Categoria: Narrazioni

Il Labirinto

di Viviana Reda

Quando l’inventore dei mondi concentrici stava per terminare il suo lavoro si rese conto d’aver speso ormai gran parte dei suoi anni nella costruzione di un labirinto.

Aveva realizzato una fortezza di inestricabili gallerie fitte di mattoni o di cespugli, di corridoi ciechi, di finte porte (e di tutto ciò che insomma si confà ad un labirinto) ed era compiaciuto che, per quanto avesse letto e studiato, nessuno, neanche Dedalo, nessuno aveva mai creato un labirinto perfetto. Intendo dire assolutamente perfetto, murato, chiuso, cioè assolutamente inattraversabile. No, non aveva progettato una prigione; le tavole, gli studi, i rilevamenti da lui fatti testimoniano che si tratta proprio di un labirinto, ma unico nel suo genere, un labirinto all’interno del quale si nasce e fin da piccoli si comincia a cercare la via per raggiungere il centro. (Prima di essere travolti da quelle che sono le crisi adolescenziali del labirinto che coincidono con la messa in discussione dell’esistenza del centro). Continue reading “Il Labirinto”

Enrico III e Giordano Bruno

di Redazione

Enrico III di Valois
Enrico III di Valois

Enrico III apprezzò Giordano Bruno per la sua arte della memoria che lo rendeva capace di affabulare ed incantare tutti – pensò perciò di affidargli un compito cui teneva tanto, tenere contatti con Maria di Scozia. Lo accompagnò al suo ambasciatore presso la Regina d’Inghilterra, Michel de Castelnau, che lo ospitò nella sua casa forse anche con segrete…

 

 

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Giordano Bruno: aprile 1583, ecco, sono a Londra

di Vera Mastropaolo

Il 7 aprile del 1583 sono andato dall’ambasciatore di Francia e… sono anche arrivato a Londra: impossibile? Fanfaronata? Eh No! banale verità e genuino merito di Papa Gregorio XIII, con la sua importantissima riforma del calendario. Certo che si comincia bene! L’avventura inglese per me sarà quindi sicuramente eccezionale! Scriverne il diario sarebbe uno spreco di carta, vista la mia…

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I fantasmi del Castello di Baia (2)

di Baia First, team Oscom

Germanico
Germanico

Sulla scorta di questa lettura andiamo al Castello di Baia, che sorge su una sporgenza scoscesa della costa, un’area strategica per la natura del promontorio tufaceo a picco sul mare, legato da profondi valloni all’entroterra, i crateri detti Fondi di Baia, unici al mondo perché gemelli uniti all’ombelico e contigui. Munito di opere di difesa, mura, fossati e ponti levatoi, il castello era pressoché inespugnabile: perciò era stato eretto dopo il 1490, per volere di…

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I fantasmi del Castello di Baia

di Baia First, team Oscom

Germanico
Germanico

Tacito raccontò la morte di Agrippina, avvenuta nei luoghi che si ammirano nel tratto di mare che si offre allo sguardo dalla terrazza del Castello di Baia. Morte terribile, un matricidio.

Ecco la sorte della bambina che viaggiava con la madre Agrippina Maggiore con le truppe del padre Germanico. Il mai abbastanza compianto eroe dei…

 

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Kentro

di Viviana Reda

Giacomo Balla - Foulard
Giacomo Balla – Foulard

Il testo era finalmente lì. Lineare omogeneo, immobile. I segni erano molti, spesso oscuri, indecifrabili. Aggettivi d’ogni genere facevano capolino fin dal primo margine pronti a sfidarlo.
Parole e frasi lontane erano confluite in un unico linguaggio che si componeva per questo di termini desueti e gergali, di espressioni idiomatiche dal sapore inaudito, dal senso sconosciuto.

Restavano ancora fuori dalla sua opera, alcuni indecifrabili geroglifici. La complessità di tali segni affaticavano sempre più il mio unico occhio, ormai vecchio. L’altro, perso tra le pagine dei testi della mia formazione, era andato deteriorandosi fino a chiudersi per sempre. Da quel momento presi a scrivere il liber librorum, nella speranza che nella summa d’ogni sapere avrei potuto trovare la clavis universale: la vista che può restituire la visione completa del mondo.

Nelle parole cercavo la strada che mi portasse al centro dell’enigma, all’unico sguardo che sfugge ogni tempo. Ma per quanto mi affannassi a ricercare un ordine, i segni che mi sfilavano davanti erano come ombre, doppi sbiaditi e oscuri di un originale disperso.

M’accasciai derelitto allo scrittoio rivolgendo al cielo e al suo silenzio un supplice sguardo. Le stelle brillavano illuminando le carte.

D’un tratto notai con orrore una lugubre assenza e riconobbi in un simbolo il disegno delle stelle scomparse nella notte. Ma nell’arabesco tracciato sul foglio una linea prepotente d’inchiostro spaccava in due il simbolo, come se le due parti, separate, togliessero al segno il suo potere di diventare reale.

Guardavo quel mistero da ore quando mi sorprese, oramai esausto, un sonno profondo.

Fu allora che i segni, fino ad allora inermi, cominciarono ad animarsi, a prendere forma. Dinanzi a me la metà del geroglifico del Cancro si distese sul pavimento e da essa lentamente si profilarono i contorni di una parete ricurva, quasi una spirale. Mi allontanai dallo scrittoio e, percorrendo il corridoio in direzione del laboratorio mi ritrovai in un luogo affatto nuovo ed estraneo. Intorno a me, sulle pareti circolari, disegni di coppe, cuori, e svastiche sembravano indicarmi la via. I segni, graffiti sulle mura di questo sotterraneo passaggio, sembravano ripetersi ciclicamente, infittirsi sempre di più come se volessero indicarmi l’avvicinarsi di un centro. La luce fioca della galleria non consentiva di leggere con precisione tutti i simboli, ma nel procedere mi accorsi d’esser quasi giunto alla fine. Le volute delle pareti; ora più strette, mi costrinsero quasi a girare su me stesso, prima di trovarmi di fronte ad una porta assai simile a quella del mio laboratorio.

Sulla porta c’era disegnato un grande triangolo ed all’interno di esso una circonferenza con un piccolo cerchio nero al centro. Il centro del centro: sembrava giunto il momento in cui ogni mistero sarebbe stato svelato, in cui finalmente l’uno avrebbe riacquisito il primato, il doppio sarebbe scomparso, il libro concluso. Il simbolo sulla porta cominciò a roteare sempre più forte e ciò che in prima istanza sembrava una sfera si fece un cono che roteava su se stesso velocemente. Il piccolo centro nero apparve per ciò che era, non un segno, ma un buco, vuota serratura priva di chiave. Aprii dunque la porta e con enorme stupore vidi, dietro di essa, il mio studio, il mio scrittoio e seduto sulla mia poltrona un uomo con la mia stessa barba e il mio stesso sorriso, ma il suo occhio era l’Altro del mio, il suo doppio perduto.

L’uomo scriveva il mio libro e traduceva i simboli manoscritti ignorando il mio lavoro. L’uomo si chinava su di me e traeva da me ispirazione per completare il senso d’ogni scrittura.

Quando mi riebbi, ancora sbalordito, mi accecò la luce della costellazione del Cancro che, luminosa e lontana, brillava radiosa. Il suo dissidio era finito, e forse anche il mio, anche se mai bene capii dove fosse finito l’uomo dall’Altro occhio. So solo che al mio risveglio il buco nero ch’avevo attraversato mi apparve in un’ampolla nera d’inchiostro, buco nero d’ogni parola, creatore dell’originale e del suo doppio, nera linfa d’ogni visione.

W Narrazioni Reda Kentro

Il Vento

di Viviana Reda

Dopo le scosse telluriche, incruente ma costanti, dopo l’ultimo affannoso borborigma terrestre che l’esimio Mercalli amò definire molto lontano da un prurito, allora venne il vento.

Non uno qualsiasi, ma tutto insieme, ammassandosi in violenti turbini e raffiche dolorose, scotendo le case e i dorsi fin nelle fondamenta, piegando e spezzando le cime frondose di cavi e luminarie delle strade. Gente a frotte veniva spazzata via o restava stordita tra le fila dei discorsi e dei regali che si sporgevano inquieti dai graziosi pacchetti. Noncurante del Natale ogni albero o presepio fu sollevato in aria e fatto roteare in un’ultima danza.

Venne il vento, a segnare la fine del silenzio del cielo, a svelare l’assenza del Dio del diluvio per sfogare l’assolutezza del Pandemonio. Il lungo viaggio del vento nelle lontane galassie sembrava giunto al termine.

Calatosi in tutta la sua disumana corporeità spazzava via ogni cosa lasciando dietro di sé il più perfetto disordine. Nulla appariva ormai fuori dal suo implacabile soffio. La sua voce possente aveva divorato ogni cosa, vuotato ogn’irrealtà. Scomparsa ogni idolatria di felicità, compariva al fine il deserto.

Polvere accidiosa piombava lentamente, permeava e agglutinava, si faceva roccia e materia, poi scompariva disperdendosi.

Inaspettato e incontrollabile il vento svelava il mistero del tempo celato in un’antica clessidra costruita negli avi trascorsi, ottenebrò luce e ombra. Il mondo sembrò fermarsi, la terra farsi piatta, scomparve il punto focale e la sua prospettiva, il centro roteò su sé stesso e sprofondò per sempre.

Nel deserto partorito alla fine del mondo restano ora solo le rovine nascoste nel vento. Solo il vento culla oramai il deserto, unico scenario che, costruttore di rovine, immaginai per la fine del mondo.

W Narrazioni Reda Il vento

Bruno Brillante: nella sua pagina la vecchia Napoli d’oggi

di Redazione
Napoli - Il Capo di Posillipo
Napoli – Il Capo di Posillipo

Bruno Brillante racconta delle ciliegie del Capo di Posillipo, vecchi racconti per rivisitare la città rammemorando la diversità del passato: ma nella pagina Facebook indica anche come partecipare alle gite a piedi in città che riscoprono campagne e agriturismi che rievocano antiche colture.

“Ho mangiato le ciliegie del Capo di Posillipo. Le portava in casa d’un amico un contadino che coltivava una terra che, unita poi ad altre divenne il Parco della Rimembranza. Ciliegie che sembravano lucidate come un corallo di Torre del Greco. Non c’era ancora il ponte che ora unisce via Alessandro Manzoni con il Parco. Via Manzoni aveva un percorso più breve, il suo nome finiva ai margini di altre campagne vigneti e agrumi. Dove ora gira il ponte si chiamava la montagna spaccata. Un sentiero incassato tra la collina e la sua ultima propaggine che a picco scendeva sul mare e raggiungeva Coroglio, una spiaggia pressoché sconosciuta e deserta. Un tram, il numero 1, si partiva da piazza Trinità Maggiore: il più lungo percorso tranviario della città, ma, poco più che a mezza strada, a Palazzo Donn’Anna, il tram aveva smaltito quasi tutti i viaggiatori: al capo arrivavano il manovratore e il bigliettaio. Di sera qualche coppia di innamorati. Il contadino di Posillipo non faceva affidamento sul numero 1 e veniva in città con un cavallino. Percorreva tratti di strade e sentieri allora sconosciuti: S. Strato, il Marzano, Villanova. Col cavallino incrociava un tram a cavalli che recava sull’imperiale la scritta: Montesanto – Torre Ranieri. Tram polveroso con un cocchiere sonnolento che affidava ai cavalli il compito di raggiungere quella meta, non meno favolosa del capo di Posillipo: Torre Ranieri. (Mauro Nazzaro)

Questi luoghi, non essendo ancora edificati come oggi il Vomero e l’Arenella, era considerato, dice il settecentesco Celano, alla Collina di Posillipo: “Nelle spalle, Napoli ha il fertile monte di Posillipo, che principia come si disse, dal castello di S. Eramo, o, col volgo, di S. Ermo, sotto la chiesa e il monisterio de’ Certosini. Il questo monte, dalla parte di Oriente, par che la natura di continuo stia con attenta fatica studiando per mantenerlo sempre verde e sempre in fiore; essendo che in questo in ogni tempo, e sia pure nel più orrido dell’inverno, vi si lavorano mazzetti di fiori freschi”.

W MM Bruno Brillante nella sua pagina la vecchia Napoli d’oggi