L’attualità di Scaravelli, Napoli, ESI 1991

1991 – SCARAVELLI (PDF)

Critica e metafisica in L. Scaravelli [1] 

Una benefica aria di serio ripensamento sembra percorrere riviste filosofiche e convegni: senza perciò mancare d’interessarsi alle novità interne e straniere, pare ci si voglia infine decidere al colloquio col pensiero italiano della prima metà del secolo, cui è toccata la strana sorte d’esser assolutamente dominante ai tempi in cui fu pensato e del tutto obliato poi; nei due casi, è difficile la serenità del giudizio, c’è sempre qualche esasperazione che solo quantitativamente bilancia l’altro squilibrio. Oggi da più parti si dice che è il tempo di avviare un dialogo sereno, per quanto possibile, ed è dunque, forse, il momento di provare a fare il punto, portando un contributo di riflessione; perché sono davvero tanti i volti interessanti del nostro 900, con figure che si stagliano quanto e più di tante oggi in auge. Perché partecipino ad un vero dialogo culturale, senza patire oltre la difficoltà di ascolto generata in gran parte, per ciò che riguarda i primi quarant’anni, dal continuo discorrere in filosofia di identità e distinzione, che generò una vera e propria retorica composta di specifici tropi, che rende difficile intendere il senso di singole polemiche senza tener presente questo linguaggio nel suo complesso. Esprimere il problema filosofico in un linguaggio precisamente datato non poteva che nuocere, nell’evolversi della storia del secolo: tanto più che per intendere occorre accettare quella lingua filosofica – in italiano, e saperla ripercorrere nelle sfumature significative, com’è vero per qualsiasi lingua, anche non così poco diffusa all’estero com’è oggi la nostra.

Premessa quanto mai necessaria all’incontro con Luigi Scaravelli, autore che ha lo stile di scrittura dell’apprendista stregone incantato dall’atto, preso dal fascino del divenire magmatico: un problema che lo incatena e lo induce a trattenersi troppo a reinventarlo nella perennità dell’ascolto, oltre la possibilità di una decisione di senso. Se non si accetta questo modo, la pagina di Scaravelli resta sconcertante, eccessiva ‐ proustiana, surreale, essa rivela il suo senso solo a chi accetta il gioco senza pretendere subito ordine,2 accettando il tempo di un ascolto più che mai reverente ed ipotetico. Senza orologio, ci si ritrova a lezione, si segue un professore che ha il pregio dell’improvvisazione e del sorriso, il difetto della decisione mancata: la pagina scaravelliana è un caleidoscopio che rifrange la compostezza mutandone gli equilibri e fuggendone la statica. E’ un difetto: ma va sottolineato più che glissato, perché è l’impressione della fisionomia, compone il ritratto. Nel linguaggio di Scaravelli, ciò può definirsi come il predominare degli opposti sull’individuazione, dei contraddittori sull’identità; come un corpo estraneo in una conchiglia può condurre alla lucentezza di una perla, così individuare la forma corregge il trascorrere degli opposti che non sanno costruire la propria storia ideale: è una malattia, ma è fortunata e preziosa.

Luigi Scaravelli fu personalità originale; è da ritenersi il ‘terzo’ degli hegeliani italiani del 900, se si potesse stilare una ‘classifica’ dei pensatori della scuola cosiddetta idealistica italiana – terzo dal punto di vista della teoria logica:3  è infatti quello che si orienta nel problema non solo in modo originale e senza confusione, ma sa ritrovare la semplicità del discorso, che dopo vent’anni di tanti giri di parole era ormai diventata un vero e proprio labirinto pieno di vie cieche – che per alcuni erano i sentieri interrotti che suscitano ipotesi – ma per tutti erano un selvatico intrico di spine che richiedeva solo il taglio del nodo gordiano. Scaravelli ha questo tratto inconfondibile, dissolve l’aspetto verboso e puramente polemico retorico della controversia Croce Gentile tra distinzione ed unità: ma ciò senza lasciare di un passo le polemiche nei loro termini, più che tagliando districando e problematizzando in modo rigoroso.

La problematica dell’unità e della distinzione era una questione centrale, era lo sviluppo della dialettica in senso kantiano o hegeliano complicato dall’anima propria del 900, l’importanza dell’azione, coniugata in modo molto diverso da tanti. Già così complessa, era diventata misteriosa per via della temperie politica che complicava la normale tendenza accademica alla diatriba, sclerotizzandola in formule che ripetevano altre polemiche in sempre nuovi giri. I giovani dell’età di Scaravelli si erano formati fin dall’inizio nelle polemiche di idealisti e positivisti,

                                                                                                                   

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Claudio Cesa, che fu allievo di Scaravelli, riferisce lo sconcerto che quelle lezioni potevano suscitare in un giovane uditore per la complessità dell’argomentare. Vedi R. Assunto, C. Cesa, M. Corsi, R. Franchini, V. Verra, Le lettere di Scaravelli a un amico fiorentino, Guida, Napoli 1989. 3

Certo una semplificazione, ma storicamente utile per districarsi in tanta ricchezza, perché altri allievi diretti di Croce e Gentile meriterebbero un analogo ruolo di ‘terzi’ in altre ‘classifiche’ del pensiero filosofico: si pensi alle inconfondibili personalità e originalità dei contributi di De

Ruggiero, Spirito, Calogero, Bontadini, Carlini… e la lista sarebbe ancora lunga.

pacifisti e sorelliani, attualisti e crociani… che rendeva l’abitudine al formulismo dell’attualismo4 una semplice contrapposizione di identità e distinzione, rendendo il discorso logicamente privo di significato; ciononostante, era insistito e ripetuto punto di tutti gli snodi, dei percorsi tesi a raggiungere le argomentazioni che interessavano i singoli autori. Combattere il luogo comune è sempre il compito del filosofo, che ripensa quei nodi in cui l’abitudine ha finito col tendere un velo d’irriflessione che ottunde la comprensione. Questo è il luogo dove si origina la riflessione di Scaravelli che porta decisamente oltre le secche che polarizzavano le tesi di Croce e di Gentile, nello stesso senso in cui erano polari le loro idee politiche e posizioni storiche: Scaravelli riconduce la logica nel punto focale che per entrambi è il centro del pensiero posthegeliano, e prosegue la riflessione fino al punto in cui possono procedere verso altre destinazioni.

L’identità e la distinzione sono ricondotti da Scaravelli, allievo dell’idealista Gentile, alla loro natura logica di momenti che non vanno contrapposti, ma visti nella loro diversa funzionalità, che solo nel comune concorso può organizzare la visione. Tanto Croce che Gentile nel porre il problema avevano articolato la relazione dei due momenti; ma poi avevano argomentato uno solo dei due, il loro protagonista; e nel procedere della polemica avevano vieppiù complicato, quanto più trovavano altri argomenti a sostegno della propria tesi contro quella del ‘filosofo amico’ di un tempo. E negli scolari ciò diventava formula.

Scaravelli ripropone la questione con tutto il calore del logico che ha individuato in questo fulcro un problema apparente; laddove lo sdipanare la matassa mette in presenza di una impostazione che in parte riprende e ripropone gli esatti termini della questione; in parte invece innova e riesce ad operare il salto indispensabile per procedere. Ripeterla per leggerla costituisce il leit motiv di una storia molto originale e complessa, capace di reimpostare i dialoghi di personaggi notissimi e grandi di una storia delle filosofia ben nota, che pure pare sconosciuta, guardata dal punto di vista della lente di una domanda nuova.

 

Distinguere, precisa Scaravelli, È individuare nella vita dello spirito le categorie, che sono per Kant “funzioni logiche realizzate”,5 che vanno colte nella loro vita attuale, ma vanno anche seguite con pazienza nel percorso della  razionalità senza

                                                                                                                  

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vedi in proposito G. De Ruggiero, Revisioni idealistiche, in “L’educazione nazionale” 1933,

pp.138‐145. 5

  1. Scaravelli, Lezioni sulla critica della ragion pura, 1949, ora in Id., Scritti kantiani, Firenze, La Nuova Italia, 1973, p.241.

 

dar subito luogo alle consistenze, senza fissare le forme spirituali ‐ dunque è con Gentile, anzi con quei gentiliani che non amarono la definizione che la logica assumeva già nel Sistema di Logica di Gentile.6 Ma il profondo interesse che Scaravelli portava a Kant ed Heidegger, oltre che a Croce, lo indusse a colorire quella tesi di piena ortodossia attualistica di un profondo senso della distinzione, una vera e propria teoria che la chiarifica ineliminabile logicamente al pari e non meno dell’identità:7 in una conciliazione non eclettica ma logica, che ristabilisce l’equilibrio del problema articolando entrambi i membri del dilemma in un sol colpo d’occhio. Egli porge così il nucleo problematico della logica idealistica al suo scolaro Antoni, avendo superato quell’antiteticità che bloccava il discorso teorico: ed infatti Antoni8 sviluppava quel concetto nell’affermazione della nuova identità come vero risultato della riforma logica crociana, come vero significato del concetto filosofico da intendersi come giudizio storico sempre, definitorio ed individuale, universale e concreto.9

 

A noi ora interessa, delineato in poche parole l’itinerario logico dell’argomentazione scaravelliana, mostrarne brevemente l’attualità profonda e la capacità di entrare nel dialogo contemporaneo non solo dimostrando la propria attualità, ma anche di essere concetti forti che danno ancora da pensare: direbbe Natoli, una dimostrazione dell’essere autenticamente europei i filosofi italiani, di davvero poco provincialismo ‐ all’incontrario di tanti pareri diffusi quanto superficiali degli ultimi anni, perché pure stretti in un linguaggio che a volte sembra un idioletto, ha la capacità di recepire in una propria modalità la temperie del secolo.10 Cioè vorremmo confrontarci col discorso metafisico in Scaravelli,

                                                                                                                  

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  1. Gentile, Sistema di logica come teoria del conoscere, Laterza, Bari 1017‐1923. Per la difficoltà implicita ed avvertita dagli scolari più fedeli di conciliare l’atto colla distensione del sistema logico. Vedi E. Garin, Cronache di filosofia italiana, Bari 1962; 1966 p.365 e sgg 7
  2. Scaravelli, Critica del Capire, a cura di M. Corsi, Firenze, La Nuova Italia, 1968; capp. I e II. Vedi anche L. Scaravelli, Risposta a Masnovo, in “Criterio”, IV, 1986, 1‐2; P. Ottonello, Le aporie dell’identità in L. Scaravelli, in “Giornale di metafisica”, 1971, 4 ‐ 1972, 1. 8
  3. Antoni, Commento a Croce, Neri Pozza, Venezia 1955. Per la vicinanza sua a Scaravelli vedi V. Stella, Gli amici di Scaravelli, in “Criterio”, IV, 1986, 4, pp. 282‐9. Per i rapporti con A. Carlini vedi M. Corsi, Lettere di L. Scaravelli ad A. Carlini, in “Criterio”, I, 1983, n.0, pp.60‐5. 9

Sulla novità del pensiero di Scaravelli si veda il ns Dalla metafisica del capire alla teoria del giudizio storico. Osservazioni su L. Scaravelli, in “Criterio”, 1987, 2, pp.128‐136. 10

  1. Natoli fa una polemica, quasi, per dimostrare l’internazionalità della filosofia di Gentile (G.Gentile filosofo europeo, Bollati Boringhieri, Torino 1989): ha di certo ragione, ma è strana l’affermazione, il dubbio su quelli che sono stati anche in vita famosi filosofi italiani all’estero,

tema attuale ma anche facile alle confusioni, allora come ora; in quest’argomento Scaravelli interviene con una parola di grande lucidità, che rifonda il concetto di metafisica in modo nuovo rispondendo ad un quesito che il mondo oggi stenta ad intendere con chiarezza. Si pone nel punto di snodo della riflessione, che, ignorato, rischia di dirottare chi si avventura per queste strade, e di costringerlo a rifare un percorso già compiuto per un lungo tratto; meglio avere la pazienza dell’ascolto, non solo per il superfluo delle mode, ma andando invece a reimpostare un discorso teoretico forte cercando i migliori punti di vista per porre domande.

Il discorso scaravelliano sulla metafisica è un principio, ma forse anche più che un inizio. La stranezza e la facilità d’equivocare sul termine, confondendolo con significati classici di nuovo tendenti a trascendere l’immanenza rendendo impossibile portare il discorso alla sua determinazione. L’equivoco così facile da far sorgere, fa sì che in Scaravelli un tema così importante e così attuale sia rimasto un discorso appena accennato, sia nell’opera che nella critica. Tanti sono stati i gentiliani che sono partiti con l’attualismi e poi hanno preferito discutere prevalentemente con i cattolici, assumendo posizioni di sempre maggiore mediazione o di conversione.

Mentre l’inevitabilità del discorso è oggi più esplicita di ieri: sinché la filosofia trae la sua origine dal cimento con l’universale, oltre la specializzazione, ha bisogno di dare spazio alla domanda metafisica. La capacità della meraviglia, che ricordavamo nella virtù di mantenere desta la curiosità critica alla dissoluzione di confini arbitrari, di asserti divenuti opachi: fonda nel senso dell’intero che la filosofia metodicamente coltiva in sé ‐ cioè sulla metafisica ‐ portando il discorso alla compiutezza d’una scienza sui generis. A questo nuovo concetto simile e dissimile dall’antico giova esser manipolato da un giocoliere di concetti come Scaravelli, che affronta impavido traduzioni improbabili, dando alla sua pagina il sapore dello sconcerto e dell’avventura. Una conclusione, la sua, che anche alla fine resta caratterizzata da una tipica esile linearità, da una mancanza di conclusività: ma forse è questo che rende il procedere davvero moderno ed interessante.

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                

non solo in Europa, cioè Croce e Gentile. Nella breve nota sulla scuola gentiliana che acclude al volume, comunque, non si parla di Scaravelli.

 

Scaravelli incontra la metafisica nell’orizzonte di Kant come quella cui “non è sinora toccata la fortuna di potersi avviare per la via sicura della scienza: sebbene essa sia più antica di tutte le altre scienze, e sopravvivrebbe, anche quando le altre dovessero tutte quante essere inghiottite nel vortice di una barbarie che tutto devastasse”.[2]

Centralità sicura, al punto ch’è strano il termine che usa Kant, che si dice semplicemente “curioso” della metafisica: meglio si esprime, soggiunge Scaravelli, quando parla invece di “quella “infaticabile tendenza” (che è…) motivo generatore della ricerca metafisica”,[3] sottolineando la non eludibilità del discorso. È una tendenza che anche a Scaravelli sembra inevitabile. Ma certo senza andare verso una nuova fisica o il riproporsi la discesa o l’ascesa dal primo principio; benché anche in questi temi si possano fare interessanti ed attualissime considerazioni.13

Il cammino della metafisica è tanto diverso dal tradizionale da risultare poco avvertibile, difficilmente definibile. Scaravelli procede in esso pur senza abbandonare d’un passo l’identità della logica e dell’ontologia: un punto fermo delle posizioni dell’idealismo, che Scaravelli ‐ nel bene e nel male ‐ mantenne forse più d’ogni altro, È la stessa base del suo filosofare. La forma logica appunto allora contiene, senza uscire dal proprio metodico procedere, la possibilità di affrontare il versante ontologico dell’identità, e dunque la possibilità della metafisica.

Punto primo di questa riflessione è l’affermazione dell’ineliminabilità della prospettiva metafisica in ogni orizzonte filosofico. Il sistema, l’ordinarsi del discorso nella prospettiva dell’intero, è la determinazione del rapporto tra distinto e contraddittorio,14 che dà il punto mobile da cui nello stesso tempo si guarda la logica ma anche l’intero come connessione di contrarietà‐identità e ciò che non si può ridurre a quel rapporto, lo contraddice, creando l’esigenza della distinzione di una nuova contrarietà‐identità: distendendo l’insieme. La metafisica, la sistemazione, lo sguardo d’insieme, la Weltanschauung, sarà per l’appunto osservare questa connessione; a modo proprio, nella nuova teoria; ovvero storicamente nei diversi filosofi, squadernando l’orizzonte di ciascuno nella costituzione di un’immagine. Perciò Scaravelli anche ha un sistema, un’articolazione del rapporto identità distinzione: la sua metafisica è la stessa Critica. Non occorre un momento successivo, la personale articolazione di quel rapporto È il sistema ed è metafisica: “cioè la metafisica È ineliminabile. E la fo infatti anch’io, modestamente, ma la fo coscientemente”.15

“La teoria del reale come puro divenire, come assoluta attività e storia, dà appunto l’organismo delle proprie forme come la totalità in cui tutto È raccolto e racchiuso, sì che dai suoi limiti niente trascende, e dà appunto a queste sue forme proprio come la stessa struttura interna del reale; forme cioè che sono, esse stesse, con questa loro struttura, l’esistenza reale”.16

Dunque la critica analizzando i nessi annoda in Kant la connessione sistematica e costituisce già in sé il cammino metafisico, non richiedendo uno sviluppo in una via lastricata, di ben altra magnificenza, ma anche di ben altro pericolo:

“Il sentiero kantiano è stato, sì, trasformato in via regia (…) ma abbandonando la via della sintesi a priori, per la quale Kant invece continuava a camminare con i suoi Primi principi della scienza della natura e tutti i suoi Passaggi dalla metafisica alla fisica, che erano per lui, sulla tanto cercata via regia: anzi, forse, addirittura la costituivano”.17

Metafisica istantanea di un percorso globale senza stasi, di una mobile connessione che si rivive e si cambia: ma che è in grado di percorrere tutti gli assetti del mondo umano, della presenza alla mente. In una possibilità di definizione che non tradisce l’orizzonte storico ed attuale con una domanda d’ipostasi: non la fissità è l’essenziale della domanda metafisica ma la capacità di determinazione dell’orizzonte.

Il cammino percorso ci ha reso avveduti degli errori: quando “il predicato tende a diventare predicato di se stesso, (dà) inconsapevolmente un avvio alla corrente idealistica”.18 Un pericolo, perché se all’idealismo siamo debitori dello sviluppo del pensiero di Kant per la dialettica, dobbiamo loro anche il fraintendimento del discorso metafisico, per l’abbandono del trascendentale, della mobilità e della

                                                                                                                   

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Vedi la nota 7. 16 L. Scaravelli, Critica del Capire, cit., p.195. 17

  1. Scaravelli, Giudizio e sillogismo in Kant e in Hegel, cit., p. 33n. 18
  2. Scaravelli, L’Analitica trascendentale, a cura di M. Corsi, Firenze, La Nuova Italia, 1980, p.164.

misura, della dimensione formale per la pienezza statica d’una sistemazione, della funzione spirituale per i contenuti. Mentre

“senza le risposte dei testimoni, senza la risposta che dà la natura nell’esperienza, il giudice, per quanto sapiente sia il piano secondo il quale ci viene interrogando, non potrebbe sapere assolutamente nulla. L’esperienza è dunque il centro vitale della conoscenza della natura, l’esperienza intesa come domanda

intelligentemente preparata secondo piani, nella quale la natura risponde”.[4]

La Critica kantiana si ferma sulle soglie della definizione, che lascia alla competenza della scienza. Per sé non va oltre l’affermazione della regolarità della natura; quale essa sia dirà il fisico, che “non è maggiordomo del metafisico, e non introduce al suo signore, ma vive da sé e lavora in proprio”.[5]

“E la Critica kantiana È in gran parte tesa nello sforzo di togliere al filosofo la presunzione di dedurre la natura dai propri principi filosofici o metafisici”.[6]

Kant, per Scaravelli, resta metafisico in senso antiquato solo quando asserisce un quid che ancora non sa intendere in modo conforme alla sua stessa novità speculativa; non c’È invece quella metafisica tesa alla determinazione di quel quid: come l’estensione di Cartesio, la ragion sufficiente di Leibniz, la totalità dello spirito di Hegel, l’identità di Gentile. Ed è proprio questo che per Scaravelli rende interessante in Kant la metafisica: una metafisica‐non metafisica , se ci si perdona l’ossimoro, che, se fa  Cappellaio Matto, rende l’idea.

“L’oggetto della sua fisica non è un oggetto metafisico, né nasconde in sé un germe metafisico. Non fa da passaggio a nulla, né è scala a nulla. Sta a sé. Al di qua di lui e al di là di lui, non solo lui non c’è, ma di lui non c’è neppur la memoria”.[7]

Dunque il luogo metafisico che Scaravelli individua con Kant non contraddice alla perenne mobilità della sintesi a priori: è il permanere nell’attimo intemporale; nello sforzo d’una definizione istantanea e sempre soverchiata dal nuovo attimo, dalla nuova connessione: che Scaravelli si sforza di salvare e tener fermo come orizzonte metafisico. Fuori del tempo, anche storico: come mostra il trattare Platone da compagno di riflessione. Ma collocato nella verità, dove lo sforzo si distende nella connessione, nell’intendere unitariamente ma anche nella diversità le funzioni categoriali. Analisi categoriale che è luogo privilegiato della filosofia in tutte le sue tradizionali dimensioni, oltre il quale non c’è compito ulteriore: esso è già in sé metafisica, realizza la razionalità attuosa nell’ottica dell’intero ‐ protendendosi nel pensar la differenza, senza chiudersi nello sfero di un’attività indefinibile: “Io credo, modestia a parte, che solo con il mio studio risulti dimostrata la possibilità, in sede teoretica, del concetto di realtà come sempre all’aurora”.[8]

Il rapporto di critica e metafisica si precisa come un rapporto d’identità; che è poi l’identità della logica e dell’ontologia con l’accento spostato, però, rispetto a Gentile: non più la logica è ontologia, come per Gentile ‐ qui È invece l’ontologia ad essere divenuta logica. Non più cioè la logica si rivela celebrazione dell’identità fondamentale dell’ontologia, del quid metafisico che si sviluppa da sé in sé organicamente. E comprende sé pel tramite del tradizionale sviluppo delle categorie della mente: per Gentile

“la logica formale da soggettiva e chiusa nell’intelletto, da propedeutica alle scienze, È diventata qui intima essenza dell’oggetto”, per giunta “indispensabile per avere la concretezza del pensiero”.24

Ma invece è l’ontologia che diviene logica, atto che si piega sulle proprie funzioni e cerca d’intenderne la regolarità senza voler che ne emerga una possibile definitività. L’articolazione del rapporto che caratterizza ogni pensatore diventa cos  il sempre rinnovato oggetto della ricerca tra storica e teorica, collocata nell’ucronia di un discorso ridondante.

Gli elementi della sostanzialità, di ciò che sostiene l’apparenza, della definitività, della Verità Oggettiva: sono scomparsi dal nuovo pensiero. Che ha riconosciuto in essi momenti tipici dell’attività del pensiero scientifico, analitico, indebitamente assunti dalla filosofia. Dunque la sintesi È piuttosto una connessione mobile che è una chiusura problematica che già apre sul nuovo problema; anzi ‐ ed è forse qui il limite che può indicarsi del pensiero di Scaravelli ‐ una chiusura che non si chiude neanche un attimo, che sottovaluta l’acquisto di cui è capace la determinazione dei concetti. E pregia oltre misura l’inesausta creatività, priva anche dell’argine del logo astratto, trascinata senza sosta nel maelstrom: ostinata a pensare anche la stasi con i caratteri del movimento; dimentica della propria teoria della necessità e della stasi e del movimento: perché movimento sia, misurato ed armonico. Una metafisica che dà un’immagine del tutto nostra, contemporanea; capace di una profonda suggestività non esente da una altrettanto profonda problematicità.

Un discorso, questo di Scaravelli, molto attuale: oggi la critica della metafisica è invecchiata, il Keine Metaphysik mehr si può ancora ripetere solo se a precisare che si vuol colpire la costruzione d’un mondo oggettivo precostituito al pensiero, un platonismo che ipostatizzi un valore o in genere la Weltanschauung ‐ una visione che oramai ha abbandonato la ricerca filosofica come i concetti della scienza ‐ che sopravvive solo nelle lungaggini del senso comune, nei dormiveglia di qualche scienza umana. Ma se si parla di metafisica come organicità della visione del reale, dell’ineludibile sguardo d’insieme: allora è solo costituzione d’individualità, visione determinata del conoscere e dell’agire.

La possibilità di quest’unità di prospettiva nell’orizzonte contemporaneo Scaravelli argomenta senza ipostatizzazioni; mostrando come essa non sia presupposizione di una oggettività irrelata ma piuttosto necessità di chiarire la correlazione del punto di vista e dell’equilibrio conseguente della visione. Affermazione insomma della connessione organica che sempre accompagna ogni pensiero consentendo il dialogo.

Se si volesse poi andare ad una definizione dell’effettivo procedere del discorso metafisico scaravelliano lo si potrebbe definire una Geistesweltanschauung. Si dirà: il trionfo dell’ovvio.  Ma basta intendersi: parlare di una visione del mondodello spirito vale a sottolineare dove occorre guardare per scorgere il proprio dell’aspetto metafisico di Scaravelli.[9] Un discorso, cioè, il cui procedere si avvolge di continuo su se stesso senza mai potersi autodeterminare. Se dobbiamo proprio sottintendere tra il Geist ed il Welt uno dei due termini, in Scaravelli andrebbe sottinteso certo il mondo, mai lo spirito ‐ la fissità e la necessità ‐ mai l’eterno atto, l’ unico protagonista di tutte le pagine scaravelliane, segnate da contenuti solo lontanamente mondani. Lo spirito ha di suo, contro al mondo, una sua mercuriale movenza, inadatta ad essere stretta da qualsiasi legame, anche istantaneo. Dunque la metafisica si disegna in un quadro in moto perpetuo; non acquisisce nemmeno la possibilità d’una definizione che già la va perdendo tra nuove sfumature: combatte la sua battaglia contro la determinazione, non a favore di essa. Come soluzione sembra persino peccare per eccesso di attuosità ‐ come soluzione non soluta, indefinibile: ma d’altronde rappresenta la dimostrazione d’una definizione per assurdo della metafisica; di come cioè la si possa concepire in modo assolutamente antipodico rispetto alla tradizione senza che vada perduto l’essenziale della sua problematica, la necessaria unità del suo procedere ideale.

Questo è solo uno dei punti che fanno di Scaravelli un possibile compagno dei nostri discorsi d’oggi. Ma forse è nella temperie attuale il punto da cui meglio s’avverte la modernità estrema del suo discorso, davvero europea. In cui però egli, rispetto a tanti discorsi che si fanno oggi senza ricollegarsi a questi maestri del passato, portava una competenza storica di avido lettore unita ad una capacità teoretica di prima qualità: indicandoci cos  delle strade, dei sentieri non interrotti, dove senza perdere il senso del mistero può procedere la filosofia con la sua razionalità diversa. Che può pensare il mistero senza diventare irrazionalità: È questa la sua specificità, che ne fa una scienza per l’essere animata dalla verità e dalla ricchezza della sua storia, ma certo di tipo molto particolare.

 

[1] C. Gily Reda, Critica e metafisica in L. Scaravelli, in L’attualità di Scaravelli, Napoli, ESI 1991, pp. 167‐173. Vedi anche la mia recensione M. CORSI, L. Scaravelli, Lettere ad un amico fiorentino, in “Realtà del Mezzogiorno”, 1985, 1‐2 e l’articolo Id., Dalla metafisica del capire alla teoria del giudizio. Osservazioni su L. Scaravelli, in “Criterio”, 1987, 2.

[2] L. Scaravelli, Giudizio e sillogismo in Kant e in Hegel, a cura di M. Corsi, Roma, Cadmo, 1976, p.25n.

[3] 12 Ivi, p.26n.  13

  1. Scaravelli, Kant e la fisica moderna, in Scritti kantiani, cit. V.a. B. Negroni, Kant e il problema della fisica in Scaravelli, in “Il Contributo”, 1985, pp.43‐60. 14 Ivi, lettera n.13.

[4] Ivi, p.69.

[5] Ivi, p.76.

[6] Ivi, p.74.

[7] Ivi, p.76.

 

[8] L. Scaravelli, Lettere ad un amico fiorentino, a cura di M. Corsi, Pisa, Nistri‐Lischi, 1983, lettera n.15. 24

  1. Scaravelli, L’analitica trascendentale, cit., p.75.

[9] L. Scaravelli, Lettere… , cit., lettera n.43, v.a. n.21.