e di far vivere in pace gli uomini. Non optò per l’assassinio politico o la sommossa, frequentò le corti d’Europa, dove i potenti lo ascoltassero: e lo fecero dovunque. Ma il progetto di Bruno, la pace religiosa, la fine delle guerre, la comprensione dell’umanità riunita nella fede – era un ideale che ancora oggi sembra davvero difficile.

Proveremo perciò a seguire qualche percorso che faccia intendere i simboli che tanti amano senza sapienza filosofica, aumentando la confusione esteticamente. Ad esempio, il recupero di emozioni e corpo: facile confondere con qualche specie di satanismo, se si prescinde dal fatto che all’epoca la vita degli uomini e la concezione del sapere non era certo new age: oggi l’insistenza di Bruno andrebbe all’opposto, oggi Bruno direbbe che alle emozioni ed al corpo solo la ragione dà misura, l’argomentazione e lo studio guidano a non perdere l’equilibrio della mente. Allora la religione di Savonarola si opponeva al Magnifico Lorenzo, nei conventi si chiudevano i ribelli, il cattolicesimo imponeva il sacrificio come corretta interpretazione della Croce: il discorso opportuno, evidentemente, era diverso. Interpretare vuol dire capire un’espressione in relazione alla storia, che fa capire il tempo e il luogo in cui vien detta e va capita. Bruno diceva qualcosa del genere parlando dell’interpretazione letterale delle Scritture, a proposito di Copernico, nel dialogo La Cena delle Ceneri. Perciò la conoscenza si affida alla parola e alla ragione, quando non vuole restare incerta con i simboli. Che hanno però grande efficacia: proprio perciò, occorre usarli bene, come un’arma troppo potente.

GF GIORDANO BRUNO Gily Giordano Bruno, tanto amato dall’esoterismo

[1]   F. Yates, Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Laterza, Roma Bari 1981, p. 447

[2] G. Bruno, Dialoghi Italiani, a cura di G.Gentile, 2 voll., Sansoni Firenze 1958 (Bari 1927.

[3] G. Bruno, Le ombre delle idee, Rizzoli 1997 p. 180. L’opera fu pubblicata con dedica ad Enrico II di Francia nel 1582, è la prima opera sulla memoria pubblicata e tramandata. Enrico II lo mandò in Inghilterra presso l’ambasciata francese – nel pieno della lotta tra Elisabetta I e la regina di Scozia, Maria Stuarda, ex regina consorte, moglie di Francesco II di Francia.

Salvatore Forte: Il Rinascimento Napoletano

di Clementina Gily

rinapoletanoLe immagini non sono una scienza esatta ma un invito a camminare. Non tentano di conseguire la verità, non si cerca la copia nei capolavori. Il colpo d’occhio punta su qualcosa e ne discute con chi passa e commenta – nel disegno come nella fotografia e nel cinema. Dipinti classici ed astratti, statue, design e musica – si vogliono far riguardare, cercano di fermare l’attenzione con una dissonanza che invita a riflettere: sono solo una lettura ipotetica, che cerca di condividere un punto di vista.

Perciò per imparare a leggerle bisogna camminare molto e spesso in circolo: è quel che induce a fare Salvatore Forte con le passeggiate napoletane – allestite in augmented reality per chi voglia praticarle in città, come per chi voglia cogliere le app fotografate nel testo. Nell’introduzione di Il Rinascimento napoletano e la tradizione egizia segreta, IVI 2015, l’autore spiega questo intento di turismo di classe, realizzato con appuntamenti frequenti in città, col sostegno però di questo breve libro che trae la sua continuità dal tessuto urbano, un campo limitato per poter evitare gli elenchi informativi per andare ad una narrazione.

E non è solo un giro turistico, perché l’autore, interessato allo studio delle pietre della città in prospettiva esoterica, ha costruito una metastoria esoterica, che quando legge un monumento non cerca i nomi degli artigiani ma del fine della costruzione, del senso per cui si dedica un tempio al Sole o a Cristo, e si impegna a trovare le risposte. La curiosità è quindi il pepe della storia, quel che la rende gustosa e frizzante – senza perdere però l’occasione di parlare di Giordano Bruno e di Giovanni Pontano senza voler dire tutto e troppo. Quel che basta per invitare anche chi non sia uno specialista a leggere ed approfondire.

Le città come Napoli, di storia più che bimillenaria, nascono da un progetto si cui si accumulano tanti altri progetti, a volte in senso proprio fisico – come dimostrano i lavori delle metropolitane. Strati su strati caratterizzano la crescita nella storia, ne segnalano i cambiamenti. Forte in un giro di qualche ora che ruota con molte fermate intorno ad un piccolo quadrato di strade, ripercorre una storia che va dagli Egizi al Rinascimento – quando quella parte della città ha finito col rimaneggiare, ma rimanere sostanzialmente simile – tanto da essere patrimonio dell’Unesco come centro antico conservato com’era e ancora abitato con normalità di commerci e costumi, un esempio unico. Come Pompei ed Ercolano, il centro storico dei Decumani è infatti invasa dal flusso turistico in modo sempre crescente, grazie al superamento dei problemi creati dalla cattiva politica. La torta fatta di strati porta la difficoltà di distinguere le epoche, le storie, e così passiamo diritto davanti a tutte le meraviglie, notando appena la differenza: corriamo tutti senza avere il tempo di vivere. Anche da turisti, spesso, disprezzando quella grande fonte di formazione equilibrata che è il territorio.

Ricostruire la rete anche oltre i decumani è il fine di una città dell’arte. I frammenti possono essere tutti veri e costruire messi insieme male una storia falsa: perciò bisogna costruire ipotesi, la metastoria esoterica ad esempio, cercare i fili e annodare solo quelli, rimandando ad altra occasione l’allacciamento dell’altro filo: il che si fece tempo fa con le mappe storiche della città, che avevano solo l’elenco; per ricostruire la storia, le guide, veri mattoni, utili per camminare, impossibili da leggere. Nel senso che quando si danno informazioni non connesse, non entrano nella memoria. Invece il libro parla solo di alcuni argomenti, anche fuori del giro come la Cappella Sansevero, ma in questi racconta una storia ricca di punti di vista e di domande, di ricostruzioni. Come anche la metastoria dello storicismo, che si differenzia per la delimitazione del campo e l’assetto di ricerca specializzato, vale a dire non finalizzato all’audience ma al giudizio storico, le ipotesi sono la base per iniziare a ricercare i punti d’appoggio giusti che diano coerenza ad una serie di tracce, per poi corroborare la fantasia con elementi che l’attestano. Anche il processo scientifico procede così, disse Popper – e oggi tutti concordano.

In una storia della città, le ‘tracce’ e le ‘prove’ sono i monumenti e le piante stradali, i costrutti storici ed i romanzi, tra mito e storia. Neapolis era solo la città nuova che si addentrava nelle colline a declivio sul mare, iniziando dalle più prossime, l’Acropoli, nella zona sopra Piazza Cavour dove c’è il Policlinico, la zona dei decumani culminante in Piazza San Gaetano, l’antico Foro. Qua nuova si differenziava dalla vecchia, che si affacciava sul mare, a Pizzofalcone dove c’è da tempo la sede della scuola Militare La Nunziatella, di fronte al Castel dell’Ovo, allora isola, punto d’approdo dei Greci di Ischia, che si erano diretti prima a Cuma.

C’era nelle zone una popolazione autoctona, o almeno precedente, i favolosi Cimmeri, giganti abitatori del sottosuolo, presenza tramandata da Strabone a Pontano. Essi ben poco hanno lasciato sul territorio, perché, conoscendolo, preferivano abitarne le grotte dovute alla natura vulcanica del suolo, in cui c’era anche una buona climatizzazione. Nella terra ricca di doni naturali, riuscirono così a convivere prima di integrarsi, approntando però diverse porte di collegamento, la più nota è quella della zona chiamata a Cimmino, dal nome Cimmeri, un nome diventato poi cognome molto diffuso in città; si trova vicino a Sant’Agostino alla Zecca.

A Napoli i Cavalieri del Nodo tenevano riunione a Pentecoste con Arnaldo Da Villanova (1240-1313), attesta la fotografia di una tomba-monumento: ciò fa pensare ad un collegamento alla storia dei Templari, perché quando il 5 giugno del 1294 vi giungeva Pietro da Morrone vi era condotto dagli Angioini. Era diventato Papa Celestino V dopo una vacanza del papato di 27 mesi per il contrasto tra i cardinali: s’era così scelto un santo eremita della Basilica di Collemaggio vicino L’Aquila, dov’è sepolto dopo le dimissioni, che non era il primo a dare. Gli Angiò regnarono a Napoli dal 1266 al 1441, e dunque i Cavalieri del Nodo erano forse propinqui ai Templari – visto che Folco d’Anjou era non solo amico di Ugo di Payns ma addirittura nel 1131 Re Templare di Gerusalemme; era uomo di Enrico II d’Inghilterra, sposo di Eleonora d’Aquitania (ricordate Il Leone d’Inverno, con Peter O’Toole e Katharine Hepburn?). Carlo D’Angiò portò il Papa a Napoli e lo insediò a Castel Nuovo, l’attuale Maschio Angioino; qui, con l’aiuto del futuro papa Benedetto Caetani (Bonifacio VIII), raddoppiò il numero dei cardinali, rendendo più semplice l’ampliamento dell’elezione anche ai non romani. Forse sentendosi a Napoli nella stessa situazione in cui erano stati sinallora i Papi a Roma, stretti nella molla tra Orsini e Colonna e non solo, si dimise.

Papa Celestino V a L’Aquila aveva pubblicato la Bolla della Perdonanza, che anticipava il Giubileo di Bonifacio VIII; ripeteva quel lontano desiderio di sincretismo che aveva già animato il mondo cristiano, ebreo e pagano, e poi quello celtico cristiano che caratterizzò i romanzi cavallereschi della ricerca del Santo Graal.[1] Mary McCarthy è ottima autrice di romanzi del ciclo di Merlino, che illustrano il cammino che portò i principi romani cultori di Mitra a diventare poi Celti Re cristiani. A Napoli la fusione delle religioni era più che auspicata praticata. I rioni intitolati ad Egiziani, Pisani ecc. sono ancora così denominati, ricordando la reale stratificazione dei popoli.

Il compito che si è dato nell’introduzione Salvatore Forte è di ricordare la grandezza e l’importanza del regno di Napoli. L’ipotesi che argomenta solidamente è che il Rinascimento sia partito non da Firenze ma da Napoli, ovvia rotta di transito per i dotti greci in fuga da Bisanzio, Napoli era stata ducato autonomo o bizantina fino al 1137, poi normanna e sveva, aveva una celebre Università fondata da Federico II di Svevia (5.6.1224). La vicinanza fisica, culturale e politica dirigeva i dotti che recavano con sé il Corpus Hermeticum, insieme ai tantissimi testi che animarono l’umanesimo, che arricchirono la Biblioteca di San Domenico Maggiore, i cui lavori finirono nel 1394. A San Domenico Maggiore era anche la cattedra di San Tommaso dal 1271 al 1274.

Giordano Bruno, ampiamente trattato nel testo, studiò in questo luogo, vi trovò una grande messe di libri, alcuni proibiti, e lese molti di entrambe le categorie. C’era probabilmente anche l’opera di Raimondo Lullo, la cui presenza a Napoli è documentata: l’atra tesi di Salvatore Forte è che Giordano Bruno, sempre citato come Europeo e Nolano, debba essere considerato Napoletano, in quanto passò proprio a Napoli i 15 anni centrali della formazione, l’imprinting dell’adolescenza e giovinezza. E lo stesso potrebbe dirsi per Campanella, che vi passò molti anni di prigionia, una prigionia ariosa, che gli consentiva di incontrare il viceré e molti potenti d’Europa di passaggio a Napoli.

Ma Il viaggio dei dotti Greci proseguì per Firenze e vi trovò traduzione in latino. Firenze era molto legata a Napoli, la Tavola Strozzi, il celebre quadro che raffigura l’uscita di Carlo II d’Angiò con le navi per andare incontro agli Aragonesi, si trovava a Firenze. A Napoli nell’Università insegnava Michele Scoto cui dedicò il Liber Abaci il toscano Fibonacci, legato al discorso della sezione aurea come il conterraneo Luca Pacioli, celebre nel quadro di Capodimonte di Jacopo de’ Barbari.

Il tema in discussione è attuale ancor oggi, se la matematica sia solo aritmeticamente scrivibile, o se bisogna di quando in quando far ricorso alla sezione aurea, numero decimale e periodico, che risente invece di altri influssi più legati al mondo della fantasia. È il celebre insolubile problema della quadratura del cerchio, che tanto affaticò le menti, portando ad una introduzione del pensiero simbolico per significare quanto si voleva dire: ad esempio il Re Normanno Ruggero II Con Ruggero II nel 1130 dichiara la sua tendenza ermetica costruendo edifici a pianta ottagonale, una delle figure magiche più riconosciute nel loro potere magico.

A Firenze Marsilio Ficino, buon conoscitore del greco, stava traducendo Platone, quando gli giunse la raccomandazione di tradurre subito il Corpus Hermeticus appena giunto dalla Grecia. Nel 1463 Cosimo il Vecchio sentiva giungere la morte, era desideroso di precisare la sua visione metafisica, e quel che gli dicevano di questa filosofia si raccomandava ben più bella della condanna dell’uomo nella Genesi, la Genesi ermetica si compiace dell’uomo, che Dio torva bello, nei suoi occhi si rispecchia: il che beninteso è anche nell’Antico Testamento, si pensi al Cantico dei Cantici, il più noto, ma le traduzioni e soprattutto il rigore ecclesiastico facevano facilmente dimenticare, per privilegiare una visione ascetica e punitiva nei confronti del corpo e dei beni del mondo.

Nel Corpus Ermeticus si completava la celebre Tavola Smeraldina (tradotta dall’arabo nel 1250) , dava in dieci passi i principi dell’immanenza che furono la base della concezione rinascimentale dell’Anima del Mondo (Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per fare il miracolo di una cosa sola), che nell’ermetismo vedeva il nascere di una nuova concezione dell’unità necessaria per sapere e fare ogni cosa – la forza dello spirito, quella della mente, senza cui nessuna idea è fatta realtà. È la base comune di partenza, oggi, ma allora era eresia, l’idea di Dio aveva teso ad escludere quanto possibile il suo commercio col mondo per precisare sempre meglio la metafisica. L’unità trovava così la sua affermazione filosofica, non solo fideistica, o almeno ricca di una fede non mistica, che non ha bisogno di chiudere gli occhi al mondo per vedere Dio nel mondo, nelle cose, negli uomini: come fa anche l’epistola Laudato si’, con cui Papa Francesco ha iniziato il suo percorso di scrittura. Dove l’ecologia è trattata come la necessità dell’uomo di vivere una vita in equilibrio con la società e la natura.

L’Anima del Mondo invita ad una religione naturale, ad uno spirito solidale che accoglie ognuno nella sua casa terrena, non un incalzare della paura della morte che toglie ai tanti la forza di agire nel mondo sentendosi giustificato ad osare. È per questo che l’anima rinascimentale resta nel pensare illuministico e nella scientificità moderna come una forza irresistibile, che nel 900 torna alla luce con la scienza della falsificabilità e della fisica quantistica. Una magia delle cose è ciò che ispirò la tesi della sezione aurea, non tutto si può calcolare e misurare.

Nella tesi del Rinascimento Napoletano e nella Napoletanità di Giordano Bruno, le due tesi intorno a cui si accumulano miriadi di note e tratti che dalla storia e dai monumenti camminano felicemente nella città: si trae l’amore di Salvatore Forte per la città, un amore tradito da tanti: da sempre i napoletani fuggono e lascino la città allo straniero, indebilendone le resistenze intrne, perché è vero che a Napoli tutto è complicato dal fatto che sono tutti protagonisti, a partire dagli scugnizzi, e tutti, come dice un ‘espressione tipica, “escono a dint’o ffuoco”, nascono dal vulcano, e perciò non tendono ad obbedire, se non sono convinti. Ma se lo sono, corrono come lepri. Nel bene, è un pregio, nel male, porta alle organizzazioni criminali (e sono ancora quelli che sparano meglio) che accorciano la via creando una direttissima che brucia la montagna di ostacoli. Ma tanti napoletano, quelli che sanno contentarsi della diretta via, vivono tranquilli anche se per via di tutto ciò perdono la forza dell’unità che consentirebbe una politica normale.

Napoli, ricorda Forte, era un Regno molto ambito, che tutti prima o poi pretendevano di avere o almeno di avere nella propria sfera: ciò che contesta la ‘questione meridionale’ di principio, essendo un regno molto ricco e fertile, i cui sovrani diventavano ricchi con facilità, spesso facendo anche il bene dei popoli. Ricordo la domanda di un bambino dodicenne a Mario de Cunzo, in un seminario sulla grandezza di Napoli, che gli chiese con la franchezza dei ragazzi: “Ma se Napoli è tutto questo che dice lei, perché tutti ne parlano male?”. Ricordare a tutti che la ‘questione meridionale’ è iniziata insieme ai Re d’Italia, che si arricchirono improvvisamente alla conquista passando dal passivo all’attivo, che la maggior banca italiana è quella che ha fagocitato il Banco di Napoli, oggi risorto in quasi clandestinità – è una boutade – è compito dei napolatani, soprattutto se professori ed educatori.  Ricordare a tutti che è vero che chi rimane a Napoli si definisce spesso ‘eroe’, ma non rimane solo per eroismo, non avrebbe ragione: se non fosse che si fa eroe per amore, come gli amici che amano bellissima principessa dal cattivo carattere, molto prepotente e difficile da condurre alla ragione – ma non l’abbandonano mai.

L’autore racconta Napoli con la sua storia e cultura egizia, su cui poggia la grande tradizione ermetica che a Napoli ebbe un centro importante. Ancora oggi la statua del Nilo, il CORPO DI NAPOLI, ricorda il quartiere egizio dove c’era il tempio di Iside, e pare sia dove ora c’è la Cappella Sansevero. A Iside bene si lega la tipica cultura degli epicurei napoletani, Virgilio e Lucrezio, che tanta importanza diedero al corpo, ma senza eccedere. Epicuro insegna che il piacere è – non aver fame non aver sete non aver freddo – e il sesso è già tanto se non nuoce. Nel tardo 1300 la riscoperta del De Rerum Natura di Lucrezio riportò in auge questo antico deposito di saggezza, che Luciano De Crescenzo nei suoi libri e film dimostrò essere l’autentica anima del Napoletano, in cui tutti si riconobbero per quello spirito che gira nelle strade, povere e trascurate, oggi non più piene di canzoni: ma le battute che s’intrecciano tra mercati e acquirenti sono spesso esilaranti. Massimo Troise non è un frutto raro, è solo un ottimo frutto di uno spirito diffuso nella città. Che è beninteso anche la sua dannazione, rallentando l’ambizione di creare industrie.

Camminare narrando è quel che IVI fa, col suo tour di virtual vision. Giungono al Corpo di Napoli ricordando il Nilo, il Purgatorio ad Arco, gli Alessandrini, con speciale attenzione per la Cappella Pontano. Leggendo le immagini nelle architetture e nei simboli, di cui uno con l’aiuto di Eugenio canone è stato fotografato da Salvatore Forte nella Cappella Carafa – dove era anche un affresco di cui parla Frances Yates con le immagini astrologiche, distrutto nel dopoguerra. L’occhio di Horus e la Fenice sono nella mattonella in copertina, e sono citati già da Erodoto, il primo dei grandi viaggiatori/pellegrini/camminatori: un chiaro segno egizio nel tempio cristiano, il simbolo di cui si è in cerca: Giordano Bruno avrà visto, disse Yates, quel quadro astrologico nello sceneggiare Lo spaccio della Bestia Trionfante. Ciò dimostra che è giusta la rivendicazione della napoletanità del Nolano, che a Napoli certo studiò Averroè e tanti autori classici nella Biblioteca di San Domenico Maggiore: lo dimostra l’ampia conoscenza esibita ne La Cena delle Ceneri.

L’anima mundi parla con la luce del sole nella Cappella Pontano, illuminando le morte moglie e figlia di Pontano nel giorno del loro compleanno; un’apposita apertura nel muro compie il suo servizio, come negli antichi templi egizi. Pontano abitava agli allora Portici di San Gregorio Armeno dal 1429 al 1503 – di cui resta una parte nel decumano: fece scrivere nei muri della Cappella, costruita in obbedienza alla regola aurea nelle proporzioni e poi restaurata da Carlo di Borbone al suo arrivo nel 1759, le parole magiche e i simboli di Maria Mater Dei. Iside, come Maria, è donna.

L’accademia Pontaniana si riuniva prima qui, era stata fondata dal Panormita nel 1492 sulle ceneri della Alfonsina nel 1442. Ferrante di Aragona gli affidò la cartografia del Regno ed esaltò nei simboli la MAIESTAS, l’astrologia compie il suo cammino nel segno di Urania. L’accademico Antonio Beccarelli fu chiamato a Firenze- dando una nuova dimostrazione delle convergenze su cui si può basare la tesi del Rinascimento napoletano. Astrologia, magia, alchimia sono le scienze medievali, solo dopo Galilei nell’Università ci saranno astronomia, fisica, chimica escludendo la magia. L’astrazione vincente, che ha portato l’uomo sulla Luna, s’è però poi infranta nella scienza del 900, che ha dovuto riconoscere la fantasia, la relatività e l’infinito nel tessuto della scienza.

W BRUNO Gily Salvatore Forte – Il Rinascimento Napoletano

[1] In proposito, sii può ricordare un’opera meno famosa del compianto Umberto Eco, Baudolino, dove la coppa del Graal in un Tavolo di Pescatori e Re Pescatori assume la sua giusta forma di una scodella di legno: lo ricordo perché paragonato ad altri romanzi mantiene un tono avvincente come solo Il nome della rosa seppe fare, e conquista per giunta un sapido colorito di umorismo.

William Shakespeare: 450 cinquant’anni fa nasceva il cantore dell’amore

di Anna Irene Cesarano
William Shakespeare
William Shakespeare

Il 23 aprile 1564 nasceva William Shakespeare e per uno scherzo del destino pare sia morto nello stesso giorno di cinquant’anni dopo, il 23 aprile 1616. Il mondo intero sembra rendergli onore con numerosi eventi e iniziative per ricordare il più famoso degli scrittori inglesi. La sua Londra lo celebra in grande stile, ribattezzando le fermate della metropolitana con i nomi delle sue opere e dei suoi personaggi immortali da Amleto ad Otello; oltre ad una maratona (sempre a Londra) organizzata il 23 e il 24 Aprile di circa tre km dal St Thomas’Hospital Garden al Potter’s Fields Park in cui sono stati proiettati 37 brevi film, 37 come i sonetti scritti da Shakespeare.

Anche la città che gli ha dato i natali si cinge di festa, allestendo una parata celebrativa che parte dalla casa natale del drammaturgo restaurata per immergere i viaggiatori nella magica atmosfera passata. In Danimarca nel castello di Kronborg a Helsingør grande festa per ricordare il principe danese Amleto, tanto che questo castello è conosciuto semplicemente come castello di Amleto. Balli, banchetti, musica rinascimentale, spettacoli con suoni di liuti e viole e per tutta l’estate con Hamlet live, rappresentazione teatrale di Amleto, Ofelia, Polonio, il fantasma ecc. Per la prima volta gli spettatori prenderanno parte realmente e direttamente al dramma. L’Italia con Roma e Verona gli rendono omaggio con un festival fino al 30 aprile con Shakespeare re-loaded e Shakespeare walk con passeggiate, letture ecc. A Milano il Piccolo teatro presenta Shakespeare 2016 con il progetto del Charioteer theatre con una serie di spettacoli in inglese dedicati al Bardo. William Shakespeare nacque a Stratfordo-upon-Avon, ma noi sappiamo poco su di lui, infatti non ci sono molti documenti sulla sua esistenza. La sua vita è avvolta dal mistero, i critici e gli studiosi di tutto il mondo azzardano varie ipotesi, scaltro o ignorante sempliciotto? Socio di un’associazione letteraria di successo o grande scrittore della letteratura elisabettiana? Anche il suo volto rimane un enigma infatti i dipinti che lo ritraggono sono stati fatti dopo la sua morte e l’unico attendibile cioè il busto fatto costruire dal genero sul suo monumento funebre sembra non avere niente in comune con l’immagine del poeta romantico e raffinato che noi tutti conosciamo. Noi sappiamo che il padre John era un guantaio e la madre Mary Arden era di una buona famiglia di campagna, lui frequentò la Stratford grammar school nella quale imparò il latino e il greco. A soli diciotto anni sposò Anna Hathaway, che era più grande di lui di sei anni, nacquero tre figli dalla loro unione: Susan, Hamnet e Judith. Un po’ di tempo dopo Shakespeare andò a Londra e su questo periodo nella capitale non sappiamo nulla. Abbiamo un reale riferimento a lui solo nel 1592, quando fu attaccato in un opuscolo da Greene che lo definì come “un corvo parvenu (persona di umili origini che rapidamente raggiunge una condizione più elevata, ma che mantiene la mentalità e gli atteggiamenti della sua condizione d’origine) abbellito con le nostre piume”. Questo episodio mostra che comunque Shakespeare era diventato più importante, e la sua reputazione come drammaturgo crebbe quando si unì a una delle compagnie di attori più influenti e importanti, I servi del Lord Ciambellano. La sua condizione economica migliorò e comprò una nuova casa in Statford, dove morì il 23 aprile 1616. Sulla sua identità di scrittore circolano molte teorie come che lui era troppo poco istruito per aver scritto i suoi lavori o altre come quella che dice che i suoi lavori furono composti sotto lo pseudonimo di Shakespeare, da Francis Bacon o da Marlowe, che fu mutilato in una rissa e così continuò a scrivere in incognito. Ma mi chiedo “Che importa sapere chi scrisse queste opere, se ad esempio, l’amore tra Romeo e Giulietta ha fatto sognare milioni di persone”? E ancora i versi famosissimi di Amleto, Essere o non essere è questo il problema, non sono forse sopravvissuti a chi li ha scritti divenendo immortali? Mi piace citare un passo di un’opera di Shakespeare dove si evince la concezione della società che aveva come palcoscenico, che ho studiato per il mio primo esame di sociologia: Il mondo come palcoscenico

Tutto il mondo è una scena e gli uomini e le donne non sono che attori con le loro uscite e le loro battute; e gli atti sono sette come le età dell’uomo, il quale, così, recita molte parti diverse. Dapprima il bambino che vagisce e sbava in braccio alla sua balia. Poi il piagnucoloso scolaretto che, col suo lucente viso mattutino e con la cartella sotto il braccio, si trascina svogliato alla scuola con passo di lumaca. E poi l’innamorato che, sbuffando come un fornellino, dedica alle belle ciglia della sua amante una triste ballata. Poi il soldato baffuto come un gattopardo, irto di strane bestemmie, geloso dell’onore, pronto all’alterco, che cerca un’effimera nomea perfino davanti alla bocca del cannone. E poi il giudice con la pancia tonda imbottita di capponi, con gli occhi severi e la barba ben tagliata, il quale, prodigo di savi detti e di luoghi comuni, recita la sua parte autorevole. La sesta età è ormai quella del vecchio pantalone, rimbambito, scarno, occhialuto, con le pantofole ai piedi e la borsa al fianco, le cui brache giovanili, ben conservate, sono ormai troppo larghe per quelle gambucce striminzite, e il cui vocione virile è ricaduto a pigolare come un vocino infantile. L’ultima scena, la fine di questa strana e avventurosa istoria, è quella della seconda fanciullezza e dell’assoluto oblio, senza denti, senza occhi, senza gusti, senza più niente.  (Da William Shakespeare, Come vi garba, atto II scena VII, traduzione di Paola Ojetti, Rizzoli, Milano, 1950, p.42)

W GIORDANO BRUNO cesarano William Shakespeare

W GIORDANO BRUNO cesarano William Shakespeare eng

Alcune interpretazioni della filosofia di Giordano Bruno

di Pasquale Giustiniani
A te mi volgo e assorgo, alma mia voce: Ti ringrazio, mio sol, mia diva luce; Ti consacro il mio cor, eccelsa mano, Che m’avocaste da quel graffio atroce, Ch’a meglior stanze a me ti festi duce, Ch’il cor attrito mi rendeste sano. Giordano Bruno, De l’Infinito, Universo e Mondi

L’invocazione al sole e alla divina luce, fin dalla dedica bruniana iniziale – tratta da De l’Infinito, Universo e Mondi – caratterizza questo nuovo volume di Stefano Ulliana. Essa dichiara, insieme, sia il profilo ermeneutico prescelto dall’Autore, sia una delle cifre – forse la principale – che segnò la ricerca incessante del Nolano negli anni della sua esistenza terrena, che fu drammaticamente spenta dalle «buie strade dell’irriconoscimento e della persecuzione» (p.112).

La fatica di Ulliana è principalmente dedicata a proporre un’ermeneutica di quattro ermeneutiche susseguitesi tra Ottocento e Novecento (quelle di G.W.F. Hegel, B. Spaventa, G. Gentile, N.Badaloni), a loro volta riconducibili ad una sola prevalente linea. Una linea ermeneutica – che Ulliana tratteggia come “immanentista”, “razionalista” e “panteista”, inaugura-ta, appunto, dall’idealista tedesco e, in qualche modo, proseguita dai tre italiani, pur con l’avvertenza critica che, in ognuno degli interpreti, essa assume le sue peculiarità. Tale linea, peraltro, viene contrapposta a un’altra per ora evocata, ma non approfondita, da Ulliana, la quale invece sembra andare nella direzione di un certo “spiritualismo” o, almeno, trascendentismo o anche trascendentalismo, collocando fra’ Giordano Bruno come una delle pedine di un più generale progetto di riforma mondiale, che risalirebbe a Niccolò Cusano, Pico della Mirandola e Marsilio Ficino.

Ma non siamo soltanto di fronte a una fine ricerca di ordine storiografico-ermeneutico, bensì pure speculativo, il cui nodo è, di nuovo, l’antico problema metafisico del rapporto tra l’uno e i molti, dal Nolanus riproposto in evidente dissonanza con Aristotele e, come ha mostrato recentemente Aniello Montano, assai affine a un consapevole ripensamento della filosofia delle origini, particolarmente di Empedocle (Aniello Montano, Le radici presocratiche del pensiero di Giordano Bruno. Prefazione di Michele Ciliberto, LER, Marigliano (Na) 2013). Difatti, le quattro ermeneutiche indagate sono presentate, a loro volta, sulla base di un criterio dell’Autore, che Ulliana definisce “architrave” della propria interpretazione: il divino bruniano differisce in se stesso, mantenendo strettamente vincolati unità e distinzione; o detto diversamente, esso è segnato da “una dialettica del desiderio” (p. 30), per cui il ritrarsi-apparire dell’Uno nei molti accade in un’apertura infinita, con un termine illimitatamente ampio, quasi un abisso, per cui la divina luce si manifesta nelle ombre dell’abisso, appunto.

Tutto, dunque, parte dal paragrafo dedicato da Hegel a Bruno nelle sue Lezioni sulla storia della filosofia (ed. it. La Nuova Italia, Firenze 1967, 212-229), dov’era segnalata la pressoché perfetta identità tra il Deus super omnia e del Deus in omnibus; per cui, nella forma interna, accadono e sono ricondotte ad unità tutte le determinazioni particolari del Dio (cfr. p. 23 del testo di Ulliana). In tal modo, «la materia bruniana vive nell’attività dell’idea» (ivi), in una dialettica tra luce che si ritrae e panorama che, dalla luce medesima, viene reso percepibile. Il che, dal punto di vista di Hegel, non può che essere criticato al Filosofo di Nola «per l’eccesso di fantasia combinato ad una confusione fra l’allegorico ed il reale e concreto» (p. 28). L’impresa moderna di Bruno resterebbe, insomma, imbrigliata in ciò che si era riproposta di realizzare, ma senza riuscirci. Anche B. Spaventa nel suo sforzo (a cui Ulliana dedica maggiore interesse critico-analitico), che intendeva dimostrare la circolazione dei pensatori italiani rinascimentali sino alla dialettica dei filosofi tedeschi, lamenterà, nel medesimo alveo hegeliano, che i momenti logici dell’Idea non sono enucleati e, dunque, in Bruno non si riesce a differenziare l’indifferente. Sulla scia delle rivisitazioni critiche, per esempio di una M. Rascaglia (che ha scavato sia nelle opere pubblicate che nell’epistolario e nei manoscritti conservati nelle Carte Spaventa del Fondo omonimo della Biblioteca Nazionale di Napoli), Ulliana fa emergere il vero intento spaventiano, che era quello di ritrovare ad ogni costo un flusso unitario in Bruno (fino al primato della sostanza), pur nell’apparente frammentarietà dei suoi testi. Tuttavia, l’Autore di questo volume (che si mostra nettamente dissonante da certi esiti ermeneutici di Spaventa) insiste che bisognerebbe andare, piuttosto, nella direzione dell’apertura d’infinito di quell’Essere che nasce nella tensione animata dall’Uno, che “piuttosto che come ordinatrice”, appare “come creatività inesausta e sovrabbondante” (p. 33). Non tanto coincidentia oppositorum, insomma, quanto apertura infinita, «capace di elevare, sollevare e sostenere il tutto in un universale, sempre produttivo di future diversificazioni» (ivi). L’interpretazione di Spaventa evidenzia tutti i suoi limiti (in definitiva, limiti di “chiusura” su se stesso dell’universo bruniano), particolarmente sul piano etico, laddove consegue, nota ancora puntigliosamente Ulliana, che «intenzione e tensione che animano il desiderio nella sua universalità sembrano infatti venir sostituite dalla diffusione puntuale di una concezione totalitaria» (p. 45). Ulliana intende difendere, invece, una visione per cui «l’universo bruniano è la relazione» (p. 47); relazione di un principio con un’infinità di autoposizione, non assimilabile allo schema duale di un Dio da cui muove “necessariamente” il tutto e che si comunica continuamente alle sue parti, come causa separata ed azione (con non poche contiguità, poste appunto da Spaventa, con l’emanazionismo spinoziano, a sua volta riletto, non sempre in modo debito, come affermazione di un identico che sempre assolutamente si fa: un andamento in cui manca l’opposizione, insomma). In contro-tendenza ermeneutica, se si vuole davvero “salvare” la triade filosofica di Dio-Spirito-Natura, la natura non può essere mai ridotta al rango di momento definito nell’autoriconoscimento dello spirito. Bisogna ragionare, piuttosto, alla luce di un principiare infinito mai dato una volta per tutte: ecco la tesi che Ulliana vede accennata nelle carte di Spaventa sul Nolano, ma non rigorosamente teorizzata. Secondo Ulliana, è il generale infinire che bisogna ritrovare nei testi di Bruno, ovvero «un’intenzionalità desiderativa universale, capace di dare espressione al principio, non solamente antropico ma anche naturale, dell’eguale ed amorosa libertà» (p. 58). In sintesi,

«l’interpretazione spaventiana toglie però, a mio avviso, ciò che costituisce il motore profondo della dialettica bruniana: l’idea e l’ideale della possibilità denominata alterazione» (p. 60), toglie la presenza attuosa che lascia-essere-i-contrari. Di conseguenza, essa va capovolta, come fa appunto la serrata disamina di Ulliana, e come viene sintetizzato soprattutto nelle pag. 70-73). La cosa viene ribadita dall’esame della sintesi riassuntiva che Spaventa propone circa la struttura globale della riflessione dell’Assoluto: «Senza unità, né opposizione, l’assoluto spaventiano non fa altro che riempire lo spazio del nulla che ha creato» (p. 77).

A sua volta, viene poi presentata – ma senza interventi critici in dissenso, come avviene più puntigliosamente per Spaventa – l’interpretazione di G. Gentile, che a Bruno dedicò una bella monografia (che, ricordiamolo, fa pendant con un’altra, meno fortunata ma importante, del filosofo Lorenzo Giusso, Scienza e filosofia in Giordano Bruno, Conte, Napoli 1955). Essa finisce, però, per trasformare Giordano Bruno in un «garante della reciproca legittimazione fra dogmatici e ricercatori» (p. 83), quasi affermazione e mantenimento di una monarchia assoluta, quale sarà il fascismo dell’uomo della provvidenza rispetto alla monarchia sabauda e del relativo ordinamento economico-sociale. Ciò che non convince, nella ricostruzione di Gentile, è il perché della condanna che l’Inquisizione infligge al creatore della nolana philosophia, stante il fatto che la sua proposta viene in qualche modo resa funzionale alle esigenze della medesima forma religiosa che l’ha di fatto condannato. Infine, il IV capitolo del volume di Ulliana esamina un capitolo, consegnato da N. Badaloni ad un’opera collettiva del 1973, in cui era affermato, in sintesi, «il predominio del liberamente e paritariamente creativo» (p. 92), anche mediante il rovesciamento dei predominanti criteri platonico-aristotelici del contesto. Badaloni, nella pur breve ricostruzione di Ulliana, ne segue comunque l’evolversi nei dialoghi metafisico-comsologici e ne vede le ricadute dei dialoghi morali (Spaccio de la Bestia trionfante, Cabala del Cavallo pegaseo, Eroici furori). In essi si evidenzierebbero, rispettivamente, la moralità naturale (in cui la suddivisione della società in classi fonda e conferisce espressione alla moralità); l’intelletto rigenerato che diviene lo strumento di ogni realizzazione con esiti sul modo del reciproco contatto e scambio («razionalità dell’istituzione provvidente della cultura e delle convenzioni politiche»: p. 102); l’ingresso in una sopranatura totalmente efficiente. Di qui anche lo scontro tra visione pratica bruniana e visione classica tradizionale, che suppone Dio come alterità originaria. Il vero obiettivo pratico, che si riscontrerebbe nelle opere latine che seguono i dialoghi italiani, sarebbe «la fusione fra spirito assolutistico e tensione borghese» (p. 105).

In questo volume di ricognizione storiografico-ermeneutica, la vicenda giuridico-istituzionale di Giordano-Bruno nolano, ovvero l’iter processuale romano che, precipitando tra il dicembre 1599 ed il 17 febbraio del 1600, condusse il Filosofo alla forca, dopo diversi

anni di carcerazione, decine e decine d’interrogatori, diverse letture degli atti processuali, memorie scritte, torture, contraddittori con i giudici, e dopo che il tribunale aveva utilizzato tutti i metodi di coazione allora comuni, fino alla maturazione di un verdetto che, in conformità al diritto dell’epoca, fu inevitabilmente foriero di una morte atroce, rimane come sullo sfondo. Ma, come appare soprattutto nella ricognizione che Ulliana fa della posizione di Badaloni, non può che ri-apparire continuamente, per esempio attraverso il nodo della reciproca legittimazione tra istituzione inquirente e imputato, o anche quello della volontà (o non volontà) del Nolano di entrare in dissenso, anche sul piano filosofico, con gli insegnamenti della chiesa cattolico-romana, quasi con spirito riformatore. Del resto, non si può più dare, post fata, una cesura tra intenzioni speculative ed etiche degli scritti del Nolano e interpretazioni che, di alcuni asserti di essi, volle dare il Tribunale romano che lo condannò ad una morte atroce. Compilati in brevissimo tempo e sulla base delle pochissime opere allora presenti in Roma, quei pochissimi asserti furono sottoposti all’imputato affinché egli li ponderasse e vi riflettesse e, in un’ulteriore seduta, eventualmente li abiurasse, essendo la intentio giuridica del Tribunale non certamente quella di condannare l’accusato di eresia, bensì di convincerlo di errore e, dunque, di consentirgli una vera e propria provocatio ad conversionem, cioè un passaggio da posizioni ritenute erronee, dal corpo ecclesiale e dalla tradizione teologica consolidata, a posizioni reputate ortodosse. La contromossa finale di Bruno, il quale chiese un diretto pronunciamento pontificio per stabilire l’ereticità ex tunc, e non soltanto ex nunc delle proprie proposizioni incriminate, pur finendo per diventare autolesionista e controproducente, sembra a chi scrive un rilevante segnale, una luce, da raccogliere anche sul piano ermeneutico generale. Provocando, infatti, il pronunciamento diretto del Papa in questioni aventi a che fare non soltanto con la teologia, ma anche con la cosmologia e la filosofia, il Nolano finiva per contribuire, sul piano teorico, a perfezionare non soltanto un meccanismo giuridico, ma anche a porre in discussione una teoria ecclesiologica (e per molti aspetti anche socio-politica), a seguito della quale il Papa in persona rivendicava il valore, e l’eventuale “infallibilità”, dei propri pronunciamenti dottrinali, di fronte ad altri legittimi tentativi svolti sull’effervescente quadrante culturale di una modernità ormai incipiente.

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