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Design: contesti di arredo

Postato in Saggi

 

di  Clementina Gily

                                                                     

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ella storia del disegno industriale l’arredamento è parte eminente delle attività di progettazione, sia se si pensa alla produzione di oggetti d’uso, sia alla costruzione dell’ambiente d’abitazione nel suo quadro generale. La linearità di costruzione centrata su di sé e sul mercato, tipica del design, trova un suo campo naturale nei due versanti dell’arredo, perché entrambi consentono livelli di completezza in scale di grandezza minime, che non richiedono i tempi e le sinergie socio - politiche di altri rami dell’architettura. Ciò lascia spazio ad una creatività isotopica, in cui, tra l’altro, la produzione nazionale, dagli anni ’50 in poi, ha saputo affermare una propria originalità, con affermazioni di riguardo, grazie a ditte che, insieme alle case di moda, hanno diffuso un’idea dell’Italian Style, che è parte importante dell’immagine del prodotto nazionale.

Ciò ha mutato il modo di abitare, se negli anni ’50 Egidio Bonfanti poteva dire: “troppi uomini vivono nelle loro case attorniati dall’anacronismo dei loro mobili”, mentre si può ormai considerare realizzato il suo auspicio di un modello di arredo in cui “attraverso le forme nuove, nate da una nuova grammatica, l’arredamento moderno (esprima) il particolare clima dell’epoca, (riflettendone) lo spirito” (G.Gramigna, Immagini e contributi per una storia dell’arredo italiano. Repertorio 1950-1980,Mondadori Milano 1985, p.47). I prodotti del design entrano ormai in tutti i modelli dell’abitare, non solo surrettiziamente, trasportati dalle grandi produzioni di consumo che legano i loro prodotti ad un adeguato studio della confezione, ma direttamente, nella scelta di oggetti, nella strutturazione di arredi, che connotano anche le scelte tradizionali come una volontà precisa. L’arredamento segue la moda, anche se con più lentezza degli abbigliamenti, ammodernandosi nell’evoluzione del gusto, cambiando in relazione al mutare dei tempi, della modalità, della struttura della vita. 

Se si vuole approfondire la filosofia dell’arredamento (per usare l’espressione di Edgard Allan Poe del 1840) per intenderne le direzioni, si deve dare spazio adeguato agli elementi convergenti della funzionalità, del gusto, della informazione che l’autore scrive nell’ambiente sul proprio modello di vita – spesso caricandolo della funzione di significazione del ruolo sociale. In tutte queste componenti delle scelte, l’arredo risulta fortemente condizionato dalle rappresentazioni sociali diffuse nell’ambiente culturale e dall’evolversi dei comportamenti. L’ “arredare è un gesto naturale, prima di essere un progetto. Fra le tante azioni compiute dall’uomo, quella di abitare non è tanto una delle più belle, sottili e perverse, quanto, per così dire, una delle più obbligate”: ma la costruzione di un alloggio non è una sistemazione neutra della funzionalità, ma piuttosto un renderlo vivibile agli occhi di chi lo costruisce, che vi disegna una “situazione mentale, intima e seduttrice, essenziale alla nostra realtà di abitanti”. “L’arredamento della nostra casa diventa il teatro della vita privata, quella scena dove ogni stanza permette il cambiamento, la dinamica degli atteggiamenti e delle situazioni: è la casa palcoscenico” (A. Mendini, Arredare come esistere, in A.Piromallo Gambardella, R.Savarese, Oggetti, arredamento e comunicazione sociale, Liguori, Napoli 1985, pp. 67-71). Perché contiene una sorta di sceneggiatura della vita che si immagina di voler condurre, un mondo di possibili coerenze. A volersi spingere non troppo con la fantasia, nell’arredo c’è molto di affine ad uno spazio letterario (O. Calabrese, Il cottage del signor Landor. Ovvero, come ammobiliare un mondo narrativo, ivi, pp. 97 – 106), che può giustificare nell’interpretazione assumere i paradigmi interpretativi propri del gioco, per meglio spiegare il mutamento e la nuova impostazione di uno spazio o di un oggetto. Se si osserva un ambiente è possibile ricostruire “il modo in cui l’individuo, in normali situazioni di lavoro, presenta se stesso e le sue attività agli altri, il modo in cui guida e controlla le impressioni che questi ne ricevono, e il genere di cose che può o non può fare mentre svolge la sua rappresentazione in loro presenza” (Goffman 1959). L’arredamento costituisce la scrittura di una possibile disposizione di programmi di vita e di narrazioni, che si possono ricostruire dagli indizi disseminati nella inquadratura degli spazi e nelle simmetrie prescelte a fare da linea guida ai percorsi di interpretazione. La costruzione del circostante propone insiemi organici, che si costituiscono come “precisi sistemi di lettura che promuovono ottiche operative del tutto differenziate” (V.Gregotti, Il territorio dell’architettura, Feltrinelli, Milano 1966).

Nella struttura dell’ambiente si può ritrovare la codifica degli elementi ritenuti importanti per la vivibilità, specie se si fa caso alla tipica asimmetria dei percorsi comuni, nello “spazio che si è configurato sui ritmi giornalieri e sulle necessità quotidiane… il muro segue il gesto che non è mai rettilineo, le vie seguono percorsi che non sono mai ortogonali” (G. Dorfles in Le dehors e de dedans , cit. in A. Dell’Acqua Bellavitis, Storia e cultura dell’Arredo, CUSL, Milano 1984, p. 8), costituendo una scrittura in progress già in una sola configurazione ambientale. Che si può mettere in crisi anche con un solo ingresso dirompente, un oggetto che muove la compostezza in altre direzioni. Ad esempio Argan lamenta nell’immagine delineata dell’arredo / teatro di vita una riproposizione di una visione classica, che comprende una  “gerarchia di oggetti protagonisti, comprimari, comparse” nella pratica ormai superato dall’evolversi dell’oggettistica, che toglie agli spazi prefissati della consuetudine un significato fisso, rinnovandone il senso con l’introduzione di particolari che assumono inspiegabilmente ruoli di protagonismo. Illustrati dalla preferenza per nuovi materiali che suggeriscono uno styling diverso ed inconsueto: “perfetto, leggero, maneggevole, adatto con onesta efficienza alle sue funzioni, sempre pulito e brillante, di basso costo e facile ricambio. Non è più soggetto alle leggi tettoniche della costruzione, al tormento della levigatura, alla superficialità del tinteggiato e del lustro. Nell’arredo povero non c’è più differenza tra l’ornamentale, l’utile, lo strumentale… L’acrilico, il polistirolo, il poliuretano, prendendo il posto del legno e della pietra, hanno cambiato le inveterate nozioni circa la relazione tra massa e peso, forma e colore” (Santini, in Immagini e contributi per una storia dell’arredo italiano, pp.144 - 5).

Dunque, disegno di scena, variazioni possibili ed impreviste. Un quadro notevolmente complesso che lascia il progettista d’arredo al suo intuito, a meno di intrinsecare allo studio delle tecniche di produzione quello del mondo dell’informazione comunicazione che prende corpo nell’ambiente. Un mondo in evoluzione rapida, che risponde con prontezza al mutare delle condizioni sociali e tecnologiche della vita, con effetti sulla vivibilità e costituzione degli ambienti, investiti dalla grande mutevolezza dei costumi. Basti pensare solo alla struttura della famiglia, spesso mononucleare se non addirittura monopersonale, ed al conseguente diffondersi di abitazioni per coppie o per single. Piccole dimensioni che tendono a divenire costanti anche per il prestigio assunto dai centri storici e per la rarefazione del personale di servizio: questo cambia gli spazi funzionali disegnati dalla consuetudine, promuove libere rielaborazioni dei contesti di arredo.

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