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La gabbia

di Viviana Reda

La fuga era finita, finalmente. Quando mi voltai, in affanno, all’indietro, mi accorsi che i miei inseguitori erano svaniti, che di loro non era rimasta traccia. Solo un vago agitarsi del vento ricordava ancora i fremiti della corsa e le ansie del viaggio. Non so quanto tempo era durata la mia prigionia, non so se ore o secoli mi dividevano dalle cose note, dai sentieri inesplorati della mia terra. Tutti, ricordo, avrei voluto percorrerli, per giungere sempre qui, come oggi, in questa radura. Non so precisamente quale sia stato il luogo della reclusione, in cui le ore passavano, lente, a contare le ombre che cadevano tenui all’interno della gabbia. Forse qualcuno pensava che avessi un segreto nascosto, forse un tesoro, o un terribile mistero che tutti avrebbe annientato alla sua rivelazione. Continue reading “La gabbia”

Ofelia

di Viviana Reda

J. E. Millais, Ofelia
J. E. Millais, Ofelia

Il grande giardino floreale circonda la reggia. Cunicoli e viottoli segreti si snodano attraverso le foglie e gli alberi da frutta, silenziosi, lungo il parco, indicando gli oscuri sentieri che conducono all’interno. I torrioni svettano alti e sulla cima enormi bandiere e celebri stendardi, consumati dal tempo, sono da monito a follie di cavalieri erranti. Le acque che zampillano da enormi fontane arabescate recano frescura e offrono riposo alle ombre.

A testimonio della vita che fu nel castello si erge alto un mausoleo ceruleo in onore di chi, dimenticato, un tempo visse e morì.

Egli è morto, ahi lasso, signora,

egli è morto, ahi lasso!”

Piangono queste mura, straziate da un oscuro delitto, piangono lacrime e sangue dell’empietà di chi fu, un giorno, re di Danimarca. Ma il silenzio risponde muto a chi ancora interroga e ricerca l’artefice di tanto dolore: il giovane e bello principe che un cuore aveva e in giro andava nei patii e nei porticati a cercare versi per la sua poesia. Ora il lusso è solo nella gramigna che pullula indisturbata nella solitudine dei cortili. Continue reading “Ofelia”

Atlantide

di Viviana Reda

Negli abissi più profondi sommersi dalle acque giace il relitto di un antico cargo. Dagli oblò s’indovinano le vite passate, le dure mani dei marinai, i nodi delle dita dei mozzi, i rari sorrisi salati del capitano, le donnacce, la bonaccia, ma ciò che si vede è solo un’immagine mobile ed acquosa dei loro destini. Oggetti indefiniti affollano i numerosi livelli della nave, amuleti orientali, colori e spezie sconosciute, inchiostri e carte, tele e strumenti musicali, e giochi costruiti dalla ciurma nei momenti di noia.

Chissà dove andava il cargo, difficile è capirlo dalle mappe accurate e minuziose che il nostromo costruì con attenzione meticolosa, difficile è distinguere il disegno originario nella molteplicità delle indicazioni. Alcune, meraviglie di colore, distinguono accuratamente strade e selciati, palazzi e moschee, tutto variopinto e sgargiante come il sole brillante che acceca le prime ore del giorno.

Ogni particolare sembra indicare un segreto misterioso nascosto nelle pieghe del blu cobalto, ogni segno, ogni tratto vuole alludere a tesori visti e dimenticati, a vite imprigionate nel tempo e catturate dallo sguardo.

Altre mappe invece sono tristi e nere, cupa dimora di sfumature infinite che si cancellano l’una nell’altra indicando i contrapposti percorsi della fuliggine. Uomini tetri e scuri si nascondono nelle volute dei segni, nei duri tratti del carbone come segno di ogni paura, di ogni abbandono, di ogni dolore indescrivibile ed eterno.

Ma, per un apparente sortilegio, ogni singola carta porta in sé una indecifrabile assenza, come se ognuna nascondesse la sua origine, la sua misteriosa provenienza. Perciò è oscuro il significato delle mappe, né si intende quale sia stata l’ispirazione dei giochi, quali i paesi visti, quali le vite vissute. Continue reading “Atlantide”

Il Labirinto

di Viviana Reda

Quando l’inventore dei mondi concentrici stava per terminare il suo lavoro si rese conto d’aver speso ormai gran parte dei suoi anni nella costruzione di un labirinto.

Aveva realizzato una fortezza di inestricabili gallerie fitte di mattoni o di cespugli, di corridoi ciechi, di finte porte (e di tutto ciò che insomma si confà ad un labirinto) ed era compiaciuto che, per quanto avesse letto e studiato, nessuno, neanche Dedalo, nessuno aveva mai creato un labirinto perfetto. Intendo dire assolutamente perfetto, murato, chiuso, cioè assolutamente inattraversabile. No, non aveva progettato una prigione; le tavole, gli studi, i rilevamenti da lui fatti testimoniano che si tratta proprio di un labirinto, ma unico nel suo genere, un labirinto all’interno del quale si nasce e fin da piccoli si comincia a cercare la via per raggiungere il centro. (Prima di essere travolti da quelle che sono le crisi adolescenziali del labirinto che coincidono con la messa in discussione dell’esistenza del centro). Continue reading “Il Labirinto”

Berlino, 13.08.1961: per non dimenticare

di Viviana Reda

Peter Leibing (1941-2008) - 'Leap To Freedom' - Berlin - 1961
Peter Leibing (1941-2008) – ‘Leap To Freedom’ – Berlin – 1961

La caduta del muro più celebre d’ Europa durò poche ore. Il 9 novembre 1989 dall’annuncio dell’apertura delle frontiere dato dal componente dell’Ufficio politico Gunter Shabowski alle 18.53 fino all’apertura di tutti i punti di passaggio della frontiera alle 00.02 tra Berlino est e Berlino ovest fu un vento veloce e sicuro che spazzò via una delle esperienze più agghiaccianti del dopoguerra europeo e non.
Alle soglie del trentennale della caduta del muro nel 2019, vale la pena di ricordare il momento in cui…

GF Storia Viviana Reda Berlino, 13.08.1961, per non dimenticare

Kentro

di Viviana Reda

Giacomo Balla - Foulard
Giacomo Balla – Foulard

Il testo era finalmente lì. Lineare omogeneo, immobile. I segni erano molti, spesso oscuri, indecifrabili. Aggettivi d’ogni genere facevano capolino fin dal primo margine pronti a sfidarlo.
Parole e frasi lontane erano confluite in un unico linguaggio che si componeva per questo di termini desueti e gergali, di espressioni idiomatiche dal sapore inaudito, dal senso sconosciuto.

Restavano ancora fuori dalla sua opera, alcuni indecifrabili geroglifici. La complessità di tali segni affaticavano sempre più il mio unico occhio, ormai vecchio. L’altro, perso tra le pagine dei testi della mia formazione, era andato deteriorandosi fino a chiudersi per sempre. Da quel momento presi a scrivere il liber librorum, nella speranza che nella summa d’ogni sapere avrei potuto trovare la clavis universale: la vista che può restituire la visione completa del mondo.

Nelle parole cercavo la strada che mi portasse al centro dell’enigma, all’unico sguardo che sfugge ogni tempo. Ma per quanto mi affannassi a ricercare un ordine, i segni che mi sfilavano davanti erano come ombre, doppi sbiaditi e oscuri di un originale disperso.

M’accasciai derelitto allo scrittoio rivolgendo al cielo e al suo silenzio un supplice sguardo. Le stelle brillavano illuminando le carte.

D’un tratto notai con orrore una lugubre assenza e riconobbi in un simbolo il disegno delle stelle scomparse nella notte. Ma nell’arabesco tracciato sul foglio una linea prepotente d’inchiostro spaccava in due il simbolo, come se le due parti, separate, togliessero al segno il suo potere di diventare reale.

Guardavo quel mistero da ore quando mi sorprese, oramai esausto, un sonno profondo.

Fu allora che i segni, fino ad allora inermi, cominciarono ad animarsi, a prendere forma. Dinanzi a me la metà del geroglifico del Cancro si distese sul pavimento e da essa lentamente si profilarono i contorni di una parete ricurva, quasi una spirale. Mi allontanai dallo scrittoio e, percorrendo il corridoio in direzione del laboratorio mi ritrovai in un luogo affatto nuovo ed estraneo. Intorno a me, sulle pareti circolari, disegni di coppe, cuori, e svastiche sembravano indicarmi la via. I segni, graffiti sulle mura di questo sotterraneo passaggio, sembravano ripetersi ciclicamente, infittirsi sempre di più come se volessero indicarmi l’avvicinarsi di un centro. La luce fioca della galleria non consentiva di leggere con precisione tutti i simboli, ma nel procedere mi accorsi d’esser quasi giunto alla fine. Le volute delle pareti; ora più strette, mi costrinsero quasi a girare su me stesso, prima di trovarmi di fronte ad una porta assai simile a quella del mio laboratorio.

Sulla porta c’era disegnato un grande triangolo ed all’interno di esso una circonferenza con un piccolo cerchio nero al centro. Il centro del centro: sembrava giunto il momento in cui ogni mistero sarebbe stato svelato, in cui finalmente l’uno avrebbe riacquisito il primato, il doppio sarebbe scomparso, il libro concluso. Il simbolo sulla porta cominciò a roteare sempre più forte e ciò che in prima istanza sembrava una sfera si fece un cono che roteava su se stesso velocemente. Il piccolo centro nero apparve per ciò che era, non un segno, ma un buco, vuota serratura priva di chiave. Aprii dunque la porta e con enorme stupore vidi, dietro di essa, il mio studio, il mio scrittoio e seduto sulla mia poltrona un uomo con la mia stessa barba e il mio stesso sorriso, ma il suo occhio era l’Altro del mio, il suo doppio perduto.

L’uomo scriveva il mio libro e traduceva i simboli manoscritti ignorando il mio lavoro. L’uomo si chinava su di me e traeva da me ispirazione per completare il senso d’ogni scrittura.

Quando mi riebbi, ancora sbalordito, mi accecò la luce della costellazione del Cancro che, luminosa e lontana, brillava radiosa. Il suo dissidio era finito, e forse anche il mio, anche se mai bene capii dove fosse finito l’uomo dall’Altro occhio. So solo che al mio risveglio il buco nero ch’avevo attraversato mi apparve in un’ampolla nera d’inchiostro, buco nero d’ogni parola, creatore dell’originale e del suo doppio, nera linfa d’ogni visione.

W Narrazioni Reda Kentro

Il Vento

di Viviana Reda

Dopo le scosse telluriche, incruente ma costanti, dopo l’ultimo affannoso borborigma terrestre che l’esimio Mercalli amò definire molto lontano da un prurito, allora venne il vento.

Non uno qualsiasi, ma tutto insieme, ammassandosi in violenti turbini e raffiche dolorose, scotendo le case e i dorsi fin nelle fondamenta, piegando e spezzando le cime frondose di cavi e luminarie delle strade. Gente a frotte veniva spazzata via o restava stordita tra le fila dei discorsi e dei regali che si sporgevano inquieti dai graziosi pacchetti. Noncurante del Natale ogni albero o presepio fu sollevato in aria e fatto roteare in un’ultima danza.

Venne il vento, a segnare la fine del silenzio del cielo, a svelare l’assenza del Dio del diluvio per sfogare l’assolutezza del Pandemonio. Il lungo viaggio del vento nelle lontane galassie sembrava giunto al termine.

Calatosi in tutta la sua disumana corporeità spazzava via ogni cosa lasciando dietro di sé il più perfetto disordine. Nulla appariva ormai fuori dal suo implacabile soffio. La sua voce possente aveva divorato ogni cosa, vuotato ogn’irrealtà. Scomparsa ogni idolatria di felicità, compariva al fine il deserto.

Polvere accidiosa piombava lentamente, permeava e agglutinava, si faceva roccia e materia, poi scompariva disperdendosi.

Inaspettato e incontrollabile il vento svelava il mistero del tempo celato in un’antica clessidra costruita negli avi trascorsi, ottenebrò luce e ombra. Il mondo sembrò fermarsi, la terra farsi piatta, scomparve il punto focale e la sua prospettiva, il centro roteò su sé stesso e sprofondò per sempre.

Nel deserto partorito alla fine del mondo restano ora solo le rovine nascoste nel vento. Solo il vento culla oramai il deserto, unico scenario che, costruttore di rovine, immaginai per la fine del mondo.

W Narrazioni Reda Il vento