I fantasmi del Castello di Baia (2)

di Baia First, team Oscom

Germanico
Germanico

Sulla scorta di questa lettura andiamo al Castello di Baia, che sorge su una sporgenza scoscesa della costa, un’area strategica per la natura del promontorio tufaceo a picco sul mare, legato da profondi valloni all’entroterra, i crateri detti Fondi di Baia, unici al mondo perché gemelli uniti all’ombelico e contigui. Munito di opere di difesa, mura, fossati e ponti levatoi, il castello era pressoché inespugnabile: perciò era stato eretto dopo il 1490, per volere di…

W Narrazioni I fantasmi del Castello di Baia (2)

I fantasmi del Castello di Baia

di Baia First, team Oscom

Germanico
Germanico

Tacito raccontò la morte di Agrippina, avvenuta nei luoghi che si ammirano nel tratto di mare che si offre allo sguardo dalla terrazza del Castello di Baia. Morte terribile, un matricidio.

Ecco la sorte della bambina che viaggiava con la madre Agrippina Maggiore con le truppe del padre Germanico. Il mai abbastanza compianto eroe dei…

 

W Narrazioni Team Oscom I fantasmi del Castello di Baia

Kentro

di Viviana Reda

Giacomo Balla - Foulard
Giacomo Balla – Foulard

Il testo era finalmente lì. Lineare omogeneo, immobile. I segni erano molti, spesso oscuri, indecifrabili. Aggettivi d’ogni genere facevano capolino fin dal primo margine pronti a sfidarlo.
Parole e frasi lontane erano confluite in un unico linguaggio che si componeva per questo di termini desueti e gergali, di espressioni idiomatiche dal sapore inaudito, dal senso sconosciuto.

Restavano ancora fuori dalla sua opera, alcuni indecifrabili geroglifici. La complessità di tali segni affaticavano sempre più il mio unico occhio, ormai vecchio. L’altro, perso tra le pagine dei testi della mia formazione, era andato deteriorandosi fino a chiudersi per sempre. Da quel momento presi a scrivere il liber librorum, nella speranza che nella summa d’ogni sapere avrei potuto trovare la clavis universale: la vista che può restituire la visione completa del mondo.

Nelle parole cercavo la strada che mi portasse al centro dell’enigma, all’unico sguardo che sfugge ogni tempo. Ma per quanto mi affannassi a ricercare un ordine, i segni che mi sfilavano davanti erano come ombre, doppi sbiaditi e oscuri di un originale disperso.

M’accasciai derelitto allo scrittoio rivolgendo al cielo e al suo silenzio un supplice sguardo. Le stelle brillavano illuminando le carte.

D’un tratto notai con orrore una lugubre assenza e riconobbi in un simbolo il disegno delle stelle scomparse nella notte. Ma nell’arabesco tracciato sul foglio una linea prepotente d’inchiostro spaccava in due il simbolo, come se le due parti, separate, togliessero al segno il suo potere di diventare reale.

Guardavo quel mistero da ore quando mi sorprese, oramai esausto, un sonno profondo.

Fu allora che i segni, fino ad allora inermi, cominciarono ad animarsi, a prendere forma. Dinanzi a me la metà del geroglifico del Cancro si distese sul pavimento e da essa lentamente si profilarono i contorni di una parete ricurva, quasi una spirale. Mi allontanai dallo scrittoio e, percorrendo il corridoio in direzione del laboratorio mi ritrovai in un luogo affatto nuovo ed estraneo. Intorno a me, sulle pareti circolari, disegni di coppe, cuori, e svastiche sembravano indicarmi la via. I segni, graffiti sulle mura di questo sotterraneo passaggio, sembravano ripetersi ciclicamente, infittirsi sempre di più come se volessero indicarmi l’avvicinarsi di un centro. La luce fioca della galleria non consentiva di leggere con precisione tutti i simboli, ma nel procedere mi accorsi d’esser quasi giunto alla fine. Le volute delle pareti; ora più strette, mi costrinsero quasi a girare su me stesso, prima di trovarmi di fronte ad una porta assai simile a quella del mio laboratorio.

Sulla porta c’era disegnato un grande triangolo ed all’interno di esso una circonferenza con un piccolo cerchio nero al centro. Il centro del centro: sembrava giunto il momento in cui ogni mistero sarebbe stato svelato, in cui finalmente l’uno avrebbe riacquisito il primato, il doppio sarebbe scomparso, il libro concluso. Il simbolo sulla porta cominciò a roteare sempre più forte e ciò che in prima istanza sembrava una sfera si fece un cono che roteava su se stesso velocemente. Il piccolo centro nero apparve per ciò che era, non un segno, ma un buco, vuota serratura priva di chiave. Aprii dunque la porta e con enorme stupore vidi, dietro di essa, il mio studio, il mio scrittoio e seduto sulla mia poltrona un uomo con la mia stessa barba e il mio stesso sorriso, ma il suo occhio era l’Altro del mio, il suo doppio perduto.

L’uomo scriveva il mio libro e traduceva i simboli manoscritti ignorando il mio lavoro. L’uomo si chinava su di me e traeva da me ispirazione per completare il senso d’ogni scrittura.

Quando mi riebbi, ancora sbalordito, mi accecò la luce della costellazione del Cancro che, luminosa e lontana, brillava radiosa. Il suo dissidio era finito, e forse anche il mio, anche se mai bene capii dove fosse finito l’uomo dall’Altro occhio. So solo che al mio risveglio il buco nero ch’avevo attraversato mi apparve in un’ampolla nera d’inchiostro, buco nero d’ogni parola, creatore dell’originale e del suo doppio, nera linfa d’ogni visione.

W Narrazioni Reda Kentro

Il Vento

di Viviana Reda

Dopo le scosse telluriche, incruente ma costanti, dopo l’ultimo affannoso borborigma terrestre che l’esimio Mercalli amò definire molto lontano da un prurito, allora venne il vento.

Non uno qualsiasi, ma tutto insieme, ammassandosi in violenti turbini e raffiche dolorose, scotendo le case e i dorsi fin nelle fondamenta, piegando e spezzando le cime frondose di cavi e luminarie delle strade. Gente a frotte veniva spazzata via o restava stordita tra le fila dei discorsi e dei regali che si sporgevano inquieti dai graziosi pacchetti. Noncurante del Natale ogni albero o presepio fu sollevato in aria e fatto roteare in un’ultima danza.

Venne il vento, a segnare la fine del silenzio del cielo, a svelare l’assenza del Dio del diluvio per sfogare l’assolutezza del Pandemonio. Il lungo viaggio del vento nelle lontane galassie sembrava giunto al termine.

Calatosi in tutta la sua disumana corporeità spazzava via ogni cosa lasciando dietro di sé il più perfetto disordine. Nulla appariva ormai fuori dal suo implacabile soffio. La sua voce possente aveva divorato ogni cosa, vuotato ogn’irrealtà. Scomparsa ogni idolatria di felicità, compariva al fine il deserto.

Polvere accidiosa piombava lentamente, permeava e agglutinava, si faceva roccia e materia, poi scompariva disperdendosi.

Inaspettato e incontrollabile il vento svelava il mistero del tempo celato in un’antica clessidra costruita negli avi trascorsi, ottenebrò luce e ombra. Il mondo sembrò fermarsi, la terra farsi piatta, scomparve il punto focale e la sua prospettiva, il centro roteò su sé stesso e sprofondò per sempre.

Nel deserto partorito alla fine del mondo restano ora solo le rovine nascoste nel vento. Solo il vento culla oramai il deserto, unico scenario che, costruttore di rovine, immaginai per la fine del mondo.

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Bruno Brillante: nella sua pagina la vecchia Napoli d’oggi

di Redazione
Napoli - Il Capo di Posillipo
Napoli – Il Capo di Posillipo

Bruno Brillante racconta delle ciliegie del Capo di Posillipo, vecchi racconti per rivisitare la città rammemorando la diversità del passato: ma nella pagina Facebook indica anche come partecipare alle gite a piedi in città che riscoprono campagne e agriturismi che rievocano antiche colture.

“Ho mangiato le ciliegie del Capo di Posillipo. Le portava in casa d’un amico un contadino che coltivava una terra che, unita poi ad altre divenne il Parco della Rimembranza. Ciliegie che sembravano lucidate come un corallo di Torre del Greco. Non c’era ancora il ponte che ora unisce via Alessandro Manzoni con il Parco. Via Manzoni aveva un percorso più breve, il suo nome finiva ai margini di altre campagne vigneti e agrumi. Dove ora gira il ponte si chiamava la montagna spaccata. Un sentiero incassato tra la collina e la sua ultima propaggine che a picco scendeva sul mare e raggiungeva Coroglio, una spiaggia pressoché sconosciuta e deserta. Un tram, il numero 1, si partiva da piazza Trinità Maggiore: il più lungo percorso tranviario della città, ma, poco più che a mezza strada, a Palazzo Donn’Anna, il tram aveva smaltito quasi tutti i viaggiatori: al capo arrivavano il manovratore e il bigliettaio. Di sera qualche coppia di innamorati. Il contadino di Posillipo non faceva affidamento sul numero 1 e veniva in città con un cavallino. Percorreva tratti di strade e sentieri allora sconosciuti: S. Strato, il Marzano, Villanova. Col cavallino incrociava un tram a cavalli che recava sull’imperiale la scritta: Montesanto – Torre Ranieri. Tram polveroso con un cocchiere sonnolento che affidava ai cavalli il compito di raggiungere quella meta, non meno favolosa del capo di Posillipo: Torre Ranieri. (Mauro Nazzaro)

Questi luoghi, non essendo ancora edificati come oggi il Vomero e l’Arenella, era considerato, dice il settecentesco Celano, alla Collina di Posillipo: “Nelle spalle, Napoli ha il fertile monte di Posillipo, che principia come si disse, dal castello di S. Eramo, o, col volgo, di S. Ermo, sotto la chiesa e il monisterio de’ Certosini. Il questo monte, dalla parte di Oriente, par che la natura di continuo stia con attenta fatica studiando per mantenerlo sempre verde e sempre in fiore; essendo che in questo in ogni tempo, e sia pure nel più orrido dell’inverno, vi si lavorano mazzetti di fiori freschi”.

W MM Bruno Brillante nella sua pagina la vecchia Napoli d’oggi

 

Il mistero Ferrante. Il labirinto di un’identità nascosta.

di Anna Irene Cesarano

ferranteEscono in America le traduzione dei suoi libri e l’Hotel Romeo organizza a Napoli piccoli Tour sulle vie narrate dai suoi romanzi. La letteratura come occhio di bue turistico continua a funzionare.

E quante sono le storie di Napoli…

Continua il mistero sull’identità della scrittrice partenopea, che forse è uno scrittore, come molti hanno supposto. Chi si cela dietro Elena Ferrante? E perché avere successo e non prendersene il merito?

Questo non ci è dato sapere, ma quello che diamo per certo è che è diventato già un giallo letterario e che impazzano le ipotesi sulla identità della “scrittrice fantasma”, così come è stata definita da qualcuno. Fredda la smentita della storica Marcella Marmo, ordinaria di storia contemporanea all’Università di Napoli Federico. «La notorietà per meriti non propri non è mai gradevole. Ringrazio tutti quelli che hanno potuto pensare che io sia una felice scrittrice di best seller, ma come ho cercato invano già di dire nei giorni scorsi io non sono Elena Ferrante. Malgrado non abbia concesso possibilità di dubbio, la notizia che ci sia io dietro l’identità della Ferrante continua a circolare. Chiedo cortesemente alla stampa di archiviare il giallo letterario e di lasciarmi al mio lavoro di storica». Eppure il dantista e scrittore Marco Santagata ha fatto una vera e propria ricostruzione sul Corriere della Sera, trovando molte coincidenze tra la Marmo e la Ferrante, come ad esempio le ambientazioni o i dettagli linguistici. E che dire della rivelazione fatta proprio sul profilo facebook di Marco Santagata dalla figlia della Marmo, Arianna Sacerdoti, «Lo confesso: Elena Ferrante sono io. Le ambientazioni e i dettagli pisani sono frutto dei ricordi di mia madre, Marcella Marmo, mentre il resto (e la penna ‘letteraria’) sono miei». Bè anche in questo caso è possibile trovare delle assonanze forti tra le due donne, a cominciare dal fatto che la Sacerdoti sia una latinista, così come ad esempio il personaggio di Elena Greco in Storia del nuovo cognome che studia letteratura latina, o ancora per il fatto che la figlia di Marcella Marmo sia una poetessa, scrittrice, autrice di storie per bambini così come aveva fatto anche Elena Ferrante.

Ma in questo labirinto contorto anche altre ipotesi prendono corpo, trasformandosi in persone in carne e ossa. Come quelle che accreditano lo scrittore napoletano Domenico Starnone o sua moglie (Anita Raja) o ancora Goffredo Fofi, Francesco Piccolo nella persona di Elena Ferrante. Ovviamente tutte smentite, ma c’è già chi parla di geniale trovata commerciale, di libri addirittura studiati al tavolino per carpire l’immaginario e i lettori d’oltreoceano, o ancora di un team tecnico che si celerebbe dietro lo pseudonimo di Elena Ferrante. Quel che è certo è che parlano i numeri! Ottocentomila copie vendute in Italia, al vertice delle classifiche americane con oltre un milione di copie vendute, in quella del New York Times vi rimane per 27 settimane!

La rivista Foreign Policy l’ha inserita tra i primi cento global thinker nella categoria Chronicler. In Spagna è famosissima, è alla nona edizione, scalando le vette in Catalogna, Australia, Francia, Cile, Norvegia, Inghilterra, Israele. E pensare che solo pochi letterati italiani hanno varcato i confini nazionali, è il caso di Calvino, Umberto Eco, Saviano, Fallaci, Calasso, Baricco, per citarne alcuni.

E allora invece di fermarsi al chiacchiericcio, al rumore, ai pettegolezzi e alle ipotesi sollevate per sapere chi è veramente Elena Ferrante, che vorrei aggiungere, da vent’anni cela la sua identità, quando nel 1992 scrisse L’amore molesto tradotto poi in film I giorni dell’abbandono. Io volgerei lo sguardo altrove, alle ragioni di tanto successo. Il suo romanzo-saga L’amica geniale, un ciclo di quattro volumi, diventerà una serie tv The Neapolitan Novels, prodotta da Fandango. Racconta di due amiche Lila e Lenù, due donne in conflitto, contrapposte seppur indispensabili l’una all’altra. Sullo sfondo della storia una Napoli caotica, descritta nei minimi particolari, la “napoletanità” come tratto caratteristico del mistero Ferrante. Quella “napoletanità” che da sempre attira e instilla il seme della curiosità negli stranieri, un misto di stereotipo e luoghi comuni. La Napoli dei ceti sociali più umili, i “guappi” del quartiere che non mancano mai in perfetto stile Soprano, il Vesuvio e il paesaggio che fanno da contorno ad un racconto lungo una vita tra due donne, la forza della sua evoluzione e l’inscenare l’amicizia femminile, saranno questi i motivi di un successo planetario? Oppure l’intensità della penna, la vividezza delle emozioni che suscita, le storie in cui tutti ci riconosciamo? O il mistero di una firma senza volto che alimenta un alone di magia e fascino?

La morte dell’autore decreta il successo dell’opera! Si pensi agli artisti di tutti i tempi, in qualsiasi campo di produzione di immaginario collettivo, dagli impressionisti, il caso di Monet, Cezanne, allo stesso Van Gogh che in vita era considerato un povero pazzo, e sappiamo tutti la fortuna che ha riscosso appena morto.

E secondo voi se Marylin Monroe non fosse morta circondata da un alone di mistero sarebbe ancora oggi il mito universale di tutti i tempi? O avrebbe conosciuto il declino di Brigitte Bardot?

Sembra paradossale ma è così, appena muore un artista si insinua una curiosità morbosa per quello che ha fatto, per quello che è stato, per le sue opere. Ecco la corsa dei critici, tutti ad esaminarle, giudicarle, rivalutarle.

Ecco il fascino della morte/scomparsa, anche se metaforica, come nel caso della Ferrante.

Naturalmente questo fascino è supportato e alimentato da un grande talento narrativo!

W narrazioni Cesarano Il mistero Ferrante. Il labirinto di un’identità nascosta

Pasqua a Napoli per Raffaele La Capria

di Redazione
Raffaele La Capria
Raffaele La Capria

Un giorno di marzo del 2014, il 29, Raffaele La Capria si ricordò di Napoli.

È ora che i napoletani veraci, premiati per resistenza e coraggio col risiedere nell’ombelico del mondo, inizino a confrontarsi con le visioni degli ‘esperti’ cui i giornali chiedono di dare pareri: e ne hanno ricordi olografici… cose di quando Berta filava… e ghignano dal loro buen retiro, finalmente oltre Posillipo…

A Napoli la vita ha un ritmo tale che quando un napoletano schizza fuori diventa altrove almeno sindaco o suo aiuto fidato… leggete per piacere i nomi e le storie dei grandi del paese: quanti napoletani anche di oggi !!! ma non solo affezionati alla loro terra.

Preferiscono agire da gallo colorato e trattare come monnezza l’oro puro di cui hanno preso in tasca una parte nel fuggire – invece, non sanno che se non si resta senza motivo nella Florida dei Romani la ricompensa è grande.

Ed ecco quindi il detto pezzetto capolavoro scritto dal grande esule, che certo condivise il fuitivenne di un altro grande esule – che di Napoli ha fatto la sua stessa poetica, i ferri del mestiere.

Ci si arricchisce qui, si spende altrove: è una legge antica a Napoli, solo che i sudditi di oggi sono meno rassegnati di ieri. Promette bene già il titolo.

LA NAPOLI DEL DOPOGUERRA

Erano quelli gli anni della mia giovinezza ma erano belli non solo per questo, ma per il fervore che c’era nell’aria e che si respirava a pieni polmoni, un fervore che aveva scatenato tutte le energie sopite negli anni di guerra. Come erano scatenate le ragazze dei vicoli che ballavano il bogie bogie col soldatino americano che estasiato le abbracciava!

Come erano aperte al futuro le nostre vite! Si scriveva, si cantava, si suonava la vita dovunque. Si scriveva sulla rivista “Sud”, direttore Pasquale Prunas, dove apparivano le poesie di Gianni Scognamillo, di Tommaso Giglio, di Luigi Compagnone, i nomi e gli articoli della Ortese, di Stefanile, di Maurizio Barendson, di Patroni Griffi, di Rosi e tanti altri.

Si cantava “dove sta Zazà” e si traducevano i Quartetti di T.S. Eliot, non si faceva molta differenza tra l’alto e il basso stile perché tutto era penetrato dallo stesso spirito vitale.

Quando ci penso mi domando come faceva Malaparte, il Malaparte de La Pelle, a vedere solo quel lato squallido che lui descriveva nel suo libro. Ma tutto il resto non era più importate e travolgente? Non superava di gran lunga la miseria e lo squallore da lui esibita con ostentata compiacenza per épater il suo pubblico? Col suo fiuto di artista lui aveva intuito che parlar male di Napoli rende, si trovano sempre molti lettori.

Medice, cura te ipsum.

Possibile che con simile entourage non si potesse avviare a Napoli una RAI pari a quella di Torino, Milano, Roma, capace di resistere al tempo. Troppa bisboccia. Chi fu responsabile, oggi almeno taccia.

W narrazioni Redazione Pasqua a Napoli per Raffaele La Capria

‘a Ciorta ‘e Napule

di Franco Lista

pedamentina‘E “malamente”, cioè gli infami, i perfidi, asseriscono che il napoletano, “campa a jurnata” e dunque stando immerso sempre nel presente, sarebbe privo di coscienza storica.

Pura cattiveria questa poiché il napoletano (e ce ne sono tanti di napulitane peliente che vendono calzini e accendini) sta dentro la jurnata, in quanto va a faticàa jurnata, pe’ abbuscà ‘a jurnata.

È evidente, d’altra parte, come il passato e la memoria, insieme alle tradizioni e alla lingua, siano gli elementi che assicurano, nel tempo, al popolo napoletano la sua coesione sociale e anche la sua fisionomia e il suo carattere.

Va riconosciuto il valore antropologico-culturale di questi elementi che, nella vita di ognuno di noi, progressivamente assunti e interiorizzati, costituiscono il motivo del nostro radicamento, della nostra autentica identità. Se in una comunità memoria ed esercizio diacronico sono presenti, ne deriva, di conseguenza, il dato coscienziale; per questo i napoletani (per adoperare una locuzione con la quale Levi-Strauss definiva le società primitive) non possono in alcun modo essere assimilati a una “società sincronica”, cioè di persone che “vivono alla jurnata”.

Ancora, i maligni con la loro cazzìmma e zuzzimma fanno riferimento soprattutto al nostro connettivo social-popolare, che lacerato dalle tante difficoltà e zeffunnate ‘e malepatènze si reclude nel quotidiano, còmme a dinto ‘o mastrillo.

Mi viene in mente, in proposito, quella canzone che si cantava nell’immediato dopoguerra napoletano, nel 1944, “Simmo ‘e napule paisà” di Fiorelli – Valente.

Il paroliere Fiorelli scrisse un vero manifesto programmaticamente liberatorio dalle pene della guerra che pure esprimeva, in pochi versi, la necessità di affrancarsi dalle angosciose vicende belliche, appena superate:

“Nun vale cchiù a niente ‘o ppassato a penzà” e allora “Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto … scurdàmmece ‘o passato, simmo ‘e Napule paisà!”

Poiché ai napoletani basta unicamente ’o sole, ‘o mare e na nénne a core a core!

E questo a ben guardare è cosa antica, legata alla gioia di vivere che invita terapeuticamente ognuno di noi a: “Scòrdate affatto de li guaie passate”, come scrisse Giambattista Valentino nel settecentesco “La Mezacanna”.

Sta di fatto che Napoli, con la sua grande storia e con attaccata, come una patella allo scoglio di Mergellina, la nostra individuale, modesta microstoria, è pur sempre un’esperienza fantastica e sorprendente da vivere con l’intensità che merita.

E’ chiaro, d’altra parte, come la Napoli d’oggi, aporeticamente oscillante tra “progetto e destino” (Argan), appare più adeguata alla contemplazione estetica, monumentale e paesaggistica, alla ecfrastica archeologica e urbanistica del suo bel centro antico (Gily), alla riflessione sociologica della sua storica e strutturale “porosità” (Benjamin) quale condizione di crescita senza sviluppo, che adatta a una moderna proiezione di civiltà urbana che conservi però, come un’opera d’arte, tutta “l’incarnazione di senso” (Danto) partenopeo.

Napoli non può rassegnarsi alla tragica ineluttabilità del disegno di un Flatus collettivo. Deve reagire, ribellarsi al destino, ‘a ciorta!

Forse per questo uno straordinario cantore di Napoli, Pino Daniele, ha scritto: “Napule è ‘na carta sporca e nisciuno se ne importa e ognuno aspetta ‘a ciorta. Perché ‘a ciorta è la sorte, è il destino, è il fato che hanno sempre un doppio segno: possono determinare una condizione fortunata ma anche il contrario. Napoli, carta sporca, come ha scritto Aldo Masullo, è “lasciata marcire dalla malvagità di chi l’ha sporcata e dall’indifferenza di tutti gli altri”.

Allora, alla Napoli tra ‘a mammòria e ‘o scurdà, ossia tra passato, memoria e oblio, alla Napoli che cambia e si trasforma, alla “Napoli che se ne va”, per dirla con il titolo del bel libro di Aniello Costagliola (è qui davanti a me, sul mio tavolo, con la bella dedica indirizzata al mio maestro, nonno di Elena, mia moglie: ”A Ciccio Galante, fraternamente. Aniello 12-VI-19.”), allora dicevo e continuo, alla Napoli eterodiretta nella nuova condizione, sociale e territoriale, di città metropolitana vale la pena di indirizzare, col forte affetto dei suoi figli, un augurio di ampia comprensione internazionale: Better city, better life!

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