Berlino, 13.08.1961: per non dimenticare

di Viviana Reda

Peter Leibing (1941-2008) - 'Leap To Freedom' - Berlin - 1961
Peter Leibing (1941-2008) – ‘Leap To Freedom’ – Berlin – 1961

La caduta del muro più celebre d’ Europa durò poche ore. Il 9 novembre 1989 dall’annuncio dell’apertura delle frontiere dato dal componente dell’Ufficio politico Gunter Shabowski alle 18.53 fino all’apertura di tutti i punti di passaggio della frontiera alle 00.02 tra Berlino est e Berlino ovest fu un vento veloce e sicuro che spazzò via una delle esperienze più agghiaccianti del dopoguerra europeo e non.
Alle soglie del trentennale della caduta del muro nel 2019, vale la pena di ricordare il momento in cui…

GF Storia Viviana Reda Berlino, 13.08.1961, per non dimenticare

Kentro

di Viviana Reda

Giacomo Balla - Foulard
Giacomo Balla – Foulard

Il testo era finalmente lì. Lineare omogeneo, immobile. I segni erano molti, spesso oscuri, indecifrabili. Aggettivi d’ogni genere facevano capolino fin dal primo margine pronti a sfidarlo.
Parole e frasi lontane erano confluite in un unico linguaggio che si componeva per questo di termini desueti e gergali, di espressioni idiomatiche dal sapore inaudito, dal senso sconosciuto.

Restavano ancora fuori dalla sua opera, alcuni indecifrabili geroglifici. La complessità di tali segni affaticavano sempre più il mio unico occhio, ormai vecchio. L’altro, perso tra le pagine dei testi della mia formazione, era andato deteriorandosi fino a chiudersi per sempre. Da quel momento presi a scrivere il liber librorum, nella speranza che nella summa d’ogni sapere avrei potuto trovare la clavis universale: la vista che può restituire la visione completa del mondo.

Nelle parole cercavo la strada che mi portasse al centro dell’enigma, all’unico sguardo che sfugge ogni tempo. Ma per quanto mi affannassi a ricercare un ordine, i segni che mi sfilavano davanti erano come ombre, doppi sbiaditi e oscuri di un originale disperso.

M’accasciai derelitto allo scrittoio rivolgendo al cielo e al suo silenzio un supplice sguardo. Le stelle brillavano illuminando le carte.

D’un tratto notai con orrore una lugubre assenza e riconobbi in un simbolo il disegno delle stelle scomparse nella notte. Ma nell’arabesco tracciato sul foglio una linea prepotente d’inchiostro spaccava in due il simbolo, come se le due parti, separate, togliessero al segno il suo potere di diventare reale.

Guardavo quel mistero da ore quando mi sorprese, oramai esausto, un sonno profondo.

Fu allora che i segni, fino ad allora inermi, cominciarono ad animarsi, a prendere forma. Dinanzi a me la metà del geroglifico del Cancro si distese sul pavimento e da essa lentamente si profilarono i contorni di una parete ricurva, quasi una spirale. Mi allontanai dallo scrittoio e, percorrendo il corridoio in direzione del laboratorio mi ritrovai in un luogo affatto nuovo ed estraneo. Intorno a me, sulle pareti circolari, disegni di coppe, cuori, e svastiche sembravano indicarmi la via. I segni, graffiti sulle mura di questo sotterraneo passaggio, sembravano ripetersi ciclicamente, infittirsi sempre di più come se volessero indicarmi l’avvicinarsi di un centro. La luce fioca della galleria non consentiva di leggere con precisione tutti i simboli, ma nel procedere mi accorsi d’esser quasi giunto alla fine. Le volute delle pareti; ora più strette, mi costrinsero quasi a girare su me stesso, prima di trovarmi di fronte ad una porta assai simile a quella del mio laboratorio.

Sulla porta c’era disegnato un grande triangolo ed all’interno di esso una circonferenza con un piccolo cerchio nero al centro. Il centro del centro: sembrava giunto il momento in cui ogni mistero sarebbe stato svelato, in cui finalmente l’uno avrebbe riacquisito il primato, il doppio sarebbe scomparso, il libro concluso. Il simbolo sulla porta cominciò a roteare sempre più forte e ciò che in prima istanza sembrava una sfera si fece un cono che roteava su se stesso velocemente. Il piccolo centro nero apparve per ciò che era, non un segno, ma un buco, vuota serratura priva di chiave. Aprii dunque la porta e con enorme stupore vidi, dietro di essa, il mio studio, il mio scrittoio e seduto sulla mia poltrona un uomo con la mia stessa barba e il mio stesso sorriso, ma il suo occhio era l’Altro del mio, il suo doppio perduto.

L’uomo scriveva il mio libro e traduceva i simboli manoscritti ignorando il mio lavoro. L’uomo si chinava su di me e traeva da me ispirazione per completare il senso d’ogni scrittura.

Quando mi riebbi, ancora sbalordito, mi accecò la luce della costellazione del Cancro che, luminosa e lontana, brillava radiosa. Il suo dissidio era finito, e forse anche il mio, anche se mai bene capii dove fosse finito l’uomo dall’Altro occhio. So solo che al mio risveglio il buco nero ch’avevo attraversato mi apparve in un’ampolla nera d’inchiostro, buco nero d’ogni parola, creatore dell’originale e del suo doppio, nera linfa d’ogni visione.

W Narrazioni Reda Kentro

Il Vento

di Viviana Reda

Dopo le scosse telluriche, incruente ma costanti, dopo l’ultimo affannoso borborigma terrestre che l’esimio Mercalli amò definire molto lontano da un prurito, allora venne il vento.

Non uno qualsiasi, ma tutto insieme, ammassandosi in violenti turbini e raffiche dolorose, scotendo le case e i dorsi fin nelle fondamenta, piegando e spezzando le cime frondose di cavi e luminarie delle strade. Gente a frotte veniva spazzata via o restava stordita tra le fila dei discorsi e dei regali che si sporgevano inquieti dai graziosi pacchetti. Noncurante del Natale ogni albero o presepio fu sollevato in aria e fatto roteare in un’ultima danza.

Venne il vento, a segnare la fine del silenzio del cielo, a svelare l’assenza del Dio del diluvio per sfogare l’assolutezza del Pandemonio. Il lungo viaggio del vento nelle lontane galassie sembrava giunto al termine.

Calatosi in tutta la sua disumana corporeità spazzava via ogni cosa lasciando dietro di sé il più perfetto disordine. Nulla appariva ormai fuori dal suo implacabile soffio. La sua voce possente aveva divorato ogni cosa, vuotato ogn’irrealtà. Scomparsa ogni idolatria di felicità, compariva al fine il deserto.

Polvere accidiosa piombava lentamente, permeava e agglutinava, si faceva roccia e materia, poi scompariva disperdendosi.

Inaspettato e incontrollabile il vento svelava il mistero del tempo celato in un’antica clessidra costruita negli avi trascorsi, ottenebrò luce e ombra. Il mondo sembrò fermarsi, la terra farsi piatta, scomparve il punto focale e la sua prospettiva, il centro roteò su sé stesso e sprofondò per sempre.

Nel deserto partorito alla fine del mondo restano ora solo le rovine nascoste nel vento. Solo il vento culla oramai il deserto, unico scenario che, costruttore di rovine, immaginai per la fine del mondo.

W Narrazioni Reda Il vento