La Chiesa di Sant’Aniello a Caponapoli entra nella didattica del territorio di OSCOM

di Anna Savarese

Al fine di consolidare il carattere di polo culturale della Chiesa di Sant’Aniello a Caponapoli, Legambiente Campania, che collabora con il Rettore per la fruizione e valorizzazione del prestigioso bene monumentale, ha considerato fondamentale l’apertura a nuove sperimentazioni che consentano di coniugare le azioni di tutela con quelle di valorizzazione, sapendo cogliere le opportunità offerte dall’innovazione tecnologica e dai nuovi linguaggi e strumenti, utili ad “ampliare” l’attrattività del patrimonio culturale, sia in senso quantitativo, allargandone la platea dei fruitori, sia in senso qualitativo, accrescendo la capacità conoscitiva e la sensibilità estetica dei fruitori stessi.
In tal senso, particolarmente significativa è stata l’interlocuzione con l’OSCOM (Osservatorio di Comunicazione Ortoformativa Multimediale) che nel 2003 aveva prodotto un CdROM con il videogioco educational realizzato dalla Soprintendenza cittadina (arch.Ugo Carughi, Daniele Panebarco editor) sul restauro della struttura, la sua storia, il suo situarsi nella città di Napoli – videogioco che fu l’inaugurazione di alcuni corsi di Playmaking, un progetto didattico volto alla costruzione di giochi digitali in classe, intrecciati alla didattica ordinaria. Leggi tutto “La Chiesa di Sant’Aniello a Caponapoli entra nella didattica del territorio di OSCOM”

Il turismo religioso

di Alessandro Savy
Santiago di Compostela
Santiago di Compostela

La teoria più generale che possiede l’antropologia del turismo, si deve sicuramente a MacCannel (1976), che individua la struttura fondamentale della modernità nel turismo, visto come una rete sociale che permette all’attuale viaggiatore, spinto dai processi alienanti della vita quotidiana a cercare autenticità e realizzazione in luoghi lontani ed esotici, a loro volta costruiti in maniera intenzionalmente artefatta a favore dei visitatori da parte dei residenti.”[1]

Fare del turismo vuol significare viaggiare per diporto. Il neologismo (dall’inglese to tour “girare, andare in giro”, che si riconnette al francese tourner e questo al latino tornare) abbraccia però, nell’uso attuale, non solo tutte le forme e le manifestazioni del viaggio e del soggiorno per diporto (turismo attivo), ma anche tutti gli apprestamenti che l’attuazione d’un viaggio o d’un soggiorno, per svago, per cura, per istruzione, per motivi religiosi o per qualunque causa non utilitaria, presuppone o fa nascere (turismo ricettivo).[2]

Il turismo religioso, oggetto di questo articolo scientifico, nella società attuale assume importanza e significati molteplici, poiché al viaggio religioso sono collegati aspetti economici, organizzativi culturali ed antropologici, presenti anche in altri fenomeni di mobilità umana.

Da ciò l’attenzione ai temi del fenomeno religioso come fatto antropologico e sociale, alla dimensione culturale e artistica che la religione ha prodotto, all’organizzazione del viaggio e dell’accoglienza, alle caratteristiche della mobilità verso i luoghi di pellegrinaggio.

Turismo e pellegrinaggio sono due poli opposti di un viaggio continuo, tra i quali vi sono infinite possibili combinazioni tra il sacro e ed il secolare con al centro un’area dove vi è generalmente quello che viene definito, il turismo religioso.

Il concetto di turismo religioso, si lega alla richiesta di luoghi, dove i visitatori più che la soddisfazione di un’esigenza intima di fede tentano di recuperare il senso d’identità con siti che hanno un significato storico e culturale”. Il pellegrinaggio passa così dal modello classico del pellegrinaggio al modello del cosiddetto “turismo religioso”, che mira ad individuare le cause e le esperienze del fenomeno accennato attraverso una logica, organica-discorsiva circa i suoi fattori costitutivi. L’esigenza di connotare scientificamente il turismo religioso deriva dal bisogno di offrire un supporto culturale ed antropologico all’esperienza nuova del viaggio. Il turismo religioso emerge, come dizione linguistica in sostituzione e in stretta analogia con il pellegrinaggio, ancor prima di essere un fenomeno socio-culturale-religioso.

Di recente le istituzioni statali e regionali, hanno emanato leggi che predispongono condizioni favorevoli di sostegno al turismo religioso, con finanziamenti miranti al restauro di beni culturali, all’allestimento di musei diocesani e al riassetto delle case di ospitalità. Se proiettiamo lo sguardo al futuro, le prospettive del turismo religioso possono essere ricercate nella capacità di produrre una nuova cultura del viaggio che sappia coniugare creatività professionale degli operatori turistici con le attese delle coscienze individuali e con le competenze dei promotori locali ed ecclesiali. Il turismo religioso possiamo dire sia, composito poiché è costituito da componenti molto differenziate ovvero: l’arte, la storia, la cultura, il folklore, la religione.

Nell’esperienza del turismo religioso, il viaggio genera la curiosità di vedere cose nuove, di aprirsi all’incontro, di far prevale lo spirito di ricerca e di avventura, la disponibilità a cambiare, a modificare lo sguardo sulla vita.[3]

L’esperienza del turismo religioso si combina, quindi, ad entrambe le figure del turismo e del pellegrinaggio. Il turista quindi diviene una sorta di turista-pellegrino, che sembra conciliare un modo di vedere –osservare la cultura del sacro, con quella del viaggiatore pellegrino, ovvero di vivere il Sacro, viaggiando.

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[1] A. Simonicca, Turismo e società complesse, Meltemi, Roma 2004, p. 35.

[2] http://www.treccani.it/enciclopedia/turismo_res-1b65eca6-8bb8-11dc-8e9d-0016357eee51_(Enciclopedia-Italiana)/

[3] P. Battilani, Vacanze di pochi, vacanze di tutti. L’evoluzione del turismo Europeo, Il Mulino, Bologna 2009

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Torniamo ad Altiero Spinelli

di Francesco GUI

convegno-spinelliNella concezione di Altiero Spinelli maturata in un decennio di riflessioni filosofiche carcerarie, il federalismo consisteva essenzialmente in un’innovazione creativa dell’intelletto mediante il quale l’umanità passava da una civilizzazione ormai esaurita (quella dello stato nazionale sovrano) ad una nuova e più libera, fondata sulla sovra nazionalità. Trattandosi di un prodotto dell’intelletto, non di una diversa fase dello spirito, deterministicamente trasmigrante da un momento all’altro, la nuova stagione della civiltà umana richiedeva di essere instaurata attraverso una precisa soluzione istituzionale, quella appunto federale, mutuata dal modello americano. Senza una rigorosa applicazione dello strumento ‘hamiltoniano’, ogni aspirazione al superamento dello stato di guerra permanente fra gli stati e di povertà di massa delle popolazioni, restava pura velleità.

Di qui la meticolosa, quasi ossessiva attenzione di Spinelli per la cesura istituzionale fra il prima e il dopo, da realizzare, se possibile, attraverso un momento costituente, che all’inizio doveva essere addirittura ‘leninista’ e rivoluzionario.

Al di là di alcuni accenti superomistici e di un’istintiva concretezza machiavelliana, il nostro era anche consapevole che la prospettiva federalista costituiva il punto d’incontro fra le componenti progressive del suo tempo: vale a dire l’internazionalismo socialista democratico, l’universalismo cristiano che avesse abbandonato lo spirito di crociata e le correnti di pensiero liberal-democratico non soggiogate dal mito dello stato nazionale. Il federalismo, fondato sull’idea della pace permanente e della pace istituzionale, poteva costituire insomma il comune terreno di convivenza fra componenti diverse in vista di una più alta civilizzazione.

L’impegno de “Gli Stati Uniti d’Europa”[1] è di tenere viva la sostanza intellettuale e politica del Manifesto di Ventotene , in una fase parecchio nebulosa, in cui l’incertezza sui confini dell’Unione (vedi la questione turca) o l’attesa dell’esito dei referendum sulla costituzione (assolutamente cruciale quello francese di primavera), insieme con gli sbandamenti sulla questione irakena e sulla politica estera dell’Unione, determinano un rilancio delle iniziative nazionali e delle contrapposizioni all’interno degli stati, in assenza peraltro di chiare direttrici di azione e di attendibili soluzioni economico-sociali.

In definitiva, appare indispensabile mantenere salda la coesione di fondo, magari accantonando attriti di importanza secondaria, fra le componenti politiche legate agli obbiettivi tracciati dai padri fondatori (che in Italia sono chiamate a difendere anche la costituzione repubblicana). Al tempo stesso, nelle scelte politiche dell’Unione, il giudizio deve continuare a fondarsi sul préalable (preliminare) istituzionale, da suggerire anche al resto del mondo, vicini dell’Europa compresi. Malgrado le disillusioni e le smentite del quotidiano, l’impegno federalista è un impegno di civiltà, è un fattore identitario, è un legame forte fra credenti e non credenti. È il nord magnetico in questi difficili frangenti.

[1] Rivista pubblicata sino al 1939 dal 1867 dalla Lega internazionale della pace e della libertà al Congresso della pace di Ginevra sotto la presidenza di Giuseppe Garibaldi col patrocinio di Victor Hugo e alla presenza di Bakunin, continuata da Charles Lemonnier rivendicando libertà per le donne e i sindacati, il suffragio universale, la costituzione armate e tribunali comuni, l’abolizione della pena di morte. “Critica liberale” la rieditò nel 2004.

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George Steiner: una certa idea d’Europa

di Viviana Reda

ce“Con il crollo del marxismo nella barbarie della tirannia e nell’assurdità economica abbiamo perso un grande sogno: quello dell’uomo comune che segue la scia di Aristotele e Goethe (…). Ora che si è liberato da un’ideologia fallimentare, quel sogno può -anzi deve- essere sognato di nuovo. E forse solo in Europa abbiamo i requisiti culturali necessari, quel senso di tragica vulnerabilità della condition humaine, per fornirgli una base. Solo tra i cittadini di Atene e Gerusalemme, spesso così stanchi, divisi, confusi, è possibile ritrovare la fiducia che non valga la pena di vivere una “vita non esaminata”. Forse queste sono solo sciocchezze, forse è troppo tardi. Spero di no, perché queste cose le sto dicendo in Olanda. Dove ha vissuto e pensato Baruch Spinoza.”
Così concludeva la sua riflessione George Steiner in Una certa idea di Europa, pubblicato da Garzanti nel 2006. La finestra aperta sul futuro non era certo ampia e luminosa, ma piena di sincera speranza. Per l’Europa, l’unico obiettivo per imporsi sulla scena mondiale e recuperare se stessa, è sottrarsi alla schiavitù del conformismo derivante dall’omologazione culturale e dei consumi, alla povertà culturale che impone ai nostri “cervelli” di mettersi in fuga, al divenire una “civiltà di seconda mano”.
Se la forza del progetto europeo è l’ideale della consonanza, presente nel sostrato culturale fin dai tempi di Carlo Magno, non va tralasciata la presenza di differenze regionali e nazionali, vive nel livello linguistico, culturale, etnico. “Il genio dell’Europa è quello che William Blake avrebbe definito ‘la santità dei minimi particolari’ è il genio di una diversità linguistica, culturale, sociale, di un mosaico ricchissimo che spesso trasforma una distanza irrilevante, una ventina di chilometri, nella frontiera tra due mondi.”
Una certa idea di Europa si fonda quindi nella volontà della comprensione profonda delle differenze ed allo stesso tempo di elementi culturali affini che animano la storia: i caffè, ad esempio, come luogo di espressione ed elaborazione del pensiero e dell’azione, un paesaggio umanizzato e civilizzato che segue e costruisce l’antropologia europea, la presenza del passato come partner irrinunciabile di una cultura che si costruisce ripensando se stessa all’interno di un dialogo aperto con la propria tradizione.
Il genio europeo vive nelle strade, nelle piazze, nei luoghi di ritrovo, nella toponomastica che denuncia l’importanza di una memoria intesa come bene collettivo e pubblico, che sempre indica la responsabilità del passato nei confronti del presente ed auspica quella del presente rispetto al futuro. Questa consapevolezza, presente nella mortalità delle civiltà espressa da Valery e nella visione del tramonto dell’occidente di Spengler, si configura, nel pensiero di Steiner, come “escatologica”, una “finalità più o meno tragica” rintracciabile nel pensiero cristiano, in quello filosofico, ma anche nel più banale senso comune, dalla paura dell’anno mille a quello del duemila.
Figli del dualismo culturale che li vuole ambiguamente eredi di Atene e Gerusalemme, gli europei vivono all’interno della loro stessa geografia significati originari e culturali differenti. Dal mondo greco l’Europa ha ereditato “tre ricerche, o tre assuefazioni, o tre giochi che hanno tutta la dignità della trascendenza. Sono la musica, la matematica e il pensiero speculativo.” Non di meno ha offerto l’eredità di Gerusalemme: “La sfida del monoteismo, la definizione della nostra umanità come dialogo con la trascendenza, l’idea di un Libro supremo, la nozione che non è possibile superare la legge dai comandamenti morali, la nostra stessa visione della storia come tempo dotato di significato, trovano la loro origine nell’enigmatica singolarità e nella diaspora di Israele.” In tale senso si profila la ricchezza di un pensiero che, se vuole, può superare non l’identità ma l’idolatria dell’io che si dà come indivisibile ed unico, recuperando l’apertura e la libertà che offrono la possibilità della coesistenza delle diversità.
L’Europa supera le ipocrisie e gli eccessi dell’epoca e può riconoscersi in ciò che diceva Thomas Mann: “Le grandi idee umane. Questa è la cultura europea.” Un pensiero che mira a riconoscersi nella nobiltà dello spirito, nella dignitas della persona umana forte di un codice morale che viene dai classici del pensiero stesso ovvero da ciò che dal passato ci interroga e che ci impone una scelta. Oltre ogni “fascismo della volgarità, censura del mercato e di economia della conoscenza” le parole di Steiner risultano un monito carico di speranza che rinnova il legame profondo e fondativo, a livello antropologico, tra i grandi ideali dell’umanità e la pratica continua ed assidua a livello etico ed estetico.
Dice Rob Riemen nella prefazione al volume: “le arti, le scienze umane, la filosofia e la teologia, la bellezza: tutte queste cose esistono per nobilitare lo spirito, per consentire all’umanità di scoprire le più alte forme di dignità e per possederle. È la nostra eredità culturale, i capolavori dei poeti e dei pensatori, degli artisti e dei profeti: il patrimonio che ogni individuo deve usare per la cultura animi, per coltivare l’anima e la mente umane – in modo da diventare più di quello che è, un animale.” In tal senso far rivivere la tradizione dell’umanesimo europeo significa riaprire un percorso nel quale, rinnovando le proprie tradizioni ed origini, l’Europa possa proporsi come interlocutore forte ed originale di un dialogo globale che urge ai suoi confini e che le propone, nei confronti della sua stessa storia, una possibilità di riscatto.

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Quando Picasso vide Pompei… Napoli ammira le opere ispirate dalle antiche pitture romane

di Anna Irene Cesarano

Pablo Picasso e Léonide Massine nel giardino della casa di Marco Lucrezio a Pompei fotografati da Jean Cocteau nel 1917
Pablo Picasso e Léonide Massine nel giardino della casa di Marco Lucrezio a Pompei fotografati da Jean Cocteau nel 1917

La mostra è ospitata all’interno del palazzo Zevallos Stigliano in via Toledo a Napoli, presso Gallerie d’Italia dal 18 Giugno all’11 settembre

Quando il maestro spagnolo vede Pompei è l’11 Marzo 1917. In quel periodo il padre del cubismo soggiornava in Italia e viveva a Roma, impegnato nella preparazione del sipario di Parade, con lui il poeta scrittore Jean Cocteau, Léonide Massine star dei balletti russi e Sergej Diaghilev direttore dei balletti russi. Ed è proprio con i suoi compagni di viaggio che Picasso è protagonista di una serie di scatti rimasti memorabili, che lo ritraggono tra le rovine pompeiane: davanti a una pittura della casa del Centenario, davanti a una fontana pubblica, nel giardino della casa di Marco Lucrezio. “Occhio stregonesco”, secondo l’amico Cocteau, Picasso, ma anche mente interpretativa che riesce a cogliere l’intima essenza di un’opera, manipolandola e a fonderla con un intero panorama di storia dell’arte che muove come un caleidoscopio, creando nuove immagini che a malapena conservano il profilo delle fonti (Pesando, Bussagli, Mori, 2003). In lui c’è forte il desiderio di superare l’accademismo e le fonti per dare spazio alle proprie scelte. Picasso impressionato dall’erotismo di alcune pitture pompeiane disegnerà Scena erotica del 1917, regalata poi a “Barbara”, in cui poi l’artista riprendendo lo schizzo in una gouache aggiungerà una finestra da cui si vede il Vesuvio. L’impronta di quel viaggio sarà visibile in molti capolavori dell’artista spagnolo, che farà della pittura pompeiana nuova linfa e spunto di riflessione da cui partire per approdare a nuove linee leggere e sinuose, pulite e candide com’è ben visibile nel ritratto della danzatrice Lydia Lopokova del 1919, le cui sembianze riportano al tocco grafico della pittura su marmo, al volteggiare di una giocatrice di astragalo incisa sulla pietra. O ancora in Nesso e Deianira del 1920 in cui è rintracciabile una pittura su marmo che rappresenta Teseo e il centauro, o in Donna che legge del 1920 in cui si evincono le tonalità spente, gli spazi vuoti e una riscoperta del corpo monumentale tipici delle pitture pompeiane. Ma è in Tre donne alla fontana del 1921 che sembrano convergere idee e influssi provenienti da più parti, si rinvengono infatti echi della scultura greca nella durezza delle scanalature degli abiti e nei profili delle donne che ricordano le dee attiche, mentre è nella  base del dipinto raffigurata come consumata dal tempo, che si risentono e si rivedono le antiche pareti della pittura delle rovine di Villa dei Misteri. L’influsso pompeiano su Picasso appare pienamente maturo quando nel 1923 Diaghilev gli chiede di restaurare il Sipario di Parade… dice semplicemente : “Sembra i dipinti rovinati di Pompei! ed è molto meglio così” (Pesando, Bussagli, Mori, 2003, p.43). “L’ospite illustre”: è così denominata la rassegna che ha portato a Napoli uno dei più grandi capolavori del pittore spagnolo, Arlecchino con specchio. Realizzato da Picasso nel 1923 e facente parte appunto di quel periodo conosciuto come “ritorno all’ordine”, in cui il maestro viene profondamente influenzato e suggestionato dal suo viaggio nel bel paese, ritrovando interesse per la forma grazie al confronto con le pitture romane pompeiane e la tradizione classica. Il dipinto arrivato dal Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid  è frutto di un progetto di scambio con le Gallerie d’Italia che ha fatto volare a Madrid il nostro Michelangelo Merisi, il grande Caravaggio e il suo Martirio di Sant’Orsola, che sarà possibile ammirare dal 21 Giugno al 18 settembre all’interno della mostra spagnola “Caravaggio y los pintores del Norte”.  Il dipinto di Picasso evidenzia uno stile molto originale e dinamico, infatti è nelle movenze dell’Arlecchino che si aggiusta il cappello a due punte mentre si specchia che si può intravedere l’essenza della maschera, mentre il costume a calzamaglia ricorda quello di un trapezista e il volto triste ricoperto dal cerone riporta a Pierrot. La manifestazione mette in luce lo squisito rapporto che Picasso ebbe con la città di Napoli e il legame imprescindibile con la sua storia e cultura, infatti all’interno della mostra c’è una testimonianza relativa al balletto di “Pulcinella”, di cui appunto il maestro spagnolo disegnò costumi e scenografia nel 1920, grazie alle sue osservazioni durante le passeggiate nei vicoli napoletani nei quali la maschera inscenava una sorta di spettacolino dal vivo.

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L’istituto festivo del pellegrinaggio

di Alessandro Savy

La pratica del pellegrinaggio rappresenta unapellegrinaggio delle più antiche e diffuse espressioni del sentimento religioso che l’umanità intera abbia saputo concepire: una sorta di lessico universale che accomuna sotto un unico schema di comportamento quanto di più culturalmente lontano, o diverso, si possa ritenere. Il pellegrinaggio rientra tra quelle forme che possiamo considerare istituti festivi. Infatti il termine “festa” ha un’area dai significati molto estesa. L’istituto festivo può assumere significati e valori simbolici diversi nella stessa epoca tra società e società o in raffronto con altre epoche, quindi oltre che dal punto di vista storico, va letto anche dal punto di vista sociale. In questa ulteriore specificazione possono essere individuati istituti festivi che riguardano tutta una determinata società o soltanto alcuni parti di essa.
La Festa è una struttura formale, all’interno della quale i vari aspetti sono collegati tra loro in un determinato modo, essa può essere considerata come una struttura narrativa, un racconto che si svolge attraverso una serie di azioni temporali concatenate tra loro. Tutte le feste sono il racconto di se stesse, il racconto vissuto di chi vi partecipa.
“L’istituto della festa costituisce un nodo cruciale della dimensione folk-lorica nelle sue molteplici valenze e implicazioni sul piano sociale, culturale e simbolico.”1


1 L. Satriani L.M.,a cura di L. Mazzacane, un modello per tutte le feste. Devozione e regole nel sistema delle feste campane, Sanità e tradizione, Meltemi editore, Roma, 2014, p. 25

Il pellegrinaggio assume sempre come elemento fondante la forma del viaggio, di andata e di ritorno, il viaggio finisce cioè per diventare esso stesso un “andare carico di tutti i significati simbolici, mitici, magici della storia come della leggenda, come delle fiabe, questo andare dal luogo profano al luogo Sacro, dal quotidiano al festivo
costituisce esso stesso la più riconoscibile tra le forme materiali e simboliche del pellegrinaggio.”2
Annabella Rossi, che ha studiato i pellegrinaggi nei santuari meridionali frequentati da appartenenti alle classi contadine o sottoproletarie alla fine degli anni sessanta, evidenzia alcune caratteristiche dei comportamenti dei devoti.
“Per propiziarsi favori o per ottenere grazie i pellegrini offrono tutto quello che possono: denaro o piccoli oggetti preziosi, ex voto in cera o metallo e fino a qualche decennio fa, anche olio, animali vivi, vestiti e perfino capelli o sigarette”3.
“L’esigenza fondamentale dei pellegrini, quella che è stata il motivo del viaggio e delle offerte, come della preghiera e delle invocazioni, è la rassicurazione, in questa esigenza risiede la funzione essenziale del pellegrinaggio e da essa sono determinati tutti quei meccanismi di scambio per cui da un lato i pellegrini offrono beni economici e dall’altro il clero concede rassicurazione generica ed oggetti religiosi aventi la funzione di renderla più concreta e di portarla nel tempo, nella vita quotidiana alla quale i pellegrini torneranno dopo la parentesi eccezionale del pellegrinaggio.”4


2 L. Mazzacane, Struttura di festa, Franco Angeli, Milano 1985, p. 40

3 A.. Rossi, La festa dei poveri, Sellerio, Palermo 1986, p. 15

4 Ivi, p. 16

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