Pompei in bianco – Due imprenditori napoletani danno vita a Whitexpò

di Anna Irene Cesarano

Giovanni Cafiero e Pasquale Garofalo i due ideatori della fiera. L’attrice Emanuela Tittocchia che dà inizio all’evento
Giovanni Cafiero e Pasquale Garofalo i due ideatori della fiera. L’attrice Emanuela Tittocchia che dà inizio all’evento

Whitexpò, il trionfo del bianco, o meglio dell’abito bianco made in Italy. Tutto per la cerimonia, dagli abiti, alle bomboniere, ai mobili, alle auto importanti per quel giorno, alle torte, ai materassi, tutto ma proprio tutto in questa fiera del buon gusto. Semplice, raffinata, elegante, veste le emozioni più belle, incorniciata dalla magia dei famosi scavi di Pompei, in una della strade principali, (Via Plinio), Whitexpò rappresenta il sogno dei futuri sposi, ma anche e soprattutto dei piccoli che sognano l’abito per la comunione. A organizzarla due giovani imprenditori napoletani che hanno fatto del matrimonio un sogno Giovanni Cafiero e Pasquale Garofalo, firmano questa bella fiera. Ormai esperti del cosiddetto “wedding planner” forniscono agli sposi, e non solo, tutto quello di cui occorre per il giorno più bello. Dal 23 al 31 gennaio è possibile ammirare gli stand eleganti e ben allestiti che risentono della forte esperienza dei due organizzatori, per i quali questo mondo cerimoniale sembra non avere più segreti. Infatti i due imprenditori sono responsabili anche della più grande e importante fiera “Ti Sposo”, che si svolge in Autunno a Ercolano.

Madrina dell’evento l’attrice Emanuela Tittocchia, che ha tagliato il nastro con due bellissimi bambini, come si può vedere dalla foto in alto. Infatti sono proprio loro i protagonisti di Whitexpò, i bambini, con i loro sogni e desideri, di indossare nel giorno della propria comunione un abito da favola.

white2Domenica, per l’appunto, c’è stata una sfilata di piccoli modelli che per un attimo hanno vestito l’emozione più bella, scalzi, proprio per non adornare già tanta bellezza, l’abito in primo piano e nient’altro, solo il bianco come protagonista (come si può ben vedere dalla foto in alto che ritrae una splendida bambina che sfila). Ma poi tanto altro, manifestazioni che si susseguono per tutta la settimana dell’evento, ospiti d’eccezione come Melita Toniolo, presente alla sfilata dei piccoli, l’attore Francesco Testi che sarà presente all’ultimo giorno della fiera, con una nuova sfilata dei piccoli modelli, firme e negozi prestigiosi del napoletano come: L’arte dolciaria del bar De Vivo di Pompei, Lilli boutique che vanta tre negozi a Castellammare di Stabia, Anita sempre per la cerimonia, Boccia abiti, ma anche Givova per il tempo libero, hair stylist e make up artist d’eccezione, ingresso libero. Insomma da non perdere!

W MM CESARANO Pompei in bianco

Umberto Eco

di Gily Reda, Editoriale

La biblioteca de Il nome della rosa
La biblioteca de Il nome della rosa

Un giorno di commozione questo: tutti ricordano Il nome della rosa, con lo splendido Sean Connery da Baskerville che sovrasta le parole di un magico romanzo, che per molti è stato l’ingresso nella celebrazione del Medio Evo, allora ritenuto ancora oscuro.

Ma Eco non lo considerava un punto d’arrivo, se subito iniziò a scrivere – la domenica, come diceva – Il Pendolo di Foucault (Bompiani, 1988) andando al punto capitale, l’incontro col diavolo. Allora lo recensii,[1] anche perché quasi in contemporanea lo stesso tema era protagonista dei Versetti Satanici di Ruschdie – dove però diavolo ed angelo erano in alta uniforme, l’uno bianco e biondo, l’altro con fetore, coda e corna.

I due bestsellers implicitamente criticano il mondo della scrittura breve con le loro oltre cinquecento pagine, che d’altronde occupa anche Tolkien, che molti ragazzi dicono di aver letto, mentre stentano a leggere un articolo di giornale.

Criticano inoltre il mondo degli anni ’65 – ’75, così felicemente floreali da ignorare il nuovo cupo volto del male, riemerso nel decennio 75-85. Arimane, Re delle cose, autor del mondo, arcana /malvagità che Leopardi divide con Zarathustra, si preparava al successo che oggi arride a tutte le presenze malefiche nelle serie TV. Era infatti, oltre che protagonista di capolavori, di tanti libri ed articoli sul Satan. A Torino, nella Piazza Statuto cara ai filosofi perché sede della celebre rivista di Augusto Guzzo, “Filosofia” (ricordava F. Barbano curando il libro Diavolo, diavoli, Torino e altrove, Bompiani 1988), nasceva invece un vero genere letterario rigoglioso, a proposito dei culti esoterici (A.M. Di Nola Il diavolo, Newton Compton, 1987).

Liberatore dal mondo beghino l’aveva cantato Carducci; ora il Diaballo, il Separator dei filosofi, libera invece dall’illusione ingenua dei Figli dei Fiori e medita la nuova vita quotidiana computerizzata: Eco lo incontra per chiedergli quale sia la definizione del linguaggio nel tempo dei files. Dopo aver analizzato il linguaggio nella semiologia/semantica, averlo cavalcato con scioltezza nel romanzo, si confronta quindi col punto capitale – la massa di parole. Nel Pendolo di Foucault si accumulano i files del lungo racconto dei solitari Cavalieri della cultura che vanno per lo stesso cammino attenti a non ascoltarsi, a stratificare informazioni. Sembra già cominciato il mondo del tweet, coi sedicenti cinguettanti che celano l’abbaiar dei cani sotto lo sberleffo.

Lunghe pagine composte da Bembo allacciano i fili sottili del file ‘Abulafia’ ai dati degli altri Cavalieri: dati su dati, accumulati in pagine di Eco senza chiave di volta: sette, affiliati, piani segreti, iniziati, congiure, vittime. Nel mezzo di tante parole (che somigliano non a diabolici piani segreti ma all’enciclopedia delle riunioni di condominio) il miserabile mistero si sposta a ogni momento; il verbalizzatore seguita a registrare e capisce sempre di meno. È scomparso Il Logos: lo dice chiaro Diotallevi, il secondo Cavaliere. L’essere leggero (non ancora liquido) è scherzo: ciò che non accumula polvere non ha spessore, la storia è diventata un effimero vivere decadente.

L’inutile sogno idealistico d’inizio ‘800, già denunciato dal nichilismo di fine ‘800, apre su una mediocrità quotidiana senza intelligenza – la Lettura, la Legge, sfugge all’uomo ed al suo linguaggio. Diotallevi, morente malato terminale, conclude: “Abbiamo peccato contro la Parola, quella che ha creato e mantiene in piedi il mondo (…) per manipolare le lettere del Libro ci vuole molta pietà, e non l’abbiamo avuta (…) La parola della Torah si rivela solo a colui che l’ama. E noi abbiamo cercato di parlare di libri senza amore e per irrisione (…allo stesso modo il cancro manipola e crea) cellule mai viste e senza senso, o con sensi contrari al senso giusto. Ci dev’essere un senso giusto, e dei sensi sbagliati, altrimenti si muore” (ivi, pp.445-7). Elencare analisi e notizie non ha dato morale alla favola. L’irrazionale male resta indomato, come già in Thomas Mann, non rivela quel che doveva, l’enigma della vita, diceva Faust. Ma Dante e tanti altri hanno avuto risposte: chiedevano con speranza, Eco accerchiato lo riconosce.

Cavallo brado era il linguaggio; non lo si poteva domare riponendolo in files. Il Logos dice l’intero, il mondo dell’uomo in tutte le sfumature perché ascolta ed esprime, la dolcezza e perdizione, l’inguaribile e maledetta pesantezza: indica la luce quando c’è la sgroppata e la caduta, l’evento della vita. Umberto Eco in due gialli ha mostrato due diverse volontà di affabulazione, prima il dominio dell’enigma delle passioni tra i libri, poi la ricerca per trovare il nome dell’enigma insolubile dell’eterno tentatore, che trasforma sempre il reale in Caso.

Eco ha sceneggiato l’incontro col diavolo, per darne il nome, in un wargame di possessioni e sette, a metà tra Far West e Palinsesti, Cartapecore e Grandi Vecchi nel gran volteggiare di cappe e croci. Ne risulta una teoria della cospirazione – CHI detiene il potere organizza il mondo come lo spirito di Laplace, abolisce il Caso dandogli forma – visto che a domanda giusta oggi (dice Popper) non è quella del perché e del chi ma del come: ecco, dai files viene fuori che il come è chiaro. È il Potere dell’affabulazione (oggi si dice story telling): cioè: “se inventando un Piano gli altri lo realizzano, il Piano è come se ci fosse, anzi ormai c’è” (p.490). E allora va detto che “Bembo così aveva creato il principio di realtà” (p.417). Bembo si è divinizzato, è autore di sé stesso nel Grand Jeu del Globe.

Intellettuali che non credono in nulla, muovono nel mondo vuoto di credenze. Ciò trasforma in scherzo l’interpretazione e l’azione conseguente. Pur di evitare il procedere discontinuo della storia con una fede, s’inventa una qualsiasi filosofia della storia. Il pendolo diventa l’organo di questa maledizione che individua l’Onfalo, l’Ombelico del mondo, il Luogo privilegiato del Cosmo ove avverrà l’incoronazione del Re del Mondo, se infine giungerà al luogo fatale: ciò indicano menhir, obelischi, statue dell’isola di Pasqua: e perché no, Statua della Libertà e Tour Eiffel. Eco ridacchia con gli ‘scopritori del marchingegno – che, però, si rivela VERO.

Perché comunque sono riusciti ad avere un segreto. Ed ecco che il mondo comincia a ruotare nel fumo d’una nebbia, sogno e meraviglia, e si conforma al VERO. Bembo cade, vittima sublime e sacrificale del suo stesso sogno. Casaubon, il terzo cavaliere, il sopravvissuto narrante che aveva trovato per esorcismo l’erba scacciadiavoli (pp.345-6): la donna, il figlio, il sapore di pesche / maddalene, la chiave del Regno (p.508) – non è stato trattenuto a lungo in questo “essere così vuoto e fragile” (p.493) e torna alla caduta libera, alla leggerezza del significato.

Al di là del vestito da Grand Guignol di Ruschdie, il Tentator loquace di Eco recupera l’immaginario collettivo in un fitto gioco di sadismi e satanicherie, con mille colori medievali, con tante tante parole per dirlo. Non c’è in questa lunga via la ricerca appassionata e acuta di Proust, Musil, Joyce, Woolf, di riscoprire il valore della parola.

Divertimenti nichilistici, scherzi della disperazione, delineano questa parola fine a se stessa che è una nuova Orgia, insensata ed impudica, spensierata e cattivante, che chiede bagni di sangue più ancora che di vino, per sentire ancora un po’ del dimenticato gusto della vita.

Scrivere tanto più che una ricerca è la bandiera del filosofo semiologo, che ha raggiunto la sua conclusione: la verità non si raggiunge con “il sogno della scienza, che di essere ve ne sia poco, concentrato e dicibile, E=mc2. Errore. Per salvarsi sin dall’inizio dell’eternità è necessario volere che ci sia un essere a vanvera. Come un serpente annodato da un marinaio alcoolizzato. Inestricabile. Inventare, forsennatamente inventare, senza badare ai nessi, da non riuscire più a fare un riassunto. Un semplice gioco a staffetta tra emblemi, ma che dica l’altro, senza sosta. Scomporre il mondo in una sarabanda di anagrammi a catena”(p.416).

Ma affabulare si può senza un senso? Dai files di Bembo deriva solo l’angoscia del leggere, una gran confusione per nulla – o meglio per niente. Perché il nulla è una cosa seria, dicono gli orientali, è il tutto da cui viene ogni cosa, il mistero fecondo, che però ovviamente non può essere rivelato da Satan, né dal Pendolo di un aut aut che non sa costruire. Andando sempre avanti per questa via non si trova che il mixage, come appunto accade nello story telling. I grandi narratori sanno esprimere l’unità, il loro vero, una sola parola racchiude il senso di un’opera filosofica, diceva qualcuno, è la chiave d’oro per capire. Quando Arimane, il nemico di Zarathustra, si asside potente nel suo odierno trono, rivela nel silenzio il suo nome, il vuoto del senso di mille parole.

Il nichilismo così si ripropone all’interno del linguaggio, nella perdita di senso della parola: non resta che offrire sacrifici a Mitra o a Baal. Marte più che Dioniso domina la nuova faccia del niente.

 

[1] Eco, Ruschdie e dintorni, in “Il Cristallo”, XXXII, 1990, 2, pp.59-66 – Umberto Eco mi inviò un libretto che pubblicava per gli amici. Qui ne riprendo il tema: ma il libro chiave per me, oltre ai filosofici, è La Misteriosa fiamma della regina Luana, in cui Eco riflette da par suo sull’immagine.

W editoriale 2-16 Umberto Eco

Un costruttore di Pace. Il Mediterraneo e la Palestina nella politica estera di Aldo Moro.

di Francesco Villano

Aldo Moro
Aldo Moro

Il libro così intitolato, scritto dal Prof. Gennaro Salzano ed edito da Guida nel 2015, fa riferimento ad una fase della politica estera italiana, che va dal 1969 al 1974, e ad un grande statista, Aldo Moro, che di quella fase, in qualità di ministro degli esteri, a parte la parentesi di Giuseppe Medici nel secondo governo Andreotti, fu l’indiscusso protagonista. Un periodo in cui il nostro Paese dimostrò di avere la “schiena dritta”, in particolare rispetto alle due superpotenze, gli Stati uniti e l’Unione Sovietica; una fase della storia recente che ci vide all’avanguardia nella ricerca, formulazione e attuazione, per quanto possibile, di una nostra, indipendente e “originale” politica estera, in particolare per quanto riguarda il Mediterraneo e la Palestina. Un agire ispirato sia dai più alti valori della nostra tradizione culturale, cristiana e laica, e sia dall’interesse nazionale. Una politica caratterizzata non da un continuo braccio di ferro, da un costante contrapporsi, ma dalla ricerca del bene comune, della prosperità e giustizia per tutti i Paesi, in un clima di crescente fiducia e rispetto reciproci, in una fase della storia mondiale caratterizzata tra l’altro dalla fase finale della decolonizzazione e acquisizione di sovranità da parte di tanti Paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Come ci ricorda l’autore, il periodo della permanenza di Aldo Moro alla Farnesina vide la sua fase più critica nell’ottobre del 1973, con due eventi cruciali per gli equilibri internazionali. Il primo: dal 6 al 25 ottobre si ebbe la cosiddetta guerra dello Yom Kippur, o dell’espiazione, perché scoppiata nel giorno del perdono, una delle più importanti feste religiose del popolo ebraico e che vide l’Egitto e la Siria aggredire Israele, in quello che sarà il quarto conflitto arabo-israeliano, a partire dalla fondazione dello Stato di Israele, avvenuta il 14 maggio del 1948. Il secondo, direttamente conseguente al primo: il 17 ottobre i Paesi produttori di petrolio (OPEC), con l’Arabia Saudita in testa, decisero di aumentare il costo dell’oro nero, fino a quadruplicarlo, e di attuare un embargo verso quei Paesi che sostenevano Israele nella guerra in corso. Il petrolio divenne un vero e proprio strumento di pressione nel conflitto in atto, ma determinò anche una nuova presa di coscienza nei Paesi “consumatori”, che si accorsero improvvisamente che il combustibile del motore del loro sviluppo economico e industriale era in mani ostili. Moro, in tale frangente, impresse alla politica italiana notevoli impulsi, tali da marcare una posizione nettamente autonoma rispetto all’alleato americano (giova ricordare che l’Italia era ed è un membro della NATO, dell’Alleanza Atlantica), sì da darle un ruolo centrale nello sviluppo del successivo dialogo con il mondo arabo e soprattutto una strategia che rese il nostro Paese uno dei più acuti protagonisti del dibattito sul futuro del Medio Oriente. In realtà Moro si poneva alla sequela di una linea politica filo-araba e mediterranea che era stata già caratteristica di Amintore Fanfani, uno dei padri della Democrazia Cristiana e grande statista della prima repubblica, ma che aveva capisaldi politici e culturali in Giorgio La Pira, Enrico Mattei e Giovanni Gronchi. La Pira, il celebre sindaco di Firenze che negli anni cinquanta, oltre ad aver fondato la prima Amicizia Ebraico Cristiana d’Italia, organizzava, profeticamente, gli ”Incontri mediterranei”, dove intellettuali, giornalisti e politici, sia di diverso orientamento che di diversa nazionalità e credo religioso potevano incontrarsi e discutere. Quindi si sperimentava anche un dialogo interreligioso ante litteram, ben prima degli esiti del Concilio Vaticano II (1962-1965), ed in particolare della Dichiarazione Nostra Aetate, pietra angolare del nuovo corso della Chiesa Cattolica rispetto non solo agli ebrei, ma a tutti i seguaci delle altre religioni. Enrico Mattei, il “padre” dell’ENI, che tanto si era battuto per rompere la logica neocolonialista attuata dalle ”sette sorelle” a discapito sia dei Paesi arabo-islamici produttori di petrolio, sia dei nostri interessi nazionali. Ancora oggi, in Iran, grande è la stima del nostro “ingegnere”. Giovanni Gronchi. l’ex presidente della repubblica, fondatore della D.C. e leader della corrente di sinistra del partito. Bisogna ricordare anche che quelli sono gli anni della nascita dei grandi movimenti pacifisti in occidente, gli anni che avevano appena visto l’azione profetica di Papa Giovanni XXIII e quella carismatica di John Fitzgerald Kennedy, gli anni in cui Paolo VI emanò l’enciclica Populorum Progressio (1967), sul sottosviluppo ed emancipazione del terzo mondo. Il problema della pace e della cooperazione tra popoli, civiltà e culture nel Mediterraneo, ma non solo, era, in quel periodo, al centro dell’attenzione della parte migliore dell’intelligenza cattolica. A questo filone di idee, a questa matrice politico-culturale Moro apparteneva pienamente, per formazione e convinzione. Inoltre questa visione si sposava completamente con la sua concezione dell’area mediterranea con la quale, attraverso una serie di viaggi, aveva iniziato a tessere una fitta rete di rapporti, con alti e bassi (esproprio dei beni italiani in Libia) sin dal 1970. Egli auspicava una comunità solidale tra i Paesi delle due sponde (Nord-Sud), che facendo corpo unico con la Comunità europea, si inserisse nella dialettica, nella contrapposizione tra Est e Ovest, tra Stati Uniti e Unione Sovietica, cifra della guerra fredda. Contrapposizione che tendeva, spesso riuscendovi, a determinare le sorti, le aspirazioni, le aspettative di buona parte dei Paesi del mondo. Si doveva avere la forza e la determinazione di portare avanti e promuovere tale rivendicazione all’interno dell’Alleanza Atlantica, quindi non come opposizione ad essa, ma come allargamento della visione geostrategica della stessa. Nel discorso che fece all’ONU, alla XXIV sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, è esplicitato chiaramente il punto di vista di Aldo Moro, in quella che fu definita: “la dottrina italiana per la pace”: “…la costruzione della pace non può più, infatti, ridursi al controllo dei conflitti armati, ma comporta anche la progressiva eliminazione di squilibri economici, sociali e tecnologici che operano come fattori di instabilità e di disordine nella vita internazionale. Ritengo che, partendo da questa concezione integrale della pace, si dovrebbe promuovere un rafforzamento delle Nazioni Unite, sul piano istituzionale, organizzativo e metodologico”. Insomma, un altro protagonista della politica mondiale che andasse ad affiancare le due superpotenze. Parallelamente a ciò, in un periodo storico che, mutatis mutandis, sembra per tanti versi una fotocopia di quello che stiamo tuttora vivendo, egli auspicava l’indispensabile unità politica dell’Europa, l’unica che potesse dare la forza di attuazione ad un’autonoma visione geostrategica. La forza economica, da sola, non portava e non porta lontano! Ed ancora, come ci ricorda Salzano: Moro, con grande lungimiranza, quasi capacità profetica, richiamava l’attenzione sul fatto che non si sarebbe mai potuto avere un’Europa sicura senza un Mediterraneo sicuro, e quindi senza un accordo con il mondo arabo. Concretamente si trattava di indire una Conferenza per la sicurezza e la cooperazione nel Mediterraneo, sì da far riprendere a pieno ritmo, così com’era accaduto per secoli, i contatti e i traffici tra i popoli delle diverse sponde di questo mare. Non ci dimentichiamo che fino alla scoperta dell’America e poi con il successivo spostamento del baricentro politico dell’Europa verso il centro nord del continente, le due sponde del Mediterraneo avevano condiviso per secoli un comune dato antropologico.

Si evince facilmente come tali posizioni andassero a scontrarsi con la linea politica portata avanti dagli Sati Uniti ed in particolare da Henry Kissinger, prima come Consigliere per la sicurezza nazionale e poi come Segretario di Stato dei presidenti Nixon e Ford. Il suo privilegiare costantemente lo scontro, il confronto frontale delle posizioni, nella logica dei blocchi contrapposti era alquanto lontano dalla ricerca dei punti di convergenza e dialogo dell’agire di Moro. Dal 1973 in poi il conflitto assumerà dei toni accesi e la scintilla sarà data dal rifiuto italiano di concedere le basi italiane della Nato per far attuare un ponte aereo che permettesse di rifornire Israele. Per chiarezza e completezza bisogna ricordare che il conflitto con gli americani riguardava sì la diversità di vedute ed azioni per il Medio Oriente, ma anche e soprattutto aspetti della politica interna al nostro Paese: il dialogo con la seconda forza politica italiana, il Partito Comunista, con il quale invece Moro riuscì a stabilire un’unità di intenti nell’agire dell’Italia in politica estera, sia per quanto riguarda il Medio Oriente ed il Mediterraneo, sia per la nuova presa di coscienza che stava maturando rispetto al popolo palestinese e che prese la denominazione di: “Questione Palestinese”, al centro della quale c’era la richiesta di attuazione, fino ad allora sempre disattesa, della risoluzione ONU n° 242 del 22-11-1967, con la quale si intimava allo Stato di Israele di ritirarsi dai Territori Occupati con la guerra dei sei giorni del giugno del 1967. L’Italia riconosceva in questa non attuazione una delle cause della guerra in corso. La posizione dell’Italia era mediana rispetto al conflitto. Né a favore, né contro l’uno o l’altro dei contendenti, ma operante “nel mezzo”, per una ricerca di una pace giusta. Oltre a dissentire da questa strategia, per Kissinger e soci il timore più grande era rappresentato da un eventuale ingresso dei comunisti al governo, cosa che andava assolutamente evitata!

Proprio Kissinger, come ci ricorda Salzano, in un ricevimento a Villa Madama svoltosi in quel periodo, ebbe a dire: ”Dovrà forse venire il giorno in cui sarà necessario convocare l’ambasciatore Volpe e dirgli: caro Volpe è giunto il momento di inviare un generale al posto tuo?” Un’affermazione da non prendere assolutamente sottogamba, dato che a farla era chi aveva sostenuto in Cile la fine dell’esperienza del governo socialista di Salvador Allende (con la sua uccisione), l’11 settembre sempre di quel fatidico anno, il 1973. Kissinger più di una volta aveva sottolineato le affinità tra la situazione cilena e quella italiana. E’ del 1974, invece, dal ritorno dagli Stati Uniti dove aveva accompagnato il Presidente Giovanni Leone, una confidenza fatta da Moro alla signora Eleonora, sua moglie, (testimoniata da quest’ultima alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio del marito), sul tenore della quale, di cui il marito non le precisò l’autore, c’è da rabbrividire: “Onorevole lei deve smettere di perseguire il suo piano politico di portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente. Qui, o lei smette di fare quella cosa o lei la pagherà cara”. Del resto Kissinger riteneva Moro un eterodosso dell’atlantismo oltre che uno troppo amico dei comunisti!

Queste sintetiche considerazioni sul pregevole lavoro del prof. Salzano, che mi ha molto arricchito, sono solo degli spunti di riflessione che ovviamente rimandano alla lettura del testo, denso per quantità e qualità di temi trattati (vedi tra l’altro i capitoli su: “il dibattito parlamentare sulla guerra”, che ci da uno spaccato della vivace e variegata realtà politica italiana del tempo; e su: ”l’Europa nel dibattito sulla guerra dello Yom Kippur”, che evidenzia il proporsi dell’idea di Moro di un’Europa come terzo polo politico sullo scenario mondiale). Nella seconda parte del libro vi è un’Appendice nella quale sono raccolti, tra l’altro, alcuni dei più significativi discorsi tenuti da Aldo Moro nel periodo in questione.

GF recensioni VILLANO Un costruttore di Pace. Il Mediterraneo e la Palestina nella politica estera di Aldo Moro.

Un pensatore d’immagini: Giordano Bruno – I Giordanisti

di C. Gily Reda

Pavimento del Duomo di Siena
Pavimento del Duomo di Siena

L’esistenza dei Giordanisti va guardata da questa speciale prospettiva d’immagine, che pone l’attenzione su Ermete Trismegisto laggiù, nel pavimento del Duomo di Siena.

Perché l’ermetismo di Bruno e dei Rinascimentali, magico ed irenico, viveva di tradizione ma la riviveva in modo nuovo, in una nuova concezione della vita in divenire. Una idea della scienza che si mantenne nel pensiero moderno, sotto una fitta coltre di aritmetica ed illuminismo; nel 900 è sbocciata – nata nella grande arte Rinascimentale, si esprime davvero nella forma non formata delle Avanguardie.

La scienza moderna col suo calcolo ha imboccato col calcolo infinitesimale e le geometrie non euclidee la via che l’ha condotta alla relatività ed all’indeterminismo, teorie che per tanti rispetti assomigliano più alla magia che alla legislazione scientifica moderna. La scoperta delle onde gravitazionali di Einstein ha avuto proprio in questi giorni un riscontro interessante. L’avrebbe accettato Galilei? Forse sì, visto che era un astronomo-astrologo, come tutti allora, autore anche di oroscopi (purtroppo per lui, sfortunati). Bruno anche era tale, viveva spiegando l’astronomia di Copernico, cui si riteneva però superiore perché filosofo: cioè uno che si confronta con la coerenza ideale e giunge a conclusioni – sulla base di un’armonia generale riconosciuta anche dai Pitagorici quando parlavano della matematica del numero aureo o della musica delle sfere.

Sulla base di questa superiorità, Bruno affermava l’infinito seguendo le tesi di Nicolò Cusano Vescovo di Bressanone – mentre Copernico poteva parlare della rivoluzione celeste ma non affermare l’infinito senza esperimento e prova. L’epistemologia di oggi direbbe che Bruno è scienziato nel senso della logica della ricerca, cha parte da una tesi e riflette l’intero da un punto di vista; Copernico è scienziato dal punto di vista del metodo matematico. Per K. R. Popper, sono i due momenti della vita della scienza, quello della scoperta e quello della corroborazione delle ipotesi.

Nel ‘500 astronomia ed astrologia erano oggetto di una unica scienza che si occupava delle stelle e delle costellazioni, sulla base di osservazioni e storie bi- e quadri-millenarie; l’introduzione del numero aritmetico come unica via di conoscenza, tipica del pensiero moderno, ha reso la scienza velocissima ma poco attenta al mistero ch’è l’altra parte del cosmo: così si spiega il cambio di paradigma del 900, che con la relatività generale e l’indeterminismo ha recuperato l’unità, il parimpari, da cui nascono tutti i numeri, e che è, dice il nome pitagorico, né pari né dispari. L’unità consente di trovare le vie della pace, porsi davanti alla storia con un aut aut, se non sei amico sei nemico, non giova alla fraternità. Ecco il legame che unisce le speculazioni astronomiche alla teoria e pratica della pace che suscitò consenso intorno a Bruno, suggerendogli, nel odno delle nuove religioni, di costituire anche lui una setta, ispirata però alla pace, al riconoscimento di quel che c’è di comune tra le religioni. È il tempo in cui nasce il Giusnaturalismo e l’Utopia ad opera dei tanti perseguitati per motivi religiosi, di cui Giordano Bruno è certamente l’eroe.

Ma da tempo i dotti si chiedevano, come Pico della Mirandola: ma dove stanno tutte queste differenze tra le religioni? Certo, ce ne sono, ma non sono tanto grandi come quelle tra chi crede e chi non crede e perciò uccide, tortura e si abbandona alle sue sregolatezza. Tra chi è solidale verso il debole e chi lo perseguita c’è la vera differenza, divide chi crede nell’Anima del Mondo, comunque la appelli. Ciò non intende chi fa la guerra di religione, che pensa al potere di una Chiesa ed è costretto perciò a ben altre considerazioni, non religiose. È il problema dei fondamentalismi – allora erano ugonotti – luterani – anglicani… e anche forse gallicani e Catto-Asburgo (il continuo conflitto Papa Impero allora placato in Carlo V) che consolidavano le proprie nazioni. A tutto ciò si opponeva l’irenismo di tanti intellettuali che negli studi meditavano un’altra idea di Dio e dell’uomo, edificando la forza del diritto internazionale.

Ed ecco perché era un’azione politica di tipo diverso la creazione di una setta, i Giordanisti, di cui si notizia certa perché è lo stesso Bruno a parlarne a Mocenigo, come si confermò al processo di Giordano Bruno, durato dieci anni. Si ha anche certezza dell’azione pubblicitaria di Dicsonio, un personaggio dei dialoghi italiani (Dickson, già presente a Londra); di Toland, il celebre deista inglese che tradusse e diffuse il dialogo di Bruno dedicato alla necessità di cambiare la religione tradizionale, chiamato Lo spaccio della Bestia Trionfante.

Una conferma indiretta è l’atteggiamento di Bruno di non abiurare, come fecero Galilei e Campanella; ciò parve strano già ai contemporanei, sia che lo ritenessero a torto ateo – mentre era religiosissimo, nel nome del Dio Ignoto che S. Paolo riconobbe ad Atene – come a chi lo riteneva giustamente un non cattolico che aveva gettato alle ortiche la sua tonaca di frate domenicano ed aveva girato l’Europa di tutte le diverse religioni ereticali. Diceva anche messa a Londra all’ambasciata francese: la sua disobbedienza e mancanza di rispetto del detto papale era antica… perché non salvarsi la vita? per quell’unica affermazione che non rinnegò mai (che Dio è il nocchiero della nave del mondo, coinvolto nel suo divenire). Il suo atteggiamento al processo si spiega se si pensa agli amici lontani cui vuole raccomandare fede e coraggio. I Giordanisti consistono di poco più del nome, ma dal 1610-16 ci sono le attestazioni della setta dei Rosacroce, che per tante cose condivide le idee di Bruno: lo documenta Frances Yates, che ha scoperto alla Warburg Library la grande importanza de pensiero mnemonico ed ermetico di Bruno.

Lo spaccio della Bestia Trionfante è il manifesto del rinnovamento religioso proposto. Si narra la favola nel teatro della religione politeista greco romana. Finita da mille anni e più, figura in scena tutte le religioni che tramontano. Bisogna sì tirar giù gli dei, ma anche meditare i nuovi valori: è questo il teatro in cui tanti valori si rinnovano e prendo la vita del tempo attuale.

Morta da tempo ma ancora così viva nell’arte e nella cultura dell’epoca, la religione di Giove e Giunone reggeva bene la satira teatrale, gli Dei erano capaci di ironia e riso; consentivano a Bruno di mettere in metafora la necessaria fine degli dei, contro dogmi e violenze. Contro il sereno accogliente Olimpo, le guerre ammantate di religione ripropongono il problema dei valori al filosofo: che risponde distruggendo e ricreando il cosmo dei valori del tempo.

W iconologia GILY Un pensatore d’immagini Giordano Bruno – I Giordanisti

CAPOLAVORI? Il tempo dell’Iconic Turn

Tutti conoscono Fountain, l’opera presentata, a firma di «R. Mutt 1917» (Marcel Duchamp), alla mostra che la Society of Indipendent Artists aveva organizzato al Grand Central Palace di New York. Non fu accettata

di Gily Reda

Una mostra del 2010 (recensione in Wolf IX, 9)

Fountain, R. Mutt 1917 (Marcel Duchamp)
Fountain, R. Mutt 1917 (Marcel Duchamp)

Tutti conoscono Fountain, l’opera presentata, a firma di «R. Mutt 1917» (Marcel Duchamp), alla mostra che la Society of Indipendent Artists aveva organizzato al Grand Central Palace di New York. Non fu accettata; eppure il suo allora anonimo autore, Marcel Duchamp, era tra i fondatori della società. Da allora, molte sensibilità si sono intrecciate intorno all’oggetto: che pure fu esposto alla Mostra di Ravello del 2006, in una mostra organizzata da Achille Bonito Oliva. Esposto in similare, non in originale – l’originale era andato perduto, rottamato da chi smontò la mostra, non identificando l’opera come arte – un giudizio che poi fu confermato da De Crescenzo nella notissima battuta in proposito di Bellavista, un film divenuto un cult: si commentava che nell’ipotesi di un ritrovamento tra le macerie, dopo secoli, dell’antico rudere – chi avrebbe capito ch’era opera d’arte? La battuta torna in mente quando si vuole definire cosa sia un capolavoro: lo ha proposto la mostra estiva al Beauburg di Lione, dal titolo: Capolavori? Qualche spinto di riflessione si può trovare in un’intervista rilasciata al “Manifesto” da Arthur Coleman Danto a Giuliano Battiston nel 2007 (in rete) ci aiuta con un parere rilevante. Danto è un filosofo analitico che si occupa di estetica, è il critico d’arte di “The Nation”, è vissuto a New York negli anni Sessanta, nella Manhattan di Andy Warhol, Robert Rauschenberg e John Cage. Molto vicino agli artisti ed artista lui stesso, delinea una estetica basata sulla tesi della fine dell’arte; il suo libro più famoso è La trasfigurazione del banale (tr.it. L’abuso della bellezza, Laterza). Nell’intervista racconta di essere stato giovane frequentatore del Museo di Detroit, con la madre; si appassionò tanto dell’espressionismo astratto da trasferirsi a New York, e vi espose con successo – ma poi preferì lo studio della filosofia. Perché inizi. A riflettere sull’arte, vedendo su “Art News” un fumetto di Roy Lichtenstein – giudicato come un’opera d’arte – questo shock lo portò a riflettere che l’arte non dipende dal suo oggetto, visto che sono due oggetti diversi, un fumetto e un’opera d’arte, ma la duplicità dipende solo dal modo di considerare la stessa cosa. Idea certo condivisa da Andy Warhol. Un oggetto d’arte può essere ogni cosa, se considerata nella giusta cornice. Dagli anni ’60 la tradizione d’arte si dissolve nella contemporaneità – quella appunto iniziata da Duchamp, inventore del ready made, che trasforma in opere oggetti comuni – trasfigurando il banale grazie al modo di pensarlo. Quel che in Duchamp era la rivoluzione grazie ad una intuizione, in Warhol è già coscienza della fine dell’arte. Danto giunge a questa definizione negli anni ’80: dopo una visita al Whitney Museum definisce la fine dell’idea di progresso nell’arte, il rifiuto che il futuro superi il presente; non serve dare giudizi di valore, basta pregiare gli artisti e argomentare il senso dell’opera presente, senza pretendere una definizione d’arte. Danto si definisce filosofo dell’arte, rifiuta l’estetica perché individua virtù tossiche nel bello (e nel sublime) come pensato dalla letteratura ottocentesca. La storia dell’arte finisce con le avanguardie, prima all’inizio del ‘900, poi col riflusso degli anni ’60. Conta l’arte fredda, che non esprime e non appare:un disegno espressivo e comunicativo, che studia oggetti d’uso comune, sperimenta e ricerca. Se l’arte si pensa come mimesi capacità di indicare un ideale, denuncia da sé la sua povertà, non porta alla bellezza; l’arte intellettuale di Duchamp non chiede appagamento sensoriale, salta in avanti rifiutando la tradizione; ciò prepara la filosofia dell’arte di Danto, che indica nell’arte “caratteristiche pragmatiche, in contrasto con le semantiche”, che risultano allo sguardo fenomenologico, un romanzo della coscienza hegeliano che è una polemica costruzione d’arte – è vero che l’avanguardia fece lo stesso, ma è ormai vecchia: qui si attua “l’esperienza della bellezza (che) può essere opzionale per l’arte, ma per la vita è una necessità. Anche questo libro è necessario, proprio come la bellezza.” Nel presentare la traduzione italiana del lavoro di Danto, si argomenta questo percorso dell’oggi: “Un secolo fa, la bellezza era considerata quasi all’unanimità lo scopo supremo dell’arte e persino sinonimo d’eccellenza artistica. Tuttavia, oggi la bellezza è vista come un crimine estetico e gli artisti sono spesso messi all’indice dai critici se le loro opere sembrano mirare al bello. Negli anni più recenti, alcuni artisti, critici e curatori hanno iniziato a considerare la bellezza sotto altri punti di vista. La discussione che ne risulta è spesso confusa, con eruditi che guardano talvolta alla bellezza come ad un tradimento del ruolo autentico degli artisti, altre volte si lavora duro per trovare la bellezza in ciò che apparentemente è disgustoso o grottesco. Il critico d’arte e filosofo Arthur Danto spiega, in questo libro, come sia stata messa a punto la ribellione contro la bellezza e come l’avanguardia modernista l’abbia spodestata. Danto sostiene che i modernisti avessero ragione a negare che la bellezza fosse vitale per l’arte, ma è anche vero che la bellezza è essenziale alla vita umana e che non fosse necessario escluderla per sempre dall’arte”. La strada del nuovo si presenta quindi dal ripartire dall’immagine, quel che Belting chiama Iconic Turn. La volta dell’immagine consiste nel ripartire dalla bellezza, dal suo valore pragmatico, affettivo, simbolico, dalla sua capacità di comporre il mistero dell’indicibile in verbis – o in figure. Oggi e sempre l’immagine fonda nel gusto; le sperimentazioni, le ricerche, hanno senso se sanno suscitare condivisione sulla bellezza che l’opera costituisce in forma, in evento dell’arte. Il gusto non può identificarsi col mercato d’arte, il committente che si è sostituito al mecenate, accentuando la sua prepotenza commerciale. Il mercato non coincide col gusto, le aste possono consacrare mercantilmente opere, che il senso comune seguita a non accettare, che non assumono perciò lo statuto di capolavori. La misura dell’arte sta nel costante legame dell’artista al gusto – che non è quantitativamente la parte prevalente del pubblico, ma qualitativamente; il gusto decreta la bellezza di un’opera, a volte stenta a farlo subito, quando l’opera è davvero originale, ma c’è sempre in esso una capacità innovativa che nel tempo impara a decrittare la nuova idea di bellezza che si presenta in qualcosa che eccede il suo tempo; e il giudizio di bellezza nel mondo del gusto ha queste varie armonie, che almeno in parte si accorgono delle dimensioni del futuro – della bellezza – anche se l’arte e la storia dell’arte possono essere oggetto di critiche e sviluppo, la bellezza si presenta sempre con una sua prepotenza nella valutazione del gusto. L’artista non lo ignora, e quando crea muove da un colloquio perenne, da una comunicazione cui aspira, anche quando la difficoltà che lo suggestiona è troppo in là rispetto al suo tempo. Altrimenti, il narcisismo predomina – e la bellezza si allontana. Se è sempre un valore condiviso, un riconoscimento che accomuna un mondo di amanti della bellezza, nel compiacimento che si avverte intorno ad una misura riuscita, ad una forma compiuta. Che non è presenza, non è apparenza, non è imitazione – è l’infinito dell’arte, un predicato, un giudizio che mostra la sua perenne funzione nello schiudere senza svelare.

Parlare di capolavori? – una parola, si apprende proprio parlando di questa mostra, scomparsa dai dizionari d’estetica – è segnalare lo stato della questione. Che è un questione di sostanza, perché se non si può definire il capolavoro, l’evento della bellezza, c’è da dubitare del criterio sulla base della quale si fanno le scelte degli artefatti da mettere in mostra – come fare storia della filosofia senza sapere di filosofia – qual è il criterio che guiderà la scelta? Cosimo Laneve parla di formazione ai beni culturali sottolineando come, se nella dizione rientra molto del patrimonio culturale dell’umanità, non tutto e solo mondo della bellezza, ma della cultura, dell’antropologia e via dicendo: occorre poi fare spazio alla bellezza, alla grande arte, nel progettare questa formazione. Il capolavoro, diceva Heidegger, restituisce il quotidiano a se stesso. Le scarpe del contadino rotte e consumate, ritratte da Van Gogh, sono un oggetto disprezzabile, se considerato nella loro realtà oggettuale, pronte per la pattumiera. Ma se invece si ragiona su quelle scarpe pensando all’origine dell’opera d’arte, si scopre che se incatenano l’attenzione di chi guarda il quadro di Van Gogh è perché, coi suoi colori e le sue enfasi, il genio è ruscito a renderle istante rivelatore, una pausa nella storia e nel progresso, un silenzioso avvicinarsi alla terra ed alla quadratura cosmica cui essi alludono, col pieno di operosità e consumo, col sole e la fecondità cui esse hanno assistito – assumendo la loro vecchiaia, la loro consunzione, come un segno, come l’impronta della storia. La grande arte: un riflettore che apre il silenzio introno ad un punto della scena del mondo; che sa convincere ad assistere al mistero, a meditare, a porsi in un difficile esercizio spirituale di avvicinamento al mistero, al disvelamento: ognuno allaccia un suo percorso di riflessione, conquista un altro orizzonte, si sottrae al quotidiano, cammina sull’abisso dell’ontologia. L’opera d’arte schiude il senso dell’essere. Senza la grande arte, sappiamo vedere la bellezza? Colpisce la natura, il sole, la figura dell’amato: ma cosa ci porta a dire queste cose belle, a parte il nostro semplice piacere di godere queste cose? Può, quindi, sopravvivere l’arte, se cancella dai suoi vocabolari il termine capolavoro? È quel che svela il senso della bellezza – la definizione può essere superflua: ma il suo senso?

GF arte GILY CAPOLAVORI Il tempo dell’Iconic Turn

Scelte educative e culturali a scuola e rapporto forma-contenuti

di Franco Blezza

Jan Amos Komenský
Jan Amos Komenský

È’ esperienza comune, di uomini di scuola, di pedagogisti e di educatori come di chiunque abbia attenzione per l’evoluzione culturale della nostra società, un progressivo calo nelle abilità linguistiche, operativamente nelle capacità di impiego dell’espressione verbale, da parte delle ultime generazioni.

Si denunciano, in L1, abusi di brachilogie, anacoluti sistematici, lacune di tipo grammaticale ed ancor più gravi di tipo sintattico (si pensi alla tendenziale scomparsa del congiuntivo, caratteristica così peculiare della lingua italiana), vocabolari personali ristrettissimi a poche centinaia di parole e loro impieghi impropri, infarciti di barbarismi ed idiotismi spesso inutili, ed ancor più spesso scorretti o maccheronici, scadimenti gergali di solito dalla trasferibilità virtuale limitatissima, abuso dei luoghi comuni più di moda al tempo con strascichi temporalmente prolungati, e così via. Lasciamo ai linguisti una disamina più dettagliata e particolareggiata, ma il problema è evidente a tutti ed è di competenza pedagogica diretta.

Né questo trova una qualche forma di compensazione nelle parlate locali, salvo al più alcune realtà particolari, ad esempio nei casi relativamente ai quali non si può impiegare il termine “dialetto” bensì si deve individuare l’esistenza di una vera e propria lingua alternativa all’italiano, che può essere la vera L1 che ha un qualche paese estero nella quale è ufficiale (tedesco, sloveno, catalano, albanese, …: e siano pure in loro versioni non del tutto aderenti a quelle eventualmente presenti in altre nazioni), od una L1 la quale non ha una nazione esterna di riferimento e si affianca alla lingua italiana senza che si possa parlare di L2 né per l’una né per l’altra (franco-provenzale, occitano, friulano e carnico, sardo, ladino, …). Con termine tecnico: né per entità linguistiche “peninsulari” né per entità linguistiche “insulari”.

Del resto, non sarebbe difficile rendersi conto che anche per la L2 vera e propria, e per le eventuali L3 e, talvolta, Ln, la situazione è tale da richiedere attente riflessioni e revisioni di fondo. Al di là della maggiore o minore aderenza a certi standard prefissati, le Performance o si mantengono entro binari scolastici nel senso più stretto e limitativo possibile, oppure scadono ad impieghi minimali paragonabili a quelli sopra accennati per la L1.

Ci si può illudere che questo problema sia tutto interno agli equilibri tra i diversi linguaggi: i nostri ragazzi non sono (o non sono più) adeguatamente periti nell’impiego del vettore linguistico, in quanto lo strapotere dei nuovi media sposta l’attenzione dell’impiego su tutta una gamma di linguaggi non verbali. Detta così, potrebbe anche essere un’evoluzione apprezzabile e persino preziosa, se davvero i nostri ragazzi diventassero capaci di esprimere pienamente secondo un ventaglio di linguaggi diversi, cioè attraverso la multimedialità, quanto un tempo ci si proponeva di insegnare alle generazioni precedenti di esprimersi con il solo vettore linguistico, o essenzialmente connesso impiegando altri lettori in forma ausiliaria, ad esempio solo in alcuni casi il linguaggio iconico, l’ho scritto con un disegno.

Ma così non è. La fruizione della multimedialità e della enorme ricchezza di linguaggi oggi disponibile può funzionare, forse, nel verso della ricezione, e anche su questo sono leciti dubbi e perplessità. Si asseriscono limiti invalicabili alle facoltà di attenzione dei nostri ragazzi, per poi vederli clamorosamente e vistosamente superati nella pratica dei Videogames e in quella dei Social network. Nel secondo caso la povertà linguistica è ancora più evidente, a malapena nascosta da un impiego compulsivo delle fotografie e della condivisione di immagini passive mente recepite; nel primo caso praticamente non c’è alcuna espressione da parte dell’utente-giocatore. I “nuovi linguaggi”, insomma, nella realtà attuale digitalizzata e interconnessa, fanno lamentare esattamente negli stessi limiti nelle capacità espositive e comunicative delle giovani generazioni che possiamo rilevare per quanto riguarda il vettore verbale e linguistico, se non accentuati in forma più grave e comunque maggiormente preoccupante.

Riguardo a tutto ciò, va osservato che tale processo involutivo ha luogo in permanente presenza di una scuola nella quale le discipline linguistiche e formali seguitano (dai tempi di Gentile) ad avere spazi ed attenzioni superiori in modo spropositato rispetto a tutte le altre. Ciò, senza che nessuno oggi avanzi per tali scompensi alcuna motivazione, se non puramente pro forma e dalla consistenza evanescente. Anzi, spesso si incontrano “sperimentazioni” o presunte tali nelle quali le materie linguistiche formali vengono ulteriormente aumentate (per esempio con lo studio di una seconda lingua straniera, o di una terza, con l’introduzione o la maggiorazione di linguaggi non verbali come quello iconico o quello musicale, con l’introduzione di qualche forma di informatica gestionale che è a sua volta disciplina espressiva e formale, senza la benché minima attenzione per un equilibrio complessivo tra tutte le varie e differenti materie linguistiche, espressive e formali, da un lato, e dagli altri lati le materie scientifiche della natura e della cultura e le materie tecniche), cioè operatori scolastici più gentiliani di Gentile, anche quelli che ieri spingerebbero la propria ottemperanza alle scelte di fondo di Giovanni Gentile.

Si potrebbe compiere, a questo riguardo e consimili strumenti concettuali, da una disamina sulla scuola “dopo Gentile”, partendo ad esempio dalle riforme intercorse tra i primi anni ’70 e i primi anni ’90, cioè della fine della cosiddetta “prima Repubblica” che integrano una sorta di riforma organica gradualista e per piccoli passi che ha lasciato fuori la scuola superiore la cui riforma è stata supplita da un impiego disinvolto della sperimentazione; che si potrebbero seguire i frenetici avvicendamenti di riforme più o meno “organiche” che hanno segnato i due decenni della cosiddetta “seconda Repubblica” e non sono ancora terminati. Per tutta l’istruzione pre-universitaria, a partire dalla scuola dell’infanzia, con tutti i distinguo che si possono operare, non c’è mai stata neppure la progettualità o un lontano obiettivo a termine lungo quanto si voglia, di costruire una scuola nella quale siano almeno ripartiti gli orari e le risorse in modo paritario tra i quattro ordini di materie o discipline:

  1. area espressiva e formale:
  2. area delle scienze umane e sociali;
  3. area delle scienze naturali;
  4. area della tecnica.

E si presti bene attenzione all’evidenza secondo la quale qualsiasi sviluppo didattico delle aree II, III e IV comporta un ricorso è essenziale è di fondamentale importanza di tutto quanto attiene all’area I; mentre non vale viceversa, in tutta evidenza.

Si potrebbe compiere, a questo riguardo e consimili strumenti concettuali, da una disamina sulla scuola “dopo Gentile”, partendo ad esempio dalle riforme intercorse tra i primi anni ’70 e i primi anni ’90, cioè della fine della cosiddetta “prima Repubblica” che integrano una sorta di riforma organica gradualista e per piccoli passi che ha lasciato fuori la scuola superiore la cui riforma è stata supplita da un impiego disinvolto della sperimentazione; che si potrebbero seguire i frenetici avvicendamenti di riforme più o meno “organiche” che hanno segnato i due decenni della cosiddetta “seconda Repubblica” e non sono ancora terminati. Per tutta l’istruzione pre-universitaria, a partire dalla scuola dell’infanzia, con tutti i distinguo che si possono operare, non c’è mai stata neppure la progettualità o un lontano obiettivo a termine lungo quanto si voglia, di costruire una scuola nella quale siano almeno ripartiti gli orari e le risorse in modo paritario tra i quattro ordini di materie o discipline:

  1. area espressiva e formale:
  2. area delle scienze umane e sociali;
  3. area delle scienze naturali;
  4. area della tecnica.

E si presti bene attenzione all’evidenza secondo la quale qualsiasi sviluppo didattico delle aree II, III e IV comporta un ricorso è essenziale è di fondamentale importanza di tutto quanto attiene all’area I; mentre non vale viceversa, in tutta evidenza.

Comunque la si guardi, la situazione nel suo complesso si presta ad una lettura inequivoca ed estremamente chiara in tal senso: vi è una universale tendenza a far concedere la gran parte del tempo, delle risorse umane, delle energie e financo delle attenzioni alle discipline espressive e formali e, all’interno di queste, innanzitutto a quelle linguistiche, e poi a quelle logico-matematiche. Le discipline scientifico-naturalistiche sono marginali, un po’ meno lo sono quelle scientifico-antropologiche (storiche in genere, di storia umana, storia delle varie letterature, storia della filosofia, in parte anche scienze della cultura, umane e sociali), ma non sempre sono concepite ed impostate nella loro essenziale scientificità (secondo l’eredità gentiliana e neoidealista non dovevano essere scientifiche, operandosi una distinzione insuperabile tra lo studio della natura e quello della cultura, dell’uomo e della società). Le materie tecniche, poi, o si son viste ridotte a pura e semplice professionalizzazione (per lo più ormai presuntiva), o sono state limitate a presenze simboliche o addirittura annullate, malamente coprendosi tale lacuna con la riproposizione rozza ed incolta della confusione tra scienza e tecnica.

Giustamente si riconferma che chi ha come obiettivo una professionalità scientifica o tecnica, specialmente di livello universitario, deve possedere una adeguata cultura di base in campo linguistico ed espressivo, letterario, formale, ed anche storico e di altre scienze umane e sociali. Si è invece ben lontani dalla riconoscere che vale anche il reciproco: cioè che chi punta ad una professionalità nel campo linguistico, letterario, storico e delle scienze umane e sociali deve avere una cultura analoga ed altrettanto salda nel campo della tecnica e nel campo delle scienze naturali.

(continua)

GF SAGGI BLEZZA Scelte educative e culturali a scuola e rapporto forma-contenuti

Ma la realtà è numero? O sono le idee? (2)

di Stefano Ulliana

LE DIECI COPPIE DI CONTRARI
LE DIECI COPPIE DI CONTRARI

Aristotele Metafisica, 990° 18 – 993° 27

Aristotele, Metafisica. A cura di Giovanni Reale. Milano, Rusconi, 1998 (1993¹). Pp. 51 e segg.

I passi di Aristotele e il commento

4) Per il quarto argomento, inoltre, si dimostra l’esistenza delle Forme che consegue l’effetto di eliminare proprio quei princìpi la cui esistenza ci sta più a cuore che non l’esistenza stessa delle Idee. Infatti, da quegli argomenti risulta che non è anteriore la diade ma il numero e, anche, che ciò che è relativo è anteriore a ciò che è per sé; e risultano, anche, tutte quelle conseguenze alle quali sono pervenuti alcuni seguaci della dottrina delle Forme, in netto contrasto con i loro principi.   Così però rischiano di scomparire pure i principi aristotelici per il giudizio e la determinazione: il principio d’identità e quello di non contraddizione. Se questo modo della relazione scompare, esso, infatti, rischia di trascinare con sé pure quel soggetto medio e mediano, che deve tenere in campo quegli opposti (diade), che sono funzionali alla determinazione stessa ed all’applicabilità del giudizio di identità ed identificazione. Una molteplicità (numero) senza identità e possibile identificazione sostituisce l’essere-determinato (per sé), con esiti che successivamente avrebbero potuto essere qualificati come scettici (qui deve essere ricordato il successivo viraggio scettico della Nuova Accademia platonica.

5) Per il quinto argomento, in base ai presupposti in funzione dei quali noi affermiamo l’esistenza delle Idee, risulteranno esserci Forme non solo delle sostanze, ma anche di molte altre cose. (Infatti, è possibile ridurre la molteplicità ad una unità di concetto non solo se si tratta di sostanze, ma anche di altre cose; e le scienze non sono solo della sostanza ma anche di altre cose; e si possono trarre anche moltissime altre conseguenze di questi tipo). E invece, secondo la necessità delle premesse e secondo la dottrina stessa delle Idee, se le Forme sono ciò di cui la cose partecipano, devono esserci Idee esclusivamente delle sostanze. Infatti, le cose non partecipano delle Idee per accidente, ma debbono partecipare di ciascuna Idea come di qualcosa che non viene attribuito ad un ulteriore soggetto (faccio un esempio: se qualcosa partecipa del doppio in sé, partecipa anche dell’eterno, ma per accidente: infatti è proprietà accidentale dell’essenza del doppio quella di essere eterna), pertanto (solo) delle sostanze dovranno esserci Forme. Ma ciò che significa sostanza in questo mondo significa sostanza anche nel mondo delle Forme; se così non fosse, che cosa potrebbe mai significare l’affermazione che l’unità del molteplice è qualcosa esistente oltre le cose sensibili? E se è la stessa la forma delle Idee e delle cose sensibili che di esse partecipano, allora ci dovrà essere qualcosa di comune fra le une e le altre (perché, infatti, ci deve essere una unica ed identica diade comune alle diadi corruttibili e alle diadi matematiche – che sono pure molteplici, ma eterne -, e non comune alla diade in sé e ad una diade sensibile particolare?); e se, invece, la forma non è la stessa, tra le Idee e le cose verrà ad esserci di uguale solamente il nome: nello stesso modo che se uno chiamasse <<uomo>> tanto Callia quanto un pezzo di legno, senza aver osservato fra le due cose nulla di comune.

L’immagine svincolata di riferimento, creata attraverso l’applicazione e l’uso di un nome o di una predicazione, non troverebbe fondamento senza la sussistenza dell’identità della sostanza e della sua non-contraddizione. La variabilità d’applicazione dell’immagine deve quindi essere ridotta ed adeguata, tramite la necessità di una relazione diretta ed immediata all’oggetto considerato e trattato, con una specie di intuizione intellettuale (partecipazione necessaria, non accidentale). In questo modo la sostanza diviene il sostrato materiale ed intelligibile, il centro di applicazione e predicazione delle ulteriori forme categoriali, nella formazione e formulazione dei giudizi. Viene in tal modo eliminata prima la necessità di dividere l’Uno e la Diade – così come faceva la speculazione dell’ultimo Platone – poi la necessità stessa del loro uso, visto che l’essere-comune che li accosta e li congiunge nell’applicazione della determinazione non può non essere la relazione stabilita necessariamente da tale sostrato, a pena di vedere la determinazione stessa decadere nell’applicazione totalmente arbitraria di un nome o di un predicato.

Il sesto argomento riguarda la difficoltà più grave: quale vantaggio apportano le Forme agli esseri sensibili, sia a quelli sensibili eterni, sia a quelli soggetti a generazione e a corruzione? Infatti le Forme, rispetto a questi esseri, non sono causa né di movimento né di alcuna mutazione. Per di più, le Idee non giovano alla conoscenza delle cose sensibili (infatti non costituiscono la sostanza delle cose sensibili, altrimenti sarebbero a queste immanenti), né all’essere delle cose sensibili, in quanto non sono immanenti alle cose sensibili che di esse partecipano. Se fossero immanenti, potrebbe forse sembrare che fossero causa delle cose sensibili, così come il bianco per mescolanza è causa della bianchezza di un oggetto. Ma questo ragionamento, che per primo Anassagora e poi Eudosso e altri ancora hanno fatto valere, è insostenibile: infatti, contro tale opinione è assai facile adunare molte e assai facili difficoltà.

L’idea separata non può essere causa né di movimento, né di trasformazione: di movimento per gli esseri astrali del cielo, di trasformazione per gli esseri sensibili. Infatti esterne alle cose sensibili, esse mancano la loro identità – sia dal punto di vista della conoscenza, che del loro stesso venire ad essere – invece stabilita con sicurezza necessaria dal precedente concetto della sostanza come sostrato, che quindi dimostra almeno larvatamente un certo valore finale o finalizzante.

GF saggi Ulliana Ma la realtà è numero O sono le idee – Aristotele 2

Ecfrastica: Artemisia Gentileschi e La Giuditta

di Stefano Scanu

Artemisia Gentileschi
Artemisia Gentileschi

Il Seicento, “secolo d’oro” intessuto di mirabili contraddizioni e meravigliose esperienze, vede fronteggiarsi aspramente due mentalità: alle posizioni conservatrici della Chiesa (lo spirito della Controriforma è ancora vivo e operativo nel Seicento, anche in virtù dei nuovi ordini religiosi come i Gesuiti, gli Oratoriani, i Teatini) si oppongono le spinte progressiste intorno alla questione della conoscenza sensibile in quanto premessa alla conoscenza razionale di Bruno, di Campanella e di altri loro celebri contemporanei. Ed è in questo clima che inizia a muovere i primi passi una delle figure più illustri dell’arte italiana: Artemisia Gentileschi.
Primogenita del pittore Orazio Gentileschi e di Prudenzia Montone, venne alla luce nell’anno del signore 1593. Divenuta a soli dodici anni orfana di madre, dimostrò un precoce e spiccato talento pittorico che matura nello studio del padre, già esponente di primo piano del caravaggismo romano. La sua attività presso la bottega paterna termina in seguito al processo per violenza carnale avvenuto nel 1612, voluto da Artemisia e dalla famiglia a causa dello stupro ai danni della giovane artista da parte di Agostino Tassi, suo maestro di prospettiva. Dal processo il Tassi esce praticamente indenne, mentre i Gentileschi devono subire pesanti condanne morali, oltre alla crudezza dei metodi inquisitori del Tribunale, di cui è rimasta esauriente documentazione. Merita di essere ricordato che Artemisia accettò di testimoniare sotto tortura, di provare la sua verginità precedente allo stupro, e nonostante ciò, venne sottoposta alla sibilla, supplizio progettato per i pittori, che consiste nel fasciare loro le dita delle mani con delle funi fino a farle sanguinare. Dopo il processo il padre riesce a combinare un matrimonio per la figlia con Pierantonio Stiattesi, pittore fiorentino, che determina il trasferimento della coppia a Firenze e una nuova stagione, definitivamente da “solista” per Artemisia. Nel capoluogo toscano viene accolta all’ Accademia delle arti del disegno di cui rappresenta la prima donna a ottenere questo prestigioso riconoscimento. Ottiene importanti commissioni dalle famiglie fiorentine (Medici compresi) e stringe amicizia con Galileo Galilei che nutre per lei grande stima, e con Michelangelo Buonarroti il giovane, il quale le commissiona una tela per celebrare il suo illustre antenato. Del periodo fiorentino di Artemisia fanno parte molte opere celebri tra cui la tela della quale ho deciso di trattare: “Giuditta che decapita Oloferne” . Il dipinto ad olio su tela fu realizzato dall’ artista romana nel 1620

, ed oggi è una delle maggiori attrattive degli Uffizi.
Parlando dell’ambiente artistico del Seicento in cui l’artista si trovò a lavorare non si può dimenticare l’atmosfera conservatrice della chiesa. Gli articoli relativi alla disciplina nel campo delle arti visive erano incentrati sul valore didascalico e morale delle immagini, e rifiutavano la presenza di sensualità e lascivie nelle pitture sacre. Malgrado ciò una delle caratteristiche che definiscono lo stile seicentesco è proprio la fusione tra sacro e profano. Il rinnovato gusto per i piaceri sensuali cresceva con l’avanzare del secolo, mentre assurgeva a valore estetico il sadismo, anzi, più precisamente la contrapposizione tra sensualità, grazia angelica e violenza passionale delle quali Artemisia seppe farsi un ottima portavoce.
« … che qui non v’è nulla di sadico, che anzi ciò che sorprende è l’impassibilità ferina di chi ha dipinto tutto questo ed è persino riescita a riscontrare che il sangue sprizzando con violenza può ornare di due bordi di gocciole a volo lo zampillo centrale! Incredibile vi dico! Eppoi date per carità alla Signora Schiattesi – questo è il nome coniugale di Artemisia – il tempo di scegliere l’elsa dello spadone che deve servire alla bisogna! Infine non vi pare che l’unico moto di Giuditta sia quello di scostarsi al possibile perché il sangue non le brutti il completo novissimo di seta gialla? Pensiamo ad ogni modo che si tratta di un abito di casa Gentileschi, il più fine guardaroba di sete del ‘600 europeo, dopo Van Dyck.» (Roberto Longhi, Gentileschi padre e figlia, 1916).
Il soggetto di “Giuditta che decapita Oloferne” è uno degli episodi dell’Antico Testamento più frequentemente rappresentati nella storia dell’arte,tuttavia mai si è giunti a raffigurare una scena così cruda e drammatica come quella dipinta in questa tela di Artemisia Gentileschi. L’episodio al quale si riferisce l’opera vede come protagonista l’eroina biblica, assieme ad una sua ancella, che si reca nel campo nemico; qui circuisce e poi decapita Oloferne, il feroce generale nemico. Il quadro – di soggetto perfettamente analogo a quello della tela, un po’ più piccola e dai diversi colori, eseguita in precedenza e conservata oggi nel Museo Capodimonte di Napoli con lo stesso titolo – è quello che più immediatamente si associa al nome della Gentileschi. La bellezza, la sensualità e la ferocia dell’ eroina biblica mai vennero prima così vividamente rappresentati in un gioco di luci e ombre, colori caldi e freddi, in una gestualità fluida, e naturale, tutti particolari che contribuiscono al crescere del pathos sempre vivo dell’opera.
L’analisi del quadro, in chiave psicologica ha portato alcuni critici contemporanei a vedervi il desiderio femminile di rivalsa rispetto alla violenza sessuale subita da parte di Agostino Tassi. È difficile tuttavia effettuare una lettura più appropriata e suggestiva di quella che ne aveva dato Roberto Longhi già nel 1916.

Artemisia Gentileschi - Giuditta che decapita Oloferne
Artemisia Gentileschi – Giuditta che decapita Oloferne

«Chi penserebbe infatti – scriveva il Longhi – che sopra un lenzuolo studiato di candori e ombre diacce degne d’un Vermeer a grandezza naturale, dovesse avvenire un macello così brutale ed efferato […] Ma – vien voglia di dire – ma questa è la donna terribile! Una donna ha dipinto tutto questo?» ed aggiungeva «[…]che qui non v’è nulla di sadico, che anzi ciò che sorprende è l’impassibilità ferina di chi ha dipinto tutto questo ed è persino riuscita a riscontrare che il sangue sprizzando con violenza può ornare di due bordi di gocciole a volo lo zampillo centrale! Incredibile vi dico! Eppoi date per carità alla Signora Schiattesi – questo è il nome coniugale di Artemisia – il tempo di scegliere l’elsa dello spadone che deve servire alla bisogna! Infine non vi pare che l’unico moto di Giuditta sia quello di scostarsi al possibile perché il sangue non le brutti il completo novissimo di seta gialla? Pensiamo ad ogni modo che si tratta di un abito di casa Gentileschi, il più fine guardaroba di sete del Seicento europeo, dopo Van Dyck.»ag3
Artemisia affronta la pittura in chiave intimistica e personalissima rappresentando soggetti sacri e storici, impianti monumentali; con una totale padronanza della pittura, e abbracciando completamente la lezione caravaggesca, radicale nella concezione della scena, nel contrasto che descrive le forme e i colori, nella predilezione di un taglio ravvicinato che drammatizza il rapporto con lo spettatore, nell’abbandono di moduli iconografici convenzionali. Esplora in tutta la sua maestria anche toni più lirici, atmosfere più intime. La vasta gamma delle sue corde è insomma in piena sintonia con la vastità del sentire barocco. Particolari che possiamo rivedere non solo nei particolari accuratamente rappresentati, come ad esempio la straordinaria bellezza delle vesti, delle quali sembra quasi accarezzarne la morbidezza, o la lucentezza del volto della donna impassibile quando dà la morte all’ oppressore del suo popolo. Quindi si fa forse torto alla sua opera se la si considera solo come riscatto o sublimazione dalle violenze subite, poiché nella sua completezza, essa esprime una potenza e varietà poetica che vanno oltre la sua vicenda biografica. È la sensibilità di una donna ferita, che va oltre la sofferenza delle proprie vicende personali, per dimostrare a chi guarda, che la sua passione, e la sua maestria per l’arte e nell’arte, ha pari dignità di quella di un uomo, se non superiore. Non ci stupisce ad esempio la brutalità di Caravaggio nel rappresentare la medesima figura , nella sua tela. Brutalità che egli conosce bene, che ha inferto e subito durante la sua vita travagliata, segnata durante tutto il suo trascorso, dal senso della morte dal quale il Merisi era tormentato e che ha magistralmente illustrato in molte delle sue opere. La grande ferocia di Giuditta della Gentileschi nel tagliare la testa del generale nemico potrebbe essere ricondotta alla rivalsa della sua figura femminile, un addio alla donna stilnovista, alla Beatrice di Dante o alla Laura di Petrarca, modello di virtù e purezza, dando cosi alla luce la nuova figura di una donna forte, tenace, impavida, capace di portare alla salvezza il suo popolo , macchiandosi le mani di sangue, di quel sangue che prima di lei tanti soldati hanno versato. Le considerazioni svolte, su questo quadro, da Roland Barthes aggiungono elementi che ne chiariscono le differenze con la “Giuditta” di Caravaggio.

«Il primo colpo di genio – afferma Barthes – è quello di aver messo nel quadro due donne, e non solo una, mentre nella versione biblica, la serva aspetta fuori; due donne associate nello stesso lavoro, le braccia frapposte, che riuniscono i loro sforzi muscolari sullo stesso oggetto: vincere una massa enorme, il cui peso supera le forze di una sola donna. Non sembrano due lavoranti sul punto di sgozzare un porco? Tutto ciò assomiglia a un’operazione di chirurgia veterinaria. Nel frattempo (secondo colpo di genio), la differenza sociale delle due compagne è messa in risalto con acume: la padrona tiene a distanza la carne, ha un’aria disgustata anche se risoluta; la sua occupazione consueta non è quella di uccidere il bestiame; la serva, al contrario, mantiene un viso tranquillo, inespressivo; trattenere la bestia è per lei un lavoro come un altro: mille volte in una giornata essa accudisce a delle mansioni così triviali.»

Caravaggio – La Giuditta
Caravaggio – La Giuditta

La grandezza delle due opere, sta indiscutibilmente nel coniugare la perfezione pittorica e un pathos crescente, che colpisce lo spettatore al primo sguardo. Se nella tela di Caravaggio, la Giuditta sembra quasi esitare impaurita nell’uccisione del nemico, la Giuditta della Gentileschi sembra gridare al mondo intero la sua forza e il suo coraggio, non in nome della salvezza personale, ma in nome della salvezza di un intero popolo, della quale ha deciso di farsi portavoce, portando a termine senza una minima smorfia di rimorso sul suo volto, ciò che andava fatto. Sono le sue stesse opere a porre con evidenza il tema del conflitto sia sotto l’aspetto tematico che figurativo, sia sotto l’aspetto formale che quello poetico, come si vede bene nelle sue Giuditte, che non lesinano concretezza né ai personaggi che mette in scena, né alle ferite che esse mettono in atto. Non è di secondaria importanza il fatto che l’opera sia dipinta dalla Gentileschi, in giovane età.

Artemisia Gentileschi – Giuditta che decapita Oloferne
Artemisia Gentileschi –
Giuditta che decapita Oloferne

La cura e l’attenzione per i colori, per le vesti e per le forme delle protagoniste si avvertono in modo tangibile: basta dare una semplice occhiata alle stoffe e ai ricami per rendersi conto della mano e del tocco femminile che stanno dietro a quest’opera di elevatissimo pregio pittorico. E a distanza di quasi quattrocento anni si può dire senza dubbio che Artemisia è riuscita nella sua personale riconquista, raggiungendo la gloria artistica e ottenendo un posto di privilegio nella storia dell’arte.

Artemisia Gentileschi – Autoritratto
Artemisia Gentileschi – Autoritratto

« questa femina, come è piaciuto a Dio, havendola drizzata nelle professione della pittura in tre anni si è talmente appraticata che posso adir de dire che hoggi non ci sia pare a lei, havendo per sin adesso fatto opere che forse i prencipali maestri di questa professione non arrivano al suo sapere. » (Artemisia Gentileschi. La pittura della passione, (a cura di) Tiziana Agnati e Francesca Torres)

W iconologia SCANU Ecfrastica – Artemisia Gentileschi e La Giuditta

L’identità europea

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di Gily Reda

Il giorno dopo l’eccidio di Parigi, Biagio De Giovanni intervenne sul “Mattino” di Napoli con una parola accorata, ma di raro equilibrio. Parlava di identità europea, della necessità di fare fronte non ‘contro’ ma ‘per’, non come il fondamentalismo che si pone in lotta, apre una guerra: per i valori per cui l’Europa ha combattuto sempre, e si è fatta quel che è, anche come unità politica. Non è possibile citare tutti i martiri che hanno combattuto per affermare l’identità europea, Wolf cita spesso Giordano Bruno, ma è un simbolo, uno solo, per tanti uomini valorosi, storie e libri che ancora si apprendono con guadagno. La civilizzazione europea è un vanto che va ricordato, in autunno se ne parlerà in un convegno su Collingwood, che ha ne ha fatto la teoria.

L’identità europea è tutti questi saperi e tutte queste cose, se ne deve parlare fino alla stanchezza: ma pare strano che Saviano non abbia pensato a quelle che per me sono le immagini dell’anno (insieme a tutte quella da lui citate), i tetti di Parigi da cui si vedono le sparatorie giù in strada, al tempo delle vignette; e i Parigini che uscivano dallo stadio cantando quel canto che per ogni europeo è scritto nel cuore come inno alla libertà, allons enfant: e con loro ogni europeo quella sera cantò la fine di un sogno. Molti, giurarono sui loro valori.

No, il sogno che finisce non è quello di essere intoccabili: e in che senso l’Europa lo è mai stata, se non nel sogno europeo di Rifkin? Hitler è solo dei tanti nomi dei nostri incubi terribili – decapitazioni? Ma avete mai visitato un museo di attrezzi di tortura? I nostri più cari amici intellettuali, gli autori dei libri che amiamo, se non sono morti sui roghi… No, il sogno che è svanito è che anche l’Islam dovesse in fondo riconoscere che la società giuridica è un progresso rispetto alla sharia, che fa schiava la metà del genere umano, le donne, e ammette che la loro ribellione si punisca con la morte; chi scrive è donna: ma direi lo stesso se si facessero schiavi i gay, che almeno potrebbero negare di esser donne, o i neri, o gli zingari: non è schiavitù questa, cara Fatima? No, la questione non è la divisa: è l’impossibilità di vita autonoma che un sistema giuridico stabilisce per parte della popolazione. Ma la civilizzazione europea, il diritto di libertà ed eguaglianza, non è entrata in crisi perché l’europeo la difenderà. È un incubo: ma vedremo, chi è il più forte: non con le armi – se gli altri non sparano, ma col capire.

Grazie a Biagio De Giovanni, di aver capito così subito e così bene indicato la via da seguire.

W editoriale 1-16 l’identità europea

La Bibbia di Mauro Biglino

biglinodi Vincenzo Giarritiello

In La Bibbia Non Parla Di Dio, Mondadori, Mauro Biglino, cha ha tradotto la Bibbia per le Edizioni Paoline, mettendo a frutto le proprie conoscenze dell’ebraico anticotestamentario, mediante un attento e approfondito studio filologico, ripropone la tesi già espressa dallo studioso azero Zecharia Sitchin, che l’uomo sarebbe il risultato di un esperimento di biogenetica compiuto da una razza aliena atterrata sul nostro pianeta migliaia di anni fa.

In sintesi: questi presunti visitatori extraterrestri, avendo bisogno dei minerali nascosti nelle viscere della terra per la propria sussistenza tecnologica, stanchi di estrarli da sé dal sottosuolo, scelsero tra gli animali che popolavano il pianeta quello le cui caratteristiche lo rendevano più simile alle proprie e dunque geneticamente manipolabile. Traendo da tale animale alcune cellule simili alle staminali, mischiandole con altre cellule tratte da se stessi, generano la razza umana.

Tale esperimento sarebbe riuscito talmente bene che gli stessi alieni restarono affascinati dalla bellezza delle creature generate dell’esperimento tanto da sentire il desiderio unirvisi sessualmente originando da quell’unione – unione di cui si parla nella bibbia quando si racconta degli eloim, angeli, i quali, attratti dalla bellezza delle figlie e dei i figli degli uomini, decisero di unirsi carnalmente a loro – dando origine a ibridi per metà umani e per l’altra aliena di cui parlano i miti di tutte le antiche civiltà. Uno di questi ibridi sarebbe Achille, l’eroe troiano, figlio dell’umano Peleo re dei Mirmodi e della ninfa nereide Teti.

Secondo Sitchin gli alieni si stanziarono in medio oriente, esattamente in quell’area storicamente conosciuta come Mesopotamia, dove dal niente comparvero i Sumeri di cui tuttora non si conoscono le origini, come ammette la scienza ufficiale decretandone il mistero.

Servendosi delle proprie conoscenze dell’ebraico antico Biglino tende dimostrare come molti versi dei libri che compongono la Bibbia sarebbero stati volutamente alterati in fase di traduzione al fine da apparire testi sacri in cui si parla di Dio. Mentre in realtà, secondo lui, essi narrerebbero le vicende di esseri provenienti da un altro pianeta i quali, una volta stanziatisi sulla terra, se la sarebbero contesa bellicamente con l’ausilio degli uomini che vi abitavano la cui razza era stata creata da quegli stessi alieni in precedenti passaggi sul nostro pianeta miglia di anni prima. Passaggi che avverrebbero ogni 3600 anni, ossia quando l’orbita del pianeta su cui vivrebbero raggiungerebbe la distanza minima dalla terra.

Secondo l’analisi di Biglino, contrariamente a quando si ritiene, il termine Yahvhe non indicherebbe alcuna entità trascendentale, ossia Dio, bensì sarebbe il nome di un potente comandante alieno.

Tesi alquanto difficile da accettare, soprattutto per chi, sia per orientamento religioso sia per cultura, è legato alla tradizione cattolica la quale deriva da quella ebraica. Tuttavia, visto che gli stessi esegeti biblici di matrice ortodossa ammettono che molte fonti delle storie bibliche hanno derivazione sumera, le teorie di Sitchin e Biglino troverebbero un valido supporto.

Se nell’analisi filologica riguardo la Bibbia Biglino dimostra competenza e capacità al punto da suscitare profonda riflessione nel lettore scevro da preconcetti, a mio avviso non riesce altrettanto credibile quando, affrontando temi delicati come la resurrezione e la reincarnazione (Resurrezione e reincarnazione – favole consolatorie o realtà? Edizioni Uno), vorrebbe dimostrare che entrambe altro non sarebbero se non la risposta alle esigenze dell’uomo il quale da sempre cerca di dare un senso al proprio esistere, soprattutto se si vive una condizione di sofferenza e di stenti.

Secondo Biglino l’uomo vive e muore nella vita che attualmente conduce. La resurrezione e la reincarnazione altro non sarebbero che una mistificazione religiosa creata a arte dalle religioni, che anticamente ricoprivano il duplice ruolo spirituale e temporale, ossia politico, per dare speranza ai disperati affinché accettassero incondizionatamente la loro quella condizione senza ribellarsi al potere costituito che li manipolava a proprio uso e consumo.

Avendo per anni il sottoscritto studiato la reincarnazione, leggendo più testi non solo di autori orientali, mi sarebbe piaciuto che Biglino, il cui approccio scientifico è indiscutibile e va lodato, non si fosse limitato anche in questo caso a compiere esclusivamente un’analisi filologica ma avesse anche consultato studi a riguardo. Uno su tutti Bambini che ricordano altre vite di Ian Stevenson, Edizioni Mediterranee, raccoglie in maniera certosina una quantità enorme di fatti di cronaca, per lo più ambientati in oriente, in cui si trattano casi di bambini che ricorderebbe le proprie esistenze precedenti.

Personalmente ho molto apprezzato il lavoro di Biglino sulla Bibbia. Un po’ meno quello sulla resurrezione e sulla reincarnazione. Non perché l’autore metta in discussione quelle che sono le mie personali credenze esistenziali – credo nella reincarnazione – quanto perché, secondo me, avrebbe dovuto dare più spazio al tema, cosi come ha fatto e tuttora sta facendo nei sui libri sulla Bibbia; tendendo a dimostrare che i testi che la compongono sono documenti storici e non religiosi, come si pensa, o come ci “hanno” indotto a credere, e pertanto si prestano esclusivamente a un’interpretazione ermeneutica!

Ma se qualche fervente ateo pensasse di utilizzare le opere di Biglino per avvalorare il proprio credo, sbaglierebbe di grosso. Biglino non mette affatto in discussione l’esistenza di Dio ma vuole dimostrare che nella Bibbia non si parla affatto Dio, non certo che se ne nega l’esistenza.

Se infatti volesse fare ciò, cosa che non fa per niente, Biglino dovrebbe spiegare chi avrebbe creato gli animali che popolavano la terra all’epoca della creazione, compresi quello di cui i presunti alieni si servirono per realizzare l’esperimento di biogenetica che diede origine all’uomo. Così come dovrebbe spiegare chi creò gli alieni artefici di tale esperimento!

W MM giarri la Bibbia di Mauro Biglino