Donne donne eterne dei. Interrogare le Sfingi

di Vera Mastropaolo

Come salvarsi dal non vedere più le cose per il loro verso, dal reputare inutile il dialogo, dal non vedere che il nemico davanti a noi? I Pellerossa nei momenti più gravi interrogavano il Consiglio delle Madri, che avrebbero detto ciò che occorreva. Era un popolo semplice, che ancora giocava ogni giorno l’alternativa tra la vita ed la morte: senza un pieno sforzo di non dimenticare il pericolo, si perdeva ogni potere di sopravvivere.

Spesso oggi gli uomini perdono questo senso della morte, che con il suo silenzio ricorda il valore della pace e della vita. Mai come oggi, la confusione virtual-reale fa dimenticare la morte, il tempo limitato da utilizzare bene: e con essa, il rispetto che la vita ispira. La gente ormai si prepara al gioco infernale della guerra senza più ricordare l’emozione che la sola parola dovrebbe suscitare, oggi come sempre: già alla pronuncia, inizia il suo orrore.

Ricordate il film Cabaret? il nuovo millennio si è aperto con le orribili mascherate delle religioni armate all’assassinio terrorista; sono riemersi, quasi bene accolti, i razzisti con la dichiarata veste e parola nazista, ad agitare bandiere e rune. Cullati dalla musica di Liza Minnelli, chi torni a Cabaret potrà ricordare l’orrore del canto del giovane tedesco imberbe che leva la sua voce pura ad inneggiare i supremi valori dell’opprimere e spargere sangue, per la parola di un Grande Saggio – l’ingenuo percorso omicida del tempo nostro.

Nella figura qui di sopra si vuole ricordare il dialogo di Edipo e della Sfinge per rammemorare l’interrogazione del mistero – l’oracolo che aveva giustamente previsto la strana vita di Edipo, dava a tutti la possibilità di preparare la risposta adeguata – che invece fu la violenza, l’infanticidio tentato e per giunta fallito. La saggia risposta diventò così creazione di guai, l’esempio stesso di come suscitare grandi tragedie. Questo insegna ancora oggi che non basta fare domande agli oracoli, non basta accettare gli indovinelli della Sfinge – tutte rappresentazioni dell’interrogazione del futuro; perché anche se si hanno le risposte giuste, si può sbagliare tutto se si guarda alle cose con gli ‘eccessi di difesa’ dell’animo bellicoso.

Si interroga la donna, di solito, per farsi autorizzare a fare quel che si vuole. Poi basta renderla colpevole Eva, abbastanza debole per annullarla, un piccolo rogo e si può ricominciare con gli errori. Eppure, invece, basterebbe interrogare sul serio le Madri, come i Pellerossa, per avere parole di pace. La madre sa come le guerre sono dissoluzione di valori spirituali e di civiltà. L’aria di guerra, di odio, in questi anni sempre più palpabile, è stata influenzata dai tanti chierici traditori che hanno meditato e ancora meditano idee profondamente negative, creando una moda che ha distratto dai grandi che da destra e sinistra impostarono bene il nostro mondo: ma che erano troppo grandi per i piccoli intellettuali di fine Novecento. Tanto ritorno al selvaggio dà infine i suoi frutti – la civilizzazione è invece il giusto ideale, l’anno di Giambattista Vico deve ricordarlo a tutti.

W Editoriale 22-18 Mastropaolo Donne donne eterne dei. Interrogare le Sfingi

Il ponte di Genova – apocalisse del quotidiano

di Gily Reda

Non si può non scrivere l’editoriale dopo il 14 agosto 2018, senza pensare al ponte di Genova, uno dei tanti ponti delle nostre autostrade – su cui capita di sentire a volte i piccoli sobbalzi dovuti alle giunture… e a volte si pensa al rischio, altre volte all’ingegno dell’uomo… o anche al ponte sullo stretto su cui ci si è tanto accapigliati per tanti anni – e c’è una società piena di incarichi e soldi che seguita ad esistere su lavori virtuali che per fortuna sono rimasti tali.

L’immagine di quel tir fermo da pochi metri dal vuoto, le parole di un automobilista che a caldo disse di aver visto scomparire le auto dietro di sé e di aver accelerato per salvarsi dal malefizio incredibile in corso di accadimento… oltre al dolore, poi, per i tanti morti resta lo sbalordimento di quella voce che commentava il filmatino amatoriale delle prime ore… un’emozione collettiva che è una delle caratteristiche della contemporaneità, che mai l’uomo visse nei millenni trascorsi…

Intelligenza collettiva, disse Pierre Levy nel 1995 – ma anche questo è l’oggi, la meraviglia collettiva che unisce tutti quelli che sono subito al televisore, e in differita a tutti quelli nel mondo che non possono che tirare anche loro il fiato ogni volta che quel ponte crolla e ricrolla e ricrolla… Zabriskie Point finiva così, con un’apoteosi ripetuta all’infinito che  accoglieva tutti accomunati nello sbalordimento – una strana percezione della comune umanità del sentimento di stupore e di abbandono di ogni congettura razionale…

Sarebbe bello se questa comunione nel terribile si potesse trasmettere alla politica, che appena recuperato il fiato doveva mettersi a costruire e invece ha riaperto il balletto elettorale per un cittadino ormai ipnotizzato dall’attimo fuggente.

Sarebbe bello se l’esperienza appena vissuta della morte improvvisa ricordasse agli uomini, come nel Cimitero di Siena insegna il Trionfo della Morte di Buffalmacco, un po’ di saggezza, ricordando che la nazione è fatta di cittadini pensanti, anche se spesso impotenti. E che solo tutti insieme si affrontano bene simili sciagure, come ha subito ricordato il capo dello stato Mattarella. Ma i Dioscuri, il loro Re Travicello, le opposizioni tutte, hanno ricominciato ad abbaiare con la potenza che ciascuno si è saputo guadagnare: e noi cittadini restiamo a guardare, checché ne dicano Grillo, Taverna e via dicendo…

La vera democrazia diretta non è la stupidata del voto in rete, incontrollabile quant’altri mai; è come sempre la politica del dialogo, del confronto e della mediazione. Ma per questa non bastano i pochi caratteri di Twitter né le immagini di Instagram.

W Editoriale 16-18 Il ponte di Genova – apocalisse del quotidiano

Divertirsi da morire?

di C. Gily Reda

Con il titolo Divertirsi da morire Neil Postman diventò famoso, mostrando come il discorso televisivo sapesse educare il suo pubblico ad ambientarsi nel paese dei balocchi. Se si farà il reddito di cittadinanza – a parità di guadagno con miseri lavori faticosamente conquistati – si sancirà il paese non dei balocchi ma dell’ingiustizia sociale. Insegna a divertirsi da morire la tv? O piuttosto a litigare continuamente? I sindacati una volta educarono la gente ai propri diritti, qui si elemosina per comprare consenso da plebi ricacciate nel millenario stato di ignoranza. La televisione così è più uno strumento della conversione dei pensieri in applausi…

Il Banale e I Tweet

di Gily Reda

Mario Vargas Llosa
Mario Vargas Llosa

Anni fa Mario Vargas Llosa su “Repubblica” richiamava l’attenzione sul mondo d’oggi. Avrebbero scritto oggi come scrissero Musil Proust e Joyce? Al massimo, si consolava, avrebbero scritto come lui La civiltà dello spettacolo (Einaudi), prendendo a prestito un titolo già usato da Guy Debord nel 1967.

La cultura è bloccata dalla bulimia dell’intrattenimento che contamina anche la filosofia – se ancora respira, dopo la riduzione ad esposizione, cioè ad immagine malata senza intimità, che ha bisogno di specchiarsi nell’occhio dell’altro per sapere cosa ha effettivamente detto. La lingua, rimasta nel postmoderno l’unico luogo della metafisica, della visione del mondo dell’uomo, nella sua prospettiva vitale e oltremondana… non regge al falso più di quanto faceva un tempo il mondo degli oggetti. La conoscenza continua a imbattersi negli errori e finisce un’altra volta l’illusione di essere padroni del mondo: ridotto il mistero al linguaggio, si è infettato il linguaggio. Oggi la comunicazione pare innalzare muri, più che abbatterli.

Al tempo dell’Illuminismo, secoli fa, si credeva che chiunque potesse capire tutto. Aboliamo i linguaggi troppo difficili per farci capire dalla ‘plebe’: diventerà ‘popolo’, il vero soggetto della democrazia. Cerchiamo di far capire cosa vogliono dire le grandi scelte politiche anche a chi non studia. Ed ecco che a lungo andare sono già venuti tempi molto diversi, si contatta di nuovo la plebe a strilli – i tweet – e che si spiegherebbe a fare la politica agli stupidi? Che sono non quelli che non sanno capire, ma quelli che non vogliono obbedire: e dunque non devono capire, se si vuole ridurli a condizioni servili. Ed è proprio questo il punto in cui siamo.

Ed è quindi importante ricominciare a parlare sul serio, a dialogare per capire se è proprio questo che tante persone desiderano, tutti quelli che votano per i populismi. Decidere è un processo difficile, molti preferiscono obbedire piuttosto che condividere responsabilità. Questo però significa non credere nella democrazia ma nelle oligarchie o aristocrazie o poteri assoluti. Per questo tipo di potere bastano gli slogan, gli applausi, le urla: parole sempre ripetute senza domande cui rispondere.

Sicuri gli elettori di non credere più nella democrazia perché si preferisce che altri decidano a modo loro?

Divertirsi da morire diceva diversi anni fa Neil Postman per spiegare il metodo televisivo di rimbambire la gente divertendola a morte, consentendole di credere di avere a disposizione il mondo creato. L’illusione malefica del telecomando.

Durante le ferie di agosto spesso la gente lascia un po’ stare la TV, legge, vede un po’ di gente… E allora: “Meditate gente, meditate”. Butta via il telecomando, uomo, e riprendi la voglia di pensare invece di abbaiare… altroché tweet di dolci uccellini.

Mordono i tweet, e come, se mordono. Li emettono cani – cani rabbiosi, spesso, in quel loro dolce frainteso che vale più dell’anonimato dell’insulto a coprire il vile quando vuole azzannare…

Altrimenti il mondo del banale di Woody Allen, di Andy Warhrol, di Anthon Danto – purtroppo tanto, tanto e troppo più banale di loro – diventerà l’unica voce ad essere ascoltata dalla gente.

C’è ancora chi conosce Proust e Musil? Se ci sei amico batti un colpo!

W Editoriale 14-18 Il Banale e I Tweet

Tempo di vacanza

di Redazione

Un augurio corale di fine belligeranza mediatica e no.

Abbiamo infine sentito Volga Volga da tutti i monitor. Quanti nostalgici di Baffone-Baffino meditano su Trump e sulle sue accuse all’Europa? cambierà qualcosa sul fronte sinistro? Finalmente la conversione al populismo, dopo tanto parlare di democrazia PER il popolo…

Finalmente cessa la diversità, il Parlamento in soffitta, luogo di espedienti e furti… invano combatterono dalla Magna Charta in poi i secoli d’Europa illuminista… i risorgimentali della costituzione… Mazzini e Garibaldi insieme…

Tutti populisti: Tutti? E chi lo sa, visto che ai giornalisti ormai si parla o no a seconda che siano amici o no. Che li si licenzia apertamente se non osannano il potere. Ma non si è sempre fatto? Si replica. Certo, ma di nascosto: solo così fu possibile il Watergate.  Licenziare chi scrive le sue idee è negazione della libera stampa e del pensiero politico occidentale. La libera stampa… ma esiste? In RAI e fuori il lettore attento stenta a vedere differenze, solo all’estero si trovano scritture non conformiste all’italiana… le testate sono tutte qualunquiste e parlano sempre più di balene e pinguini, di televisione e grandi fratelli… e che volete, con questi politici? Nulla di più falso dei talk show con silenziatore – invece che ‘moderatore’.

Certo tutti i qualunquisti, come si chiamavano una volta, rialzano la testa con orgoglio. Finalmente vince l’incultura. A morte chi pensa diverso. Solo i diversamente abili con BES attestata da ASL avrà diritto di voto e di parola – sempre se dimostra di seguire e non pensare.

Allora… questo è luglio. E poi c’è agosto. È diventato un dovere pesante il ‘diritto di voto’, per un liberale. Tra tutti i liberali non c’è protesta sulla perdita della libertà di stampa, Mieli fa la storia facendo leggere trattati alle ochette, ognuno trova la sua scusa per negare la cialtroneria della stampa urlata. Montanelli, quali eredi formasti?!? La libertà si ha o no; nella terra di Giordano Bruno e di Gian Battista Vico, non resta che studiare per tempi migliori: la cultura non tradisce mai. Bene, il sole oscurato della libertà tornerà coi suoi lumi anche senza partito, movimento o ministro.

Ora a luglio e agosto conviene far cessare la guerra, mentre coloro tramano sulle barche e sui banchi. Decidere cosa fare per realizzare la decisione già presa dalla redazione di wolf: coltivare la cultura e i saperi discutendo tra vecchie giovani, parole brevi e lunghe, immagini allegre e in tono coi testi…

Un’agorà d’oggi.

Buone vacanze già da ora, ma l’appuntamento è al prossimo numero, cioè il 14. Eviteremo quest’anno di fare numeri doppi e tripli… anche la cultura è un impegno serio.

W editoriale 13-18 Tempo di vacanza

Il saluto di Alessandro Barbano

https://www.ilmattino.it/primopiano/politica/coraggio_moderati_saluto_direttore_alessandro_barbano-3771195.html

Questo articolo di commiato di Alessandro Barbano, un direttore che molti hanno amato per la sua conduzione del giornale pur non conoscendolo, notando come per la prima volta da tanto tempo si sforzasse di dare un’immagine equilibrata di una grande città che è solo anche e in fondo ben poco, la Gomorra che si vede all’estero dove il prodotto si vende, subito raggiunto dai figliastri, che si sentono nati per caso in questa disordinata città.

Confesso di averlo letto, il giorno dopo l’insediamento di Conte, come un colpo al cuore, come una avvenuta marcia su Roma. Ho studiato quei periodi: persino Croce non s’accorse della tempesta.

La libertà di stampa allora fu uccisa con Piero Gobetti e Amendola e Matteotti – tre diversi capi di folti gruppi.

Se non altro, non ci fu silenzio ma una risposta severa quanto inutile.

Spero che le parole pacate di Barbano e le nostre istituzioni democratiche sappiano reggere meglio di quelle monarchiche e incivilire la barbarie. Spero che la rete offra le sue solide alternative alle solite prepotenze e coperture di chi possiede giornali con mano così arrogante.

W editoriale 11-18 Il saluto di Alessandro Barbano

25 aprile e primo maggio

di Gily Reda

Quest’anno tutti parlano di ’68. Io sono convinta che come disse McLuhan il ’68 ha realizzato solo quel che era già nei fatti, ma senza coscienza di sé: la società del tu, iniziata quando Eleanor Roosvelt era entrata nelle cucine degli americani a pranzo, distruggendo la lontananza degli idoli dalla vita quotidiana. Tutto ciò ha portato ai populismi di oggi, alle democrazie volgari, dove è il più basso a decidere i costumi, così compra di più: ciò imbarbarisce politica e popoli.

Nel 68 non fu così: basta rivedere Forrest Gump… o i film di allora tipo Fragole e sangue: quanta gioia di avventura, quanta conquista di civiltà c’era, si discuteva di tutto con fiducia, ci si impegnava a capire – le televisioni sostituite ai libri hanno regalato quest’era di analfabetismo pernicioso.

Chi visse quell’anima e ne ricordando la conquista di libertà – che non era di tutti, si mescolavano a NOI i solito LORO – non ha voglia di commemorare quanto di ricordare – lasciando perdere i tanti potenti di oggi commemoranti – ormai anziani – sulle ‘barricate‘ costruirono sé con astuzia.

Ricordare il rito degli anni ’70 la forza, i cortei del 25 aprile e del 1 maggio. Lunghi, ordinati e gioiosi, nella primavera nascente. Pian piano le Brigate Rosse rovinarono ogni conquista, uccisero Moro, resero difficile la vita a Berlinguer, che oggi tutti esaltano per gente di poca memoria. Adriana Faranda, l’assassina, fa lezione sulla memoria di Moro e scrive la sceneggiatura del film… allora, dire che le Brigate erano tutte tranne che rosse, trovava commenti ironici ovunque.

E quindi, nella memoria di quel rito fecondo che ricordava agli Italiani che non sono un popolo ignavo, wolf ha ricordato spesso le quattro giornate di Napoli e, il 9 maggio, la morte di Moro, ha commentato il libro di Ambrosoli: ricordo di guardare la mia intervista con Adolfo Giuliani, allora testimone della guerra a Napoli, e l’articolo intervista di Salvatore Forte ad uno scugnizzo napoletano sopravvissuto, ancora residente in Contrada Pagliarone, al Vomero, accanto alla Chiesa di Santa Maria della Libera (4 giornate: INTERVISTA A GIULIANI, fondatore dell’esasperatismo https://www.youtube.com/watch?v=eQPmRrx3S3M in video

http://www.clementinagily.it/wolf/2016/08/napoli-bombardata-nel-41-42-intervista-con-adolfo-giuliani/ e su Wolf

e http://www.clementinagily.it/wolfonline/gdifi/saggi/163-50o-anniversario-delle-quattro-giornate-di-napoli-intervista-a-raffaele-arena.html – oltre agli articoli su Moro, quasi ogni anno).

Oggi Gianni Oliva (La grande storia della Resistenza (Utet, euro 25) sottolinea che si aprì a Napoli l’offensiva vincente: dobbiamo proprio ridiventare orgogliosi di essere napoletani – non solo per il Napoli Calcio, nonostante Gomorra. Perché se alla proposta di decimazione risposero quelli che si armarono, ce ne furono altri trentamila di napoletani, che non si presentarono alla coscrizione obbligatoria…

La città risponde, anche se spesso la politica nazionale e locale non sanno che pensare a sé. Le Quattro giornate di Napoli furono un episodio importante nel destino della città, ma anche l’inizio dell’insurrezione armata dei popoli, nell’Italia dove regnava Giustizia e Libertà, sostenuta dal Partito d’Azione, il partito che riprendeva ideali e nome da Giuseppe Mazzini. E finalmente con Giovanni Oliva – finalmente – la Torino della UTET nega quel che per anni ha sostenuto il salernitano savoiardo Giovanni De Luna, riconosciuto storico del Pd’a, diversamente da chi scrive. Contarono molto come sempre i meridionali nel disegnare il liberalsocialismo, nella stessa direzione dell’amico Gobetti, una delle prime vittime del fascismo come Giovanni Amendola che aveva l’ufficio al Ponte di Tappia. E per tutto il ventennio ebbe chi resistette come de Ruggiero e Craveri, come ad Avellino Guido Dorso, che aveva pubblicato La Rivoluzione Meridionale, riprendendo anche nel nome quella Rivoluzione liberale di cui aveva parlato Gobetti. Uno spirito rivoluzionario che non hanno mantenuto i potenti uomini della Repubblica che ne ereditarono casa e biblioteca e agirono come potenti politici italiani, ben lontani dalla Campania. Come avevano già fatto gli Spaventa e fecero dopo tanti altri.

Come già nel 1799, Napoli anticipò i tempi con una rivoluzione – come nel ‘500 Bruno e Campanella con la loro Città del Sole. Nel ’99 Napoli aveva creduto in una piccola rivoluzione francese da attuare con Championnet, un generale che profittando dell’essere Napoleone relegato in Egitto dall’incendio della flotta, sperava di prenderne il posto.

Tutti ricordano questa rivoluzione durata sei mesi: ma non sottolineano che essa fu la squilla di tromba del Risorgimento: come raccontarono Dumas e De Roberto, il fuoco a Napoli continuò a bruciare – i Carbonari nel 1820-21 ridiedero fuoco alle polveri con Guglielmo Pepe, uno dei rivoluzionari del ’99. La loro miccia accese i fuochi del Risorgimento, ma Garibaldi fece recuperare ai Savoia quel che avevano speso nelle guerre d’indipendenza – ma con la loro pochezza di sovrani piccoli piccoli, non seppero curare la ricchezza del Mezzogiorno, lo ridussero in povertà: lo dimostrarono Guido de Ruggiero e Benedetto Croce, tentando di costruire una lettura alternativa dei fatti italiani. Vedi del primo Il pensiero politico meridionale e La Storia del liberalismo europeo, del secondo Storia del regno di Napoli.

Adolfo Omodeo, azionista come Craveri, de Ruggiero, Garosci, Ragghianti e tanti altri crociani, cercò di convincere Croce a dare una svolta seria al paese: ma purtroppo preferì evitare di dare ragione al marito di Elena, la figlia prediletta, Raimondo Craveri… e a tutti quegli allievi grandi e ben noti. Croce diede ascolto ad Alfredo Parente, il mite critico musicale, che volle invece rifondare il PLI.

Ma il destino del PLI in Italia era stato diagnosticato nei primi anni ’20 da Guido de Ruggiero: era in Italia il partito conservatore. Essendo impossibile agli eredi dei vari staterelli monarchici di riunirsi in un sol partito, erano tutti confluiti nel PLI, che quindi non aveva certo l’anima di sinistra, fabiana, quella poi ripresa da Blair, che convince de Ruggiero già allora, quando andò a conoscere i coniugi Webb a Londra. Altroché anima liberaldemocratica un po’ socialista, il PLI era la Destra più destra, potenzialmente eversiva – che poi prese corpo nel fascismo che appoggiarono sino al ’24. Questo movimento poi seppe ben acconciare i ragionamenti gerarchici ed aristocratici con quanto rosso basò a confondere le acque e acquistare la fiducia delle masse, che non studiavano politica. Ed ecco la ricetta del populismo, teoria ben confusa e buone capacità comunicative.

Le quattro giornate ebbero così un aspetto simbolico, che allora fu sottolineata da Radio Londra, che insegnò agli Italiani a costruire le radio a galena, diffuse da tempo altrove, dove non esisteva il monopolio dell’informazione come in Italia. La ribellione si diffuse e vinse, appoggiata dalle truppe americane – Benedetto Croce profittò della propria fama internazionale e della vitalità di Napoli per dare all’Italia il suo primo presidente della Repubblica, il napoletano Enrico De Nicola.

W Editoriale 8-18 25 aprile e primo maggio

La vita del grande pellegrino d’Europa – Giordano Bruno il sacro delle religioni come unità di pace

sabato 17 febbraio 2018 a Palazzo Reale di Napoli

di Gily Reda

A leggere la vita di Giordano Bruno nelle 865 pagine scritte da Vincenzo Spampanato nel libro del 1904 riedito nell’88, è facile stupirsi del tanto peregrinare nell’Europa, cosa che oggi sembra a tanti una novità. Ma da poco è nata solo l’Europa della pace, il ‘sogno europeo’, che pure continua ad avere tanti nemici prepotenti nella finanza e nella politica. La sognavano i dotti, questa Europa di pace, ne discutevano insieme come di un sogno comune, parlavano tutti in latino; ma anche i soldati coi loro dialetti portavano dappertutto, insieme alla morte, le abitudini straniere, e le loro mogli e figli. Genti, Università e corti sovrane respiravano l’Europa, una cultura comune fatta di leggi dell’Impero Romano, Bizantino e poi del Sacro Romano Impero – insieme con fiabe e storie. Le leggi giù difendevano punti di vista ‘occidentale’, se paragonati alla legge del taglione e all’ordalia – ma anche queste entravano nelle culture e leggende d’Europa.

I sentimenti civili di identità ed estraneità generavano guerre e discussioni continue: non bisogna inventare tutto da zero, negli attuali discorsi dell’interrelazione e dell’inclusione. Come artefici di pace, i dotti creavano le difese della cultura mentre come astuti tecnici perfezionavano le offese belliche: idee giusnaturaliste e macchine da guerra con le strategie d’uso – erano saperi comuni.

I problemi dell’uomo sono sempre nuovi ma sono anche perenni: il viaggio ad esempio, l’incrocio degli intrecci delle reti che è protagonista dell’oggi come simbolo stesso del tempo nostro, ed è forse la migliore linea conduttrice per evocare la grande storia di Giordano Bruno a 418 anni dalla morte: che sono anche 460 dalla nascita – il 2018 come anno della fenice annoda il rogo alla nascita: Bruno si raccontò con l’immagine di un neonato che non sgozza il serpente, come fece Ercole: ma che grida e configge il male. Di figura minuta, puntava sulla sua grande voce.

Oggi che siamo attenti alla vita in divenire veloce, Giordano Bruno si fa ricordare come pensatore della materia animata; oggi che meditiamo la creatività, Giordano Bruno torna in piedi per i meccanismi della memoria (di lì a poco Pascal e Leibniz sulle sue trace iniziano la logica binaria); oggi che la cultura delle immagini stenta a capire il sapere, Bruno offre una mirabile teoria del sapere per immagini.

Quando Bruno lascia Nola e poi Napoli inizia una migrazione, che, dice Deleuze, è un cammino che non prevede il ritorno dell’eguale. Ogni incontro impressiona e cambia, fa dei pellegrini “deserti popolati di tribù”, intenti alla narrazione e rinarrazione di memorie, di ‘autocoscienza’. Partito per fuggire il conformismo di conventi e accademie che impedisce la nuova era, … inizia in realtà un ventennio di glorie e di fughe coraggiose, di mai intermessa speranza.

Si era appena agli inizi della riflessione sul diritto del tempo di guerra e fiorivano le Utopie: acme del pensiero simbolico, esse sono un’idea non solo architettonica dello spazio di vita, che giuda l’immaginazione, per Aristotele fonte di conoscenza. L’Utopia è il sapere che più da vicino guida l’azione – ed è né giudizio storico né progetto politico – ma è tutt’altro che inutile… il mondo dell’uomo è figlio delle utopie… Tommaso Moro, Amos Comenio, Erasmo, Bruno e Campanella sono i veri creatori dell’Europa della Pace.

Bruno viaggiatore d’Europa tentò anche di tessere la rete degli uomini di buona volontà. Ma è anche un pensatore dell’estetica come percettologia, e nel Rinascimento scrisse una mirabile teoria della conoscenza per immagini. È un intellettuale stranamente contemporaneo, più di altri classici perché è più avanti dell’oggi, se appena si scrosta il tanto silenzio che l’ha circondato. Non riconosciuto per due secoli, tornò con forza quando Jacobi e Schelling ne diedero la stessa lettura dialettica come Hegel; con Bertrando Spaventa il suo nome tornò infine nel paese del Papa: ma già Monti aveva a suo tempo ricordato “quanto dovessero a Giordano il Gassendi, il Cartesio, il Fontenelle, il Leibniz e lo Spinoza” (p. 594).

Ci si riferiva alle opere del suo teatro filosofico, come si fece poi fino agli anni ’50 del ‘900 – solo Felice Tocco alla fine dell’800 aveva dato importanza delle opere latine – la mnemotecnica, base della logica binaria, diventata perciò primo oggetto di interesse; ma con le ricostruzioni di Frances Yates il panorama è cambiato: le sue immagini, la lettura storica delle opere, ha tratto alla luce una filosofia di sorprendente novità e solidità, una filosofia delle immagini – non a caso Yates aderiva alla Warburg Library, dov’è nata l’iconologia con Gombrich e Panofsky.

Perciò, se lo ricordiamo sabato mattina 17 febbraio nella Sala dell’Accoglienza del Palazzo Reale di Napoli alle 9.30 e pubblichiamo qualche suggerimento di lettura: non è per emulare quelli che a fine ‘800 esaltavano Bruno come eroe del libero pensiero, animando contestazioni di piazza in nome di chi si batté tutta la vita per la pace.

È un invito a rileggere con occhio attento parole vive. Sull’immagine, sui simboli, temi oggi così attuali – si scoprono le idee chiare di Bruno. Non meraviglia chi sa quanto fosse vasto ed arguto il suo pensiero forte, ricco di asserti delineati e di problemi ben posti. Dalla superficialità dell’oggi, a leggere queste contese si ha la sensazione della meschinità del presente, così superficiale negli approfondimenti e nelle discussioni sostenute da metafisiche della liquidità e dell’esibizione. Bruno è certo purtroppo esibito meravigliosamente dal suo rogo: ma il progresso delle loro idee ha generato una società che seguita a perseguitare i Mercuri inviati dagli Dei, come si definiva Giordano Bruno – ma nell’Europa della Pace, ci sono migliori garanzie. Tocca a noi renderle sempre più forti.

W Editoriale 3-18 La vita del grande pellegrino d’Europa