Carlo Antoni e la restaurazione del diritto di natura (1)

di C.Gily Reda
federicoIIunina
Università di Napoli – Centro Studi Collingwood

Attuale? Attualissimo ripensare la storia,

i problemi di ieri sono ancora i nostri.[1]

Che lo storicismo abbia parlato di restaurazione del diritto di natura – è cosa che può stupire chi sa qualcosa di filosofia e in specie della filosofia del 900, quando l’antitesi dell’illuminismo e dello storicismo era polemica aperta. Le chiacchiere della storia di Hegel, l’incisiva e caustica definizione degli ideali che non riescono a diventare istituzioni della storia, è stata a lungo influente su Marx, sui positivismi, sugli storicismi tutti.

Ma il Novecento, il secolo breve delle mille rivoluzioni, ha reso protagonista il male alive – le foto di Auschwitz non godono più solo della pur temibile mediazione di un Goya, l’orrore è documentato dal vivo. L’illuminismo è tornato a far valere le sue ragioni, a far discutere se davvero la lotta per il trionfo della ragione possa considerarsi finita. Ha realizzato tanto in una lotta dura, altroché chiacchiere: il giusnaturalismo è nato quando nella guerra si abolivano le legislazioni, l’affermazione dei diritti umani nasceva nell’Europa delle guerre di religione, quando la morte più terribile era nei racconti dei potenti e degli umili, senza che la condanna e l’obbrobrio potessero valere altro che come lamento giobico. I diritti di natura dell’uomo furono affermati nella metafora della storia primitiva, affermarono un ideale di civiltà; tanti intellettuali ne morirono, ebbero vita grama, se non furono esperti nel larvatus prodeo. I risultati sono evidenti anche se limitati, ma non si elimina il male dal mondo; il migliorismo chiede una costante lotta per i diritti, nessuna conquista è eterna senza i suoi partigiani.

La debolezza della ragione storicista, e poi diversamente della postmoderna, sottovaluta la potenza dell’ideale e rinuncia ad assumersi la responsabilità della storia futura: fu la polemica della breve stagione del neo-illuminismo del secondo dopoguerra italiano. Ad essa Antoni sembrò non partecipare attivamente; ma sul finire della sua vita, nel 1959, argomentò le sue riflessioni in un’opera dal titolo forte, che aveva annunciato al Le Monnier dieci anni prima – quindi in collegamento è diretto.

Era una voce stridente per tutti coloro che come lui si collocavano nella scia degli studiosi amici di Croce, allora osteggiati dalle vecchie accademie gentiliane nonché dalle emergenti, sempre più marxiste ed esterofile. Era il quadro della fine degli anni ’50, che può oggi sfuggire, e che va ricordato per apprezzare la portata polemica di quel titolo, La restaurazione del diritto di natura; oggi può risultare poco rivoluzionario, tramontato lo storicismo e la sua accusa di astrattezza ai diritti di natura, come d’altronde il marxismo e la sua polemica contro le sovrastrutture culturali, oggi che sono state pubblicate nuove carte dei diritti per affermare la solidità delle idee nella sostanza lavica delle carte.

Croce a proposito degli ideali illuministi aveva parlato chiaro: Marx lo aveva emendato dalle alcinesche seduzioni della dea Giustizia e della dea Umanità, gli ideali del ’89; quando De Ruggiero nel ’46, con negli occhi l’orrore del processo di Norimberga, propose in un libro, Il Ritorno alla Ragione, il sole dell’illuminismo opponendolo al lume portatile dello storicismo, Croce ne bocciò le tesi in modo secco. Carlo Antoni meditò le argomentazioni e ne trasse spunto per un’interpretazione magistrale di Croce,[2] che molto influì su Raffaello Franchini.[3] Lo storicismo non valuta il potere dell’astratto, l’hegelismo non dà ragione della storia dei vinti; eppure la forza dei miti e delle utopie è chiara nella storia, ha una potenza d’azione più forte del potere della cultura. Astratto resta l’ideale fallito delle tante utopie della storia, ma dimostra una forza potente e generosa che guarda al futuro possibile; non si chiude nel guscio della realtà storica, non sa solo se stesso come l’Atto Puro aristotelico. In questo senso, dirà Antoni, la storia è magistra vitae, non perché insegni le leggi della storia, ma perché insegna a comprendere i valori metastorici.

L’offesa alla ragione portata dal mito ferino della razza, dimostrava insieme la potenza dell’astratto nell’azione storica e la possibile caduta del mito in mani indegne; urgente meditare il valore, sostiene Antoni, ma non uscire dallo storicismo:

“Una mediazione, come sembra la vagheggiasse Guido de Ruggiero, tra storicismo e illuminismo, non è certamente possibile nei termini di un compromesso tra l’esprit de finesse e l’esprit de geometrie: è possibile soltanto un approfondimento della ‘verità’ che lo storicismo va incessantemente scoprendo nella sua visione dinamica della storia, che è poi la stessa fenomenologia della vita”.[4]

È interessante tornare su questa strada, dove molte sono le voci attuali, per chiarire come si può restare ben fermi nella storia presente e battersi per gli ideali, senza contraddizione.

*

Una piccola divagazione: in realtà De Ruggiero poneva nel ’46 il problema della teoria dell’azione, che lo accompagnava dall’inizio. Lo storicismo non teorizza il “momento vitale del superamento della storia” nel nuovo fare “che porta al fuoco dell’azione un contenuto storico posseduto e unificato dalla coscienza dell’agente”,[5] che sa “fondere in un sol getto la ragione storica e la ragione metastorica”.[6] Le potenze del fare di Croce, le categorie che si attiverebbero nell’azione, non sono una teoria politica sufficiente – aveva scritto nel 1925, nella parte teorica della Storia del liberalismo europeo:[7] occorrono quei programmi, politiche, definizioni di partiti che Croce l’anno prima (Etica e Politica) aveva rifiutato.

De Ruggiero aveva proseguito negli anni ’30 parlando delle delle res agendae, dei compiti da assumere che fondano nella fede nelle idee della coscienza storica: il futuro non è solo un rischio, non richiede solo genialità ed estro, è un’idea maturata, una convinzione, un entusiasmo ragionevole che dà il coraggio di entrare in gioco e di non peccare per omissione. Il valore è la causa efficiente che fa la storia, lo spirito soggettivo che si oggettiva nella possibilità; è il come se kantiano della Critica del giudizio trasformato in causa finale, formale e materiale nell’impulso: “la forza dell’impulso è l’attrazione di una meta che acquista l’efficacia dell’impulso”, un uroboro magico, l’athanor che fonda in se stesso un’azione che non è né temerarietà né attivismo.

È “l’esigenza di un riconoscimento, di un rispetto, di una solidarietà reciproca, che eleva progressivamente la misura del valore e la norma ideale dell’azione”: è la “legge di coerenza a un mondo più alto”.[8] “La proiezione di un’esigenza soggettiva” che vuole collaborare ad un sistema assumendo una missione,[9] perseguita con la forza costruttiva del lavoro in una dinamica oggettiva.[10]

*

Ma torniamo ad Antoni: la sua via è ripensare il rapporto di etica e politica; non va ripreso l’illuminismo, proposta una nuova ideologia, un mito, un fulgido ideale dotato di energheia ed enargheia, avrebbe detto Aristotele, di forza e insieme di immagine potente. Si rischierebbe di cadere nell’estetizzazione della politica e vagheggiare utopie.[11]

Sembra a questo punto evidente quanto sia attuale questa discussione di cinquant’anni fa.

Ripensare il rapporto di etica e politica vuol dire mettere il riflettore sull’anima stessa dell’azione: ha forse lo stesso metodo e categorie della verità? La risposta di Croce nella logica è chiara: sono distinte. Ma perché allora non prosegue nell’argomentazione dell’azione politica? L’anima stessa dell’azione, la categoria che diventa potenza del fare, se si comporta come la logica, non può accettare l’astratto, vuole il giudizio storico, il giudizio individuale – ed ecco il sofisma, il doppio significato del termine individuale – che pare far rientrare nella sua integrità la persona agente. Mentre giudizio individuale è la definizione del giudizio storico, e quindi della historia rerum gestarum; le res gestae spettano alla pratica; il giudizio individuale si dà su documenti e fatti accertati, non è la storia con i se del presente e del futuro. Ecco che si presenta la storia vivente e la sua azione, ma la sua diversità non è degna di teoria.

Come accade quindi che il giudizio storico acquisti carattere di comando e conduca alla catarsi pratica che cambia la storia? Esclusa la motivazione personale, il problema è la nascita della ricerca ma non la conclusione; esclusa l’historia magistra vitae di chi cerca le leggi della storia (marxisti e positivisti), resta il deus ex machina, l’etica: ed ecco l’ammirevole e tragica forza drammatica del ripensamento crociano del 1924, in risposta alle leggi liberticide promulgate da Mussolini dopo il delitto Matteotti: Croce diventa un oppositore del fascismo fino alla fine. Perché anche qualora l’economia – autonoma forma dello spirito – imponesse la decisione di negare la libertà dei cittadini, l’etica politica dell’uomo d’azione vi si oppone. Azione eroica ed affascinante, ma che turba l’equilibrio del sistema con la teoria etico-politica.

Ciò contraddice la rivoluzione crociana di aver per primo posto l’utile nella triade dei valori sommi, bello vero bene, la kalokagathia greca. Machiavelli e Marx insegnato a non sottovalutare le forze della storia, la teoria innova l’equilibrio della cultura, che scompare però se non si completa il ragionamento. Per Antoni occorre insistere sull’utile come valore autonomo e non trasvalutarlo, per uscire dalla crisi paralizzante dello storicismo che non trova la ragione per uscire dal passato. Perché il valore dell’utile non è l’etica, come conclude l’etico-politica: è l’utile stesso nel suo senso positivo. Altrimenti la demoniaca forza imbrigliata seguita ad essere ammaestrata con le avemarie.

Il preteso livellamento dei valori che così l’utile sembra avere, forse perché come vitalità – come dirà alla fine Croce – è un tutto-in-tutto, è incongruo con la sua stessa palese natura, l’economia dà ad ogni cosa addirittura un prezzo computabile – è di certo il campo in cui il tutto va bene è del tutto fuori campo, la polarizzazione positivo-negativo è forte quanto mai. Qui la lotta procede a pugni chiusi: non serve cassare il volto demoniaco inserendolo nel triangolo divino, occorre capire ed argomentare il valore della ragione utilitaria. Insomma, occorre portare nottole ad Atene: Antoni rimprovera a Croce di non distinguere il valore dell’utile, la ragione dell’astratto che sa piegare il mondo ai propri fini.

L’utile è un valore umano perché nel suo procedere ha chiari i suoi fini. Non è solo l’astuzia della ragione hegeliana o la Provedenza vichiana a dare forza a quelle scelte che, seguendo il noto esempio vichiano, portano dalla cura dei figli alla vita sociale: la civilizzazione consegue se si sceglie l’utile più alto di valore, comunitario, cui si collabora anche a costo dell’utile immediato. Oggi le neuroscienze (Varela) mostrano nelle modificazioni delle amebe l’evoluzione come risposta ad uno stimolo non in modo immediato ma meditato sull’utile futuro; ma anche senza eccedere l’orizzonte storico di Antoni, è chiaro che la costruzione di una società equilibrata è frutto di uno spirito utilitario che non mira alla soddisfazione di un bisogno. Valori deontologici e fini civili mirano all’utile comune dell’interrelazione sociale. Perciò, quando Croce parla di etico-politica non polarizza la categoria; non considera il valore positivo dell’utile; che invece merita studio perché è lo spazio dell’individuo, della sua convinzione personale: l’altro punto chiave della riflessione di Carlo Antoni, su cui torneremo.

L’uomo si confronta con le forze storiche nella dinamica della storia vivente, o, come si dice oggi, della situazione delimitata da un campo di attenzione. Saper capire nella loro complessità le forze che agiscono nel campo è la consistenza di una visione del mondo: ma la chiarezza viene dal limite dello spazio di attenzione, che esclude i distrattori e lascia in campo l’essenziale. L’individuo in situazione è protagonista della sua visione del mondo, da cui progetta i suoi fini. Non è l’atomismo criticato da Hegel in chi disconosce l’eticità istituzionale; agire con proprio senso nella storia è cogliere nel presente possibilità metastoriche, che sono sì oltre l’esistente, ma non sono fuori della storia futura.

L’analisi storica di istituzioni, eventi e leggi consente la valutazione della migliore possibilità, che grazie all’analisi si trasforma da ideale a scelta politica, non troppo lontana, non troppo vicina, ben situata. In questo senso la storia è magistra vitae, perché rettifica la potenza del fare in una interpretazione storica che, dice Antoni, è il valore autonomo della politica, che non è etico perché non mira alla universale coscienza coerente. Purtroppo, da Platone in poi, s’è sempre dimostrata l’intraducibilità dei valori etici nei politici – la rivoluzione dei valori crociana se giustamente perseguita consente di scorgere un’altra via.

In questa direzione, “il diritto di natura, il momento in cui l’ideale morale opera sulla realtà politica, sociale, giuridica” si trasforma in storicismo e afferma i suoi principi non più nella metafora della natura madre primigenia, ma nell’àncora della storia che ha per fine il valore positivo dell’utile. Parlare di religione della libertà (Croce) o della storia (Troeltsch) è di nuovo deviare: Troeltsch ad esempio restituisce peso ai diritti di natura, ma nel senso “adottato dalla Patristica latina e quindi dalla Chiesa romana in quanto rappresentava la mediazione tra l’etica cristiana ed il mondo sociale e politico. Ritengo che questa osservazione del Troeltsch debba essere estesa così da diventare definizione di un universale momento categoriale”.

Il dover essere non è solo religione e morale, vive anche nelle scienze e nell’arte; in politica è l’asse che costruisce il paragone ellittico di Marx, oggetto della critica di Croce. Perché Croce critica Marx solo in parte, ne accetta il serio canone di interpretazione storiografica che restituisce importanza alla realtà economica della storia; è invece severo con la sua legge storica che vede l’avvento della società oltre le classi, perché si basa, dice, su di un paragone ellittico, il confronto con una realtà inesistente, che dà le leggi del mutamento. Tutt’altro che scientifica: non si può però negare che l’ideologia, come ogni utopia, dimostri valore superiore nell’azione. Come una parabola, fornisce un esempio che ognuno può argomentare da sé colorandolo di migliori riflessi: il mito è più potente fattore motivante che la storia conosca, è il successo della comunicazione politica. Il suo stringato ed efficace prospetto chiarisce l’orizzonte della possibilità; l’astrattezza gli risparmia le contestazioni. Ma l’ideologia marxiana non è un mito religioso o storico, non è solo una narrazione, perché ha capito il valore dell’utile: la sua bandiera è l’utile più alto, la società della vita eguale, del lavoro gioioso. Si paragoni al Paradiso Perduto o alla Città del Sole – luminosissimi esempi – s’intende la differenza – al senza-luogo etico universalistico s’è sostituito un mito interattivo in cui domina l’operosità dell’uomo solare. Un paragone ellittico, forse, ma non celeste e non trascendente.

Quando Croce ridusse il marxismo a canone di interpretazione storica aveva inteso superare la lettura positivistica di Engels che abbassava l’economia all’utile, ma anche il liberalismo del benessere di Stuart Mill: farne una categoria era lo spunto per approfondire la sua dialettica.

Invece fondare l’ottica della vita politica nel giudizio storico e salvarlo con lo sfondo etico politico riporta il tutto alla vita dello Spirito: proseguire il ragionamento e trarne le conseguenze sarà capire che l’utile dell’individuo non è il personale benessere, non è l’economia con i conti che tornano a fine serata. L’utile è la realtà dell’individuo e della sua unità vivente, del suo lavoro costruttivo, del suo impegno civile: è solo questa l’ottica che consente di meditare la polarità di questa forma dello spirito.

 

E dunque: non proporre mitiche conciliazioni, ripensare lo storicismo, ora che è tramontato il tempo di opporre Historia a Raison si può riconoscere che “l’istanza illuministica è eterna”. La polemica della ragione astratta va verso il futuro per affermare nuove consistenze. Sacralizzare la storia passata è non sapere che l’azione è “sempre illuminata e guidata da un principio” che supera l’esistente:

“destino e privilegio degli uomini è questa obbedienza ad un principio razionale, che l’uomo è costretto a cercare e scoprire in sé”: da un lato “conosce, interpreta e giudica la storia e la situazione presente; dall’altro è il principio stesso che determina e ispira la sua azione morale. La verità, cioè, non è inerte teoria, ma è forza operante … dentro le coscienze soggettive”. “La coscienza non può alienarsi, non può abdicare la sua sovranità, non può rinunciare al suo diritto imprescrittibile”[12]

Non ci si può ridurre a quel che esiste, la coscienza soggettiva agisce nel modello dell’estetica, “l’individualità dell’opera d’arte, si risolve in un riconoscimento della profonda unità dello spirito umano e dell’assolutezza dei suoi valori”. Il nuovo storicismo afferma il giusnaturalismo che disegna il valore dell’utile, il riconoscimento di liberi individui che si subordinano ai fini dell’umanità. È un’ardua opera di liberazione che afferma l’eguaglianza fondamentale dell’uomo in quanto individualità: una eguaglianza fraterna basata sul rispetto.

Attuale? Attualissimo è ripensare la storia, i problemi di ieri sono ancora i nostri. Ora il motto posto all’inizio risulta molto più chiaro. È addirittura la storia del futuro, quella di cui parla Carlo Antoni.

W EUROPA Gily Carlo Antoni e la restaurazione del diritto di natura (1)

[1] 1° ed. Wolf 2014, 12.

[2] C. Antoni, Commento a Croce, Neri Pozza, Venezia 1955.

[3] R. Franchini, Il pensiero filosofico di Carlo Antoni, in L’oggetto della filosofia, Giannini, Napoli 1973.

[4] C. Antoni, La restaurazione del diritto di natura, Neri Pozza, Venezia1959, p. 51.

[5] G. De Ruggiero, Filosofi del 900, Laterza, Bari 1934, p. 255.

[6] G. De Ruggiero, Il Ritorno alla ragione, Laterza, Bari 1946, p. 23. Sul tema cfr. G. Sasso, Considerazioni sulla filosofia di G. de Ruggiero, in “De Homine” 1967, 21, pp. 23-70; A. Vasa, Ricerche sul razionalismo della prassi, Firenze 1957, p. 59. G. Calogero, Difesa del liberalsocialismo, Milano 1972, p. 38.

[7] G. De Ruggiero, Storia del liberalismo europeo, Laterza, Bari 1925.

[8] G. de Ruggiero, Azione e valore, in “Archivio di storia della cultura italiana”, 1942/4, pp. 105-116. R. Franchini, Interpretazioni da Bruno a Jaspers, Napoli 1975, pp. 58-9.

[9] G. de Ruggiero, Problemi di vita morale, Catania 1914

[10] G. de Ruggiero, Il concetto del lavoro nella sua genesi storica, in Il lavoro produttivo nella carta della scuola, Principato, Messina 1949, pp. 3-44.

[11] C. Antoni, La restaurazione del diritto di natura, op.cit., pp. 47-9.

[12] Ivi, pp. 21-44.

 

Il pirandellismo nella definizione di Adriano Tilgher (2)

di Federico Reccia
SILIA PELLEGRINO - In silenzio verso l’ascolto
SILIA PELLEGRINO – In silenzio verso l’ascolto

In Pirandello il pensiero è coinvolto, in modo visibile, nella crescita spirituale che occupa il rinnovamento dell’individuo informe e della persona matura. Le sue personalità messe in scena si spiegano (e si dichiarano colpevoli, valutano, speculano) nel campo dell’esistenza, della pena angariata, non provano solo sentimenti ma riflettono (e anche sragionano) riguardo loro e supponendosi (o sragionandovi) su di essi ne variano l’intuizione del sentimento, trapiantandolo dalla sfera di una naturale (e per questo comune) affettività ad un sovrastante strato psichico di laboriosità e “contorsione” più umana. Gli animi così screziati, impressionati da tutto il sentire, vengono riassorbiti dal pensiero che li “arricchisce” di sé, li colma nelle loro lacune di razionalità, e perciò si nota che il pensiero a sua volta è somministrazione di essi e si accende col loro “ardore passionale”.

Qui lo spirito di riflessione, il momento critico, diviene la realtà che esegue il proprio dramma (e non un dramma scenico qualsiasi, una finzione artistica) attraverso tormenti e contrasti ampliati. Però di ciò pubblico, scopritori, critici hanno poi prolungato la critica del pirandellismo così crudelmente ingiuriando il «cerebralismo» del teatro di Pirandello,  vessando l’irragionevolezza e la “mancanza di elasticità” dei personaggi, dei “burattini” (diretti nel loro agire dai fili invisibili di un burattinaio a sua volta rinchiuso in una forma dal puro caso o dalle convenzioni sociali derivanti da pregiudizi che son oramai storia di popolo e di popoli consolidati), contro il portento della mente senziente (e inseparabile da questi sensi) e dei loro eventi e sciagure drammatiche; si sono permessi di gridare reclamando il rientro del teatro nell’umanità. Umanità interpretata dai critici nelle partecipazioni emotive (consuete) della collettività sociale normale che gioisce, e poi spasima, ma senza ragionare e senza espandere la sua amarezza al cogito o che non cerca di identificare nella vita le radici della sua gioia poiché per loro si dovrebbe inscenare uomini posti allo stesso grado delle belve irragionevoli, ossia privi del “vedersi vivere”.

Secondo Tilgher numerosi critici, e ancor più giudizi esplicativi, screditarono Pirandello di aver bramato di rimandare la sfera sentimentale (con i suoi derivati) al campo delle passioni arcinote e di cui in modo solito è accettato ed è permesso che ad una creatura umana spetti moralmente di controllarle: amore, odio, gelosia, sensi di colpa. È quello che Tilgher ravvisa in Pirandello il pensiero pensante, non un pensiero banale, ma appartenente ad un io scisso da sé stesso a causa di una crisi di individualità; un’operosità intellettuale che sdrammatizza e chiarisce, nelle recite, attriti, disparati punti di vista dei caratteri che dibattono su una veritas che scoprono inesistente. È dunque per Tilgher un fondamentale pensiero, pensato e pensante, che si sistema nel punto di mezzo del giudizio artistico: rende del Pirandello una dialettica che si realizza, da tesi in antitesi, in armonia sintetica.

In Tilgher ritroveremo sotto forma di dottrina filosofica questo genere di cogito, spirito, già prima potenza di sé e ancora miglioratosi per mezzo dell’astrazione razionale a secondo dominio di sé (essendo pensiero ovvero esso stesso razionalità), plasmatosi come pensiero cosciente di sé, il quale così permette che il sentimento della vita otturi il contenuto vitale in demarcazioni stabili e predeterminate, argini in cui gettarsi, ossia a farla ristagnare in forme “indeformabili”, statiche, che da uomo in uomo vengono sancite risolutivamente. Queste forme corrispondono a tutte le rappresentazioni mentali tendenti a suggellare “in caselle aprioristiche” e agli ideali astratti che serba il nostro pensiero, alle consuetudini, alle tradizioni, alle assuefazioni comuni, le abitudini ordinate, ai regolamenti e ai buon costumi imposti al livello sociale. Così, viene decisa una dicotomia basilare per Tilgher (e che il filosofo riscontra nella totale attività di Pirandello): da una parte, il fiotto della Vita che non annovera peculiarità fisse, ma che procede nell’ombra, “casualmente”, poiché è cieca, perfino afasica e quindi inaudibile, illimitata e inquieta, provvisoriamente innovativa di attimo in attimo, fatta di niente per cui è essa stessa senza una definitiva consistenza tanto che non è mai possibile attestarla che lei all’istante diviene “un’altra cosa, un’altra Vita”; e dall’altra parte, ci ritroviamo viceversa un mondo di Forme immobilizzate, con una struttura di realizzazioni intellettive, che azzardano a contenere e restringere in sé quello scorrimento sconfinato. Essendo, per sua esistenza, ogni atto, qualsivoglia vita, smaniosa di incapsularsi in una forma (per quanto penerà e sarà tribolata da tale forma), dovrà estinguere la pena di essersi così “formata” e di non poter più riessere altrimenti, sicché qualsiasi forma ci accompagnerà fino al postremo die. Noi esseri veniamo “sequestrati” e poi racchiusi, strappati da un’emissione vitale incoercibile tanto da apparire ed essere realmente perenne, nella “fissa dell’opinione, un congenito ed incosciente meccanismo umano di difesa”.

La preponderanza degli individui neanche vagamente subodora la Vita che, inferiormente alle forme, defluisce in una vastità segreta e irruente che è operativamente indefessa per una sua “interiorità vitale” e che si sta dando da fare e freme. Quasi ognuno “risiede” attaccato saldamente in quelle forme. Ma in certi uomini, i disingannati, quella stessa incomprensibile e imperscrutabile “solerzia” ha distrutto la Forma spezzando in due la vita; ovvero il concetto quello che “forma”, si è separato dai formati in cui si è compresso e riconosce le forme per quello che invisibilmente rappresentano: solo costrutti incoerenti, di una temporaneità transitoria o molto effimera, o eventuali e per questa ragione frangibili, sotto le quali si muove e protesta la vita com’è in sé, fuori di ogni umana apparenza e “mentale malriuscita opera architettonica”. In chi ha saputo scarcerarsi dai cappi e lacci costrettivi della Forma, ogni umana costruzione origina un impulso discrepante, che gliela fa franare innanzi (come Tilgher stabilì nel 1922 nell’opera teatrale di Pirandello Enrico IV). In questo nostro cedimento si compara un qualcosa di farsesco e di infelice rimestati unitamente in una duplice teatralità un po’ comica e, ulteriormente, un po’ tragica: ridicolmente, nel cadere, la Forma mostra l’intima vanità delle architetture della psiche umana; e di penoso, in quanto, delicata come fu, essa fu parimenti per l’uomo un rimedio dozzinale per opporsi all’insensato sconvolgimento che la vita mette di continuo in atto. Nella pirandelliana combinazione di un riso e di un singhiozzo riposto, di comico e di malinconico, è l’umorismo, la dialettica quale Pirandello la prova e risolve: un intricato dedalo composto di bivi, trivi, incroci scoordinati, dove, per ampi percorsi alternativi, l’anima nostra si introduce, senza saper più ritrovare il bagliore del suo percorso finale che conduce all’uscita o, per dirla senza metafore, ci perdiamo nei pensieri, nella forma, seguendo più l’ideale che l’interessata realtà delle cose. Pirandello distingue in labirintiche vie di tal genere un’erma che da un lato gioisce, e singhiozza dall’altro lato opposto, addirittura che ride splendidamente del volto tenebroso che viene solcato dalle lacrime. Di conseguenza l’umorismo è disposizione dell’energia spirituale (e critica), sentore in cui predomina il lavoro dell’intelletto, di chi ha permesso al pensiero di raggiungere l’elevazione a coscienza di sé e ha frantumato i termini della forma, le sue opinioni fallaci, e se ne è disfatto; pensiero che ricomponendosi si è accorto del nascere e del rinascere della vita dalla vita, potendo in ogni caso solo distinguerla da lontano perché essa è un affluire irragionevole e incoerente. A conti fatti l’umorismo e la cerebralità riducono tutta l’arte di Pirandello, o, per specificare in modo migliore, di quel Pirandello che i critici solevano serrare in tali definizioni.

GF SAGGI Reccia Il pirandellismo nella definizione di Adriano Tilgher (2)

Che cos’è il narcisismo (3)

di Dario Romeo
Caravaggio (attrib.), Narciso, 1597-99
Caravaggio (attrib.), Narciso, 1597-99

3. La storia dell’errore
Si sono brevemente esaminati tre modelli di società individualiste che appartengono all’epoca moderna. Il narcisismo, storicamente parlando, è quella forma di individualismo che connota l’epoca, cosiddetta, postmoderna. E’ il diretto discendente di quella particolare forma di individualismo denominata borghese. Ma, se poniamo in continuità il narcisismo all’individualismo borghese, è lecito chiedersi su cosa si fonda questa continuità. Essa si fonda su un principio logico e fisico che, vedremo, ci porterà a concludere che il narcisismo è l’ultimo stadio della lunga storia di ingigantimento progressivo di un errore.

Tale principio recita appunto parvus error in principio, magnus est in fine (un piccolo errore all’inizio diventa grande alla fine). Lo sanno bene gli arcieri: il più minimo errore commesso al momento dello scocco della freccia, verrà incrementato in modo direttamente proporzionale alla distanza del bersaglio che la freccia colpirà.

Lo sanno anche gli studenti del liceo impegnati nelle espressioni algebriche. A maggio sono impegnati in ben altri lavori, perciò questo lo lascio spiegare ad un ospite di eccezione, così che accolgano la lezione senza fatica: è Giorgio Gaber, che troverete in https://www.youtube.com/watch?v=xgyVbY3j7pQ

GF SAGGI Romeo Che cos’è il narcisismo (3)

Operazione Reporter

di Viviana Molino

Operazione Reporter

Il progetto Operazione Reporter nasce dall’esigenza di dare una risposta concreta al problema della dispersione scolastica, disagio riscontrato nel contesto dell’IC Campo del Moricino, situato nelle immediate vicinanze di piazza Mercato. Le cause che più frequentemente determinano il disagio familiare e scolastico, che condizionano negativamente lo svolgimento delle normali attività scolastiche, extrascolastiche, relazionali, apprenditive possono essere ricondotte sia a fattori di carattere organico, che a fattori di carattere culturale connessi a svantaggi derivanti dall’ambiente socio-familiare di provenienza. Il progetto mira al coinvolgimento attivo degli studenti attraverso l’uso della comunicazione giornalistica, strumento volto a rafforzare il legame con il territorio generando così una più ampia consapevolezza di sé e del luogo in cui vivono. In questo senso OSCOM ha operato in sinergia con le docenti dell’istituto e con l’associazione SMARTLeT.

Nell’ottica di focalizzare l’attenzione sulla comunicazione giornalistica, puntando alla riqualificazione culturale del territorio, OSCOM propone un percorso, di studio e in un secondo momento di esplorazione fisica, sull’arte pubblica a Napoli e in particolare nel quartiere Mercato-Pendino, zona in cui vive la maggior parte degli alunni frequentanti l’Istituto.  L’obiettivo è quello di produrre, attraverso un’esperienza estetica, un racconto composto da parole e immagini che prevede la piena partecipazione dei ragazzi. Strumento centrale di lavoro è il web, attraverso il quale gli studenti possono fare esperienza di ricerca, prestando attenzione alle fonti cui attingono, e di scrittura attraverso il racconto.
In una prima fase del progetto, si prevede di trattare in aula tematiche legate ai mass media, alla loro storia e quindi diffusione, e si proporranno riflessioni sul loro uso/abuso. L’obiettivo è quello di arrivare a definire, per linee generali, quelli che sono gli strumenti e, quindi, anche gli scopi di una redazione giornalistica. I ragazzi saranno coinvolti in un’esperienza pratica di scrittura sul web attraverso la redazione di articoli per un blog creato ad hoc.
Successivamente si  approfondiranno in aula i due macro temi principali: la street art e l’arte del metrò napoletano attraverso ricerche on line di immagini e testi.
Si propone poi un percorso di visita articolato tra stazioni della Metropolitana dell’Arte e luoghi della Street Art nel quartiere Mercato-Pendino.
Si prevede di concludere il lavoro stimolando gli studenti ad una decodifica  dell’esperienza attraverso l’elaborazione di articoli e l’organizzazione del materiale prodotto (video, foto..) in un documento multimediale.

Napoli è arte, dalla metropolitana alla street art.

  • Introduzione generale sulla street art: cos’è e dove nasce. Basquiat e Haring.
  • La street art a Napoli: esponenti napoletani e artisti stranieri.
  • Murales a Napoli: San Gennaro di Jorit Agoch a Forcella, La Madonna con la pistola di Banksy in piazza Gerolomini, Cyop&Caf nei quartieri Spagnoli, Partenope di Francisco Bosoletti a Materdei, Tutt’egual song’ e creatur di Jorit Agoch a Ponticelli.
  • La grande arte pubblica, Metrò dell’arte: analisi delle stazioni di Garibaldi, Università, Toledo e Dante.
  • Percorso di visita: si prevede infine alla scoperta di alcuni dei luoghi esplorati in aula per documentare attraverso la raccolta di foto, video e parole.
    • La prima tappa è alla scoperta della street art con il murales di Jorit Agoch San Gennaro in via Duomo e successivamente a piazza Gerolomini dove si torva la Madonna con la pistola di Banksy.
    • La seconda tappa prevede la visita alla stazione della metropolitana di Università (Karim Rashid 2011) e contestualmente la scoperta delle opere presenti nella stazione.
    • L’ultima tappa è alla stazione della metro di Piazza Garibaldi (Dominique Perrault 2013) dove ci si focalizzerà, oltre che sul livello architettonico, anche sulle opere di Michelangelo Pistoletto.
  • L’attività si conclude poi in aula con la raccolta e la riorganizzazione di tutto il materiale prodotto durante le ore in aula e il percorso di visita per la produzione di un documento multimediale testimone dell’esperienza fatta.

 

L’ESPERIENZA FATTA

Conclusasi la prima fase d’aula riguardante lo studio dei media e un primo approccio di scrittura sul web attraverso il blog (http://operazione-reporter.webnode.it/), abbiamo iniziato ad approfondire le due tematiche centrali di riferimento, Street Art e Metro dell’Arte. Unitamente al lavoro d’aula, insieme ai docenti dell’Istituto e all’associazione SMARTLeT, abbiamo fatto sperimentare ai ragazzi l’esperienza dei reporter nei luoghi esplorati in aula. Tutti insieme abbiamo visitato il quartiere soffermandoci nei luoghi di interesse storico approfonditi nell’ambito del progetto dalle docenti e dalle tutor di SMARTLeT, e nei luoghi dell’arte Pubblica proposti da OSCOM. In quest’occasione i ragazzi, diretti dal tutor tecnico dell’Istituto Demetrio Martucci, hanno fatto delle interviste a persone del luogo e a turisti. L’esperienza è stata documentata in un video girato in strada e a scuola ed ha come colonna sonora una canzone rap scritta e cantata dai ragazzi stessi.
La risposta degli studenti al tipo di lavoro proposto e alle tematiche trattate è stata positiva, tenendo conto soprattutto delle premesse fatte circa le criticità che li riguardano e dei loro punti di partenza. L’uso del web è stato di estrema importanza, nonostante i ragazzi ne siano fruitori abituali, il corso ha fornito loro strumenti per una più attenta navigazione. Hanno imparato cos’è un blog e come si usa scrivendo periodicamente articoli riguardanti le attività proposte, hanno imparato ad allegare agli articoli documenti multimediale (video, foto) cercati sul web prestando attenzione alle fonti. Inoltre l’approfondimento attraverso le immagini ha permesso loro di sperimentare la propria creatività e di affinare la loro sensibilità verso problemi estetici relativi agli aspetti paesaggistici e del patrimonio artistico del loro quartiere.
Il 21 aprile il progetto è stato presentato nell’ambito della manifestazione “La scuola del noi” organizzata dal Comune di Napoli in collaborazione con le scuole: Convitto V. Emanuele II; I.C. Levi-Alpi; I.C. 48° M.C. Russo; I.C. Nevio; I.C. Bonghi; I.C. Rodari Moscati; S.S. 1° gr. D’ Ovidio-Nicolardi; I.C. Campo del Moricino; I.C. Marotta; I.C. Volino Croce; I.C. Tasso; 33° C.D. Risorgimento.
All’evento, a cui erano presenti l’assessore Scuola e Istruzione del Comune di Napoli Annamaria Palmieri e il Direttore USR Campania Luisa Franzese, è intervenuto anche il sindaco Luigi De Magistris al quale due degli studenti che hanno preso parte al progetto hanno fatto un’intervista sulla scia dell’esperienza dei reporter vissuta nelle settimane precedenti.

Questo slideshow richiede JavaScript.

W FORMAZIONE Molino Operazione Reporter

ALPHONSE MUSCHA in mostra al Vittoriano

MOSTRA A ROMA COMPLESSO DEL VITTORIANO

Arthemisia Group

15 APRILE 11 SETTEMBRE 2016

ALA BRASINI

ALPHONSE MUSCHA

Alphonse Mucha: Los Cigarrillos Paris
Alphonse Mucha: Los Cigarrillos Paris

Sotto l’egida dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano e con il patrocinio della Regione Lazio e di Roma Capitale, la prima grande retrospettiva dedicata all’artista ceco Alphonse Mucha è organizzata e prodotta da Arthemisia Group in collaborazione con la Fondazione Mucha.

Curata da Tomoko Sato, curatrice della Fondazione Mucha dal 2007, che ha realizzato numerose mostre su Alphonse Mucha, la mostra che si apre al Complesso del Vittoriano – Ala Brasini dal 15 aprile all’11 settembre 2016, si compone di oltre 200 opere tra dipinti, manifesti, disegni, opere decorative, gioielli e disegni preparatori degli arredi della Boutique Fouquet a ripercorrere l’interno percorso creativo del massimo esponente dell’Art Nouveau.

W Eventi Redazione ALPHONSE MUSCHA (altre immagini all’interno)

 

 

OSCOM – CAMPANIA MAZE 2008-2016, i primi otto anni

di Redazione
Il colonnato di Piazza del Plebiscito
Il colonnato di Piazza del Plebiscito

<<In tre appuntamenti alla Libreria Treves, sotto il colonnato di Piazza Plebiscito, uno già tenuto l’8 aprile, uno il 20 maggio, il terzo il 16 giugno, si costruisce il progetto OSCOM per il 2008-9, per il prossimo inverno. CampaniaMaze, il Labirinto Campania, diventa lo spazio per la creatività napoletana, per raccontarlo a quelli di fuori e a quelli di dentro, per manifestare la volontà forte della società civile di dimostrare la propria consistenza, la propria solidità, contro l’immagine negativa di Napoli e della Campania. Labyrinth è fatto per perdersi Maze (nei giardini) è fatto per trovarsi.

Nasce da una polemica con l’immagine di Napoli offensiva, nasce il progetto CAMPANIAMAZE, nell’ambito della ricerca OSCOM (OsservatoriodicomunicazioneFedericoSecondo), di cui questo giornale è organo di stampa (edito dall’Associazione Bloomsbury, oggi da Graus). Punto di fondazione, la mostra evento anche io sono napoletano. Gli artisti daranno opere per L’ASTA AL COLOSIMO “UN DONO PER UN DONO”, per l’acquisto di tiflodidattica, l’informatica per non vedenti. L’Associazione infatti organizza anche i progetti di formazione estetica di OSCOM, che elabora teorie e modelli nei convegni universitari di ricerca didattica a Napoli, Salerno, Suor Orsola Benincasa.>>

CAMPANIAMAZE si modella sul progetto di qualità totale nell’industria conosciuto come metodo Toyota, che opera delineando la visione organica del prodotto. Come un uomo in salute sta bene se niente eccede la misura – neanche in positivo – così è degli ambienti di produzione. Definirla è l’arte cui tende il metodo, cercando l’ottimizzazione progressiva con analisi ripetute e modelli motivanti. Già nell’industria, occorre perciò affiancare alla competenza industriale la didattica e la mediazione, che ha specializzato un campo autonomo dalla pedagogia, dalla psicologia, dalla sociologia: il coaching ha una metodologia rigorosa ma si giudica dal prodotto, come nei campi di calcio. Se si ristabilisce l’ecologia dell’ambiente, e c’è soddisfazione del prodotto, si decreta il successo di un percorso. La comunicazione formativa responsabile che opera nella scuola ha in questo progetto la possibilità di sviluppare nuovi paradigmi, nel mondo della velocità.

Il LABIRINTO CAMPANIA può diventare MAZE se accompagna all’educazione, in specie a quella ai beni culturali, la capacità di produrre prodotti per il turismo e le guide narrate per la città.

Ma ognuno fa il suo, secondo la sua competenza, l’università organizza i convegni sulla formazione estetica, le associazioni attuano i modelli elaborati in sperimentazioni in intesa con docenti e dirigenti degli Istituti di Formazione. Un aggancio al turismo, specie nel settore scolastico, è il volano di cui si parla, rivolto ai cittadini di buone volontà che dicono con gli artisti

ANCHE IO SONO NAPOLETANO

L’elemento di punta della ricerca, ora che sono stati elaborati convincenti modelli di formazione estetica, è adattarli ai diversamente abili, da coinvolgere negli studi e nei viaggi di istruzione.

W Editoriale 8-16 OSCOM – CAMPANIA MAZE 2008-2016, i primi otto anni

Visita dei non vedenti alla Sala DAI di Palazzo Reale

di Giuseppe Fornaro
Sala DAI
Sala DAI

Lunedi 18 aprile 2016, la Rappresentanza dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti di Sant’Anastasia ha effettuato una visita guidata presso il Palazzo Reale di Napoli. La proposta di questa visita culturale da parte dell’Università (OSCOM), a noi diramata dai fratelli Santarpia di Casola che organizzavano il loro gruppo, oltre ad entusiasmare il Dirigente della Rappresentanza di Sant’Anastasia, Giuseppe Fornaro, ha riscosso successo anche tra i Soci dell’UICI che ne hanno preso parte.

Nei giorni successivi, su richiesta della prof. Clementina Gily Reda, organizzatrice della visita nell’ambito della ricerca percettologica OSCOM dell’Università Federico II, è stato svolto un sondaggio tra i partecipanti, disabili visivi, presenti; è stato, loro chiesto, cosa sia stato ben fruibile e cosa no, quali difficoltà hanno riscontrato nel “conoscere” gli oggetti e l’ambiente stesso, ed infine cosa bisognerebbe realizzare affinché le bellezze del Palazzo Reale possano essere accessibili anche ai minorati della vista. I visitatori non vedenti erano 12, con gli accompagnatori e i docenti OSCOM; si precisa che non c’erano ipovedenti.

Nella visita tutti hanno soprattutto apprezzato il plastico realizzato per la rappresentazione esterna del Palazzo Reale. I visitatori sono rimasti entusiasti per la minuzia con la quale è stato costruito il plastico che ha reso ben accessibile il riconoscimento delle dimensioni, delle zone nel loro rapporto reale, la ricostruzione del cammino fatto per giungere alla sala e le altre lunghe passeggiate possibili per raggiungere la Biblioteca Nazionale, il San Carlo, i vari appartamenti della Reggia oggi adibiti a pubblici Uffici oltre che a luoghi di visita turistica e d’arte.

Al termine del sondaggio, sono emerse due note dolenti riguardanti il video che raccontava la storia del Palazzo, e l’assenza di descrizioni in Braille; si vuole far notare, che a tal proposito, tutti i visitatori non vedenti hanno avanzato il loro disappunto. Questo per migliorare il servizio, tenendo presente il senso della ricezione, che a volte sfugge quando nelle commissioni non ci sono esperti di settore che conoscano i problemi dei non vedenti. Il gruppo di ricerca OSCOM della prof. Gily in relazione alle ns osservazioni proporrà ai curatori della Sala DAI di tenerne conto. Per ora nonostante le difficoltà tutto funziona a meraviglia grazie all’impegno nelle spiegazioni e nella guida da parte di impiegati e funzionari, la cui solerzia anche va ricordata, essendosi prestati a superare le difficoltà poste da una giornata in cui altre iniziative rendevano complesso il lavoro. Il Palazzo Reale infatti è in fase restauro, se le attività seguitano ad essere realizzate devono superare le condizioni di difficile normalità. La dr. Annalisa Porzio, il funzionario responsabile dell’organizzazione della Sala DAI, è diventata persino guida, visto che il numero lievitato dei partecipanti non consentiva di realizzare in una sola volta la visita alla Sala; così, ha accompagnato la metà del gruppo, a turno, a visitare il Palazzo nelle zone praticabili degli appartamenti reali.

Ora, possiamo in breve spiegare cosa impedisce la migliore fruizione per un ipovedente, così da contribuire alle nuove progettualità: il video, era solo in parte raccontato, il racconto era riferito alla storia del Palazzo Reale, un semplice documentario…mentre, un video da presentare ad un disabile visivo deve raccontare la storia, ma dev’essere ben studiato e montato in modo da “descrivere” e non solo “raccontare”! E’ proprio in questa differenza il successo della corretta fruizione e quindi il piacere della ‘visione’ da parte del non vedente. Il video deve DESCRIVERE le immagini, di seguito si da spazio al racconto o al contempo. Nel video in questione c’erano i sottotitoli, inutili per un cieco; le immagini, dei vari personaggi che vissero nel Palazzo Reale, erano inoltre mute. A questo proposito, si deve precisare un aspetto importantissimo: i momenti di silenzio (come nel caso in questione) sono fonte di enorme disagio e smarrimento per una persona non vedente.

Passiamo all’assenza o quasi di descrizioni in Braille. Tutto ciò che può essere visitato, va trascritto e descritto in Braille. Affreschi, statue, tessuti, disegni, decorazioni, materiali, rappresentazioni, ecc., dovrebbero essere esplicitate in Braille, e consentire che dove la conoscenza tattile è impossibile o va integrata sia possibile egualmente realizzare un’immagine che sostituisca la visione, ciò apre alla libera fruizione; si possono anche realizzare delle audio guide. La trascrizione e descrizione in Braille, consente al non vedente di attingere alle informazioni autonomamente, fermo restando l’importanza di una persona-guida esperta che risponde alle domande e illustra simpaticamente la scena.

Il poter leggere e svincolarsi per qualche istante dalla guida, permette, al disabile visivo, di poter ritornare su concetti poco chiari, o rammentare ciò che ha attirato di più l’attenzione, o proseguire oltre se non si è particolarmente interessati in quel momento; insomma, poter leggere, conferisce autonomia con il valore aggiunto della guida.

Il Gruppo di Sant’Anastasia e quello di Casola, guidato dai fratelli Santarpia, ringrazia la Direzione del Museo per la disponibilità e soprattutto la cortesia con cui hanno saputo regalare a noi una giornata diversa; nonché la Direzione OSCOM per la ricerca volta all’integrazione progressiva di diversamente abili e normodotati, creando occasioni di interrelazione e studio sperimentale di innovazioni. Se si guarda a quelle indicate, si deve riconoscere che sono di facile realizzabilità ed efficaci.

W Formazione Fornaro Visita dei non vedenti alla Sala DAI di Palazzo Reale

Il complesso di Pollicino, la ricchezza dei bambini poveri

di Clementina Gily

pollicino2Sapevate che Ralph Waldo Emerson, Edgard Allan Poe, Stephan Mallarmé, Leonardo, Stendhal, Maurice Merlau Ponty, Baudelaire, Paul Verlaine… hanno avuto un terribile evento, spesso la perdita di un genitore, a sette anni? Sono una delle tante categorie di bambini poveri, a volte insospettabili, come si evince dalla piccola serie di geni, personalmente annotati essendo anche io orfana a sette anni. Non nego di aver iniziato ad annotare il piccolo elenco quando notai la frequenza, quindi non subito. Era citata nell’introduzione alle loro opere, e quella sciagura aumentava la mia speranza di poter superare il gap, evidente e difficile da sopportare. Pare infatti che i sette anni, età al limite di prima e seconda infanzia, è l’età di una prima presa di coscienza della possibilità di scelte individuali.

Jack si rotola nell’erba e nella rugiada purgandosi del mondo nella pura gioia di vivere. Io lo guardo e godo della montagna vivificante, frizzante, piena di odori magici … è un mondo MERAVIGLIOSO – e ricordo che è una delle categoria dell’estetica, la scienza che più frequento.

È l’unica grande grande ricchezza di chi ha avuto troppa paura e in conseguenza di ciò insulti e sospetti… D’essere come Pollicino essere usciti di nuovo con la mamma, sperando, ma portandosi dietro un piccolo tesoro di sassolini in tasca. Caso mai ti perdi e piangi e maledici… puoi provare a vedere quei sassetti e anche se ci sono tanti rumori pericolosi… poi ecco può spuntare il sole.

È il grande dono di chi non ebbe infanzia, per un trauma violento che rese difficile arrivare alla razionalità e lasciò a mezzo del sogno e si conservò il meraviglioso nel cuore, per sopravvivere.

Chi aveva doti speciali, come i citati, divenne un’ARPA sonante, capace di dar risonanze e vibrazioni che corrono nel cielo e dissolvono le nubi. E allora è facile vedere che la vita vince, vince sempre: e chi sa guardare gli insettini, i raggi di sole, il mare e tante altre cose vede bene che la meraviglia è una forza. Nasce e cresce con il dolore ed è un bene troppo grande di cui bisogna essere degni: ciò dimostra una volta di più che nulla nel mondo è un male assoluto.

W MM Gily Il complesso di pollicino

Il tempo libero: l’occasione mancata

di Redazione
Filippo Tommaso Marinetti, Battaglia a 9 piani, china su carta, 41,6x31,6, Trento-Rovereto, MART
Filippo Tommaso Marinetti, Battaglia a 9 piani, china su carta, 41,6×31,6, Trento-Rovereto, MART

Nugae: Il dramma del tempo libero, dal cap.III di Jean BAUDRILLARD, La società dei consumi, (Gallimard 1974) Bologna, Il Mulino 1976, pp.293.

E’ un bene particolare, spendere il quale distingue per classe. L’ideologia del Club Méditerranée è tempo libero uguale naturale; Apollinaire ripeteva la frase di Agostino sull’indefinibilità del tempo “Quando si ‘ha’ il tempo, ecco che non è già più ‘libero’… E’ il paradosso tragico del consumo…Nelle società primitive non c’è tempo… il tempo non è altro che il ritmo delle attività collettive ripetute (rituale di lavoro e di festa). Non è dissociabile da queste attività per essere poi proiettato nell’avvenire, previsto e manipolato. Esso non è individualità, è il ritmo dello scambio, che culmina nell’atto della festa. Non c’è nome per indicarlo… E’ propriamente simbolico, vale a dire non isolabile astrattamente” p.221. Nella società dei consumi, ‘time is money’, “il tempo è una derrata rara, preziosa, sottomessa alle leggi del valore di scambio… il tempo scomponibile, astratto, cronometrato, diviene così omogeneo al sistema del valore di scambio: esso vi rientra allo stesso titolo di qualsiasi oggetto. Oggetto di calcolo temporale, può e deve scambiarsi con qualsiasi altra merce (in particolare del denaro). Del resto la nozione di tempo / oggetto ha valore reversibile: tutto, al pari del tempo, è oggetto, così come tutti gli oggetti prodotti possono essere considerati come tempo cristallizzato – non solamente tempo-lavoro nel calcolo del loro valore di merce, ma anche tempo libero, nella misura in cui gli oggetti tecnici ‘fanno risparmiare’ tempo” pp.222.3. Così si ha l’anno solare e l’anno sociale, “colle vacanze come solstizio della vita psichica… non è affatto un ritmo (successione dei momenti naturali in un ciclo) è un meccanismo funzionale” p.223. “Il tempo libero… è innanzitutto la libertà di perdere il proprio tempo” p.224. “Il tempo del consumo è quello della produzione… il tempo libero è coatto nella misura in cui … riproduce … le costrizioni” p.225. Ha attività regressive, la creatività, anche artistica, non è del tempo libero. “Il modello direttivo del tempo libero è il solo che si sia vissuto finora: quello dell’infanzia… è la pure-morality di cui parla Riesman, quella dimensione propriamente etica, salvezza nel tempo libero e nel piacere” p.226. Obbedisce perciò 1. “a una morale collettiva di massimalizzazione dei bisogni e delle soddisfazioni” 2. “a un codice di distinzione” p.227. Huxley in modo nuovo: vede invece la distinzione nel lavoro, gli altri oziano, come oggi i manager.

Il consumo del tempo ha valore nella sua distruzione (Bataille, La parte maledetta) è uno scambio di segni di valore semiotico. Non è solo merce “ma anche segno e materiale di segni assumendo nel tempo libero valore di scambio sociale (valore ludico di prestigio)” p.230.

Perciò va consumato ed esibito. “Il tempo libero non è disponibilità di tempo, ma ne è semplicemente il manifesto. La sua determinazione fondamentale è la sua differenza obbligata di fronte al tempo lavorativo” p.230. “vive di questa esposizione e sovraesposizione di se stesso in quanto tale, di questa continua ostentazione, di questa marca, di questo manifesto” p.231.

W MM Redazione Il tempo libero l’occasione mancata

EnergyMed: a Napoli la sfida della green economy

di Eliana Esposito
Stampante 3D
Stampante 3D

Dal 31 marzo al 2 aprile si è svolto a Napoli alla mostra d’oltremare la IX edizione del salone organizzato dall’Anea. Efficienza Energetica, Riciclo, e Mobilità Sostenibile le sezioni dell’esposizione.

Nell’ambito della mostra si sono svolti due convegni molto interessanti il convegno inaugurale del 31 marzo: “I finanziamenti nazionali e le opportunità della nuova programmazione dei fondi europei 2014-2020” organizzato dall’agenzia napoletana energia e ambiente.

Mentre di respiro internazionale è stato l’incontro fissato sempre il 31 marzo dal titolo: “La cooperazione nel Mediterraneo per la promozione del solare”.

Caratteristica del salone EnergyMed la suddivisione in aree tematiche tra queste da segnalare l’Innovation Village, a cura di Knowledge for Business. Uno spazio creato per occasioni di incontro tra l’eccellenza della ricerca, le ultime tecnologie, le start-up innovative e i centri nazionali e internazionali che promuovono lo sviluppo del sistema produttivo, ma anche convegni e dibattiti per individuare offerte dall’interazione tra politiche nazionali e regionali a supporto dell’innovazione.

Tra queste le applicazioni per la biomedica digitale presentate da Open Biomedical Initiative.

Sul campo la stampante 3D che ha dimostrato in diretta a tutti i visitatori come si crea una protesi che sostituirà ad esempio un arto umano.

La terza rivoluzione industriale è quindi un cantiere di nuove proposte che hanno già aperto alle nuove tecnologie la strada del futuro.

Applicazione della stampa 3D in applicazioni biomedicali
Applicazione della stampa 3D in applicazioni biomedicali

W eventi Esposito EnergyMed a Napoli la sfida della green economy