Filosofia Italiana

 

L'erbario

Giornale Wolf

 

Nuova Rivista Cimmeria

di Amelia Cortese Ardias

 

Intervento al Convegno "Croce dopo Croce"

 Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli

 

E’ per me un grande onore presiedere la seconda giornata del Convegno di studi nel cinquantesimo anniversario della morte di Benedetto Croce. Il ricordo di Croce è sempre vivo, sia a livello personale che nel suo esempio di grande studioso liberale. Il corso d liberalismo che noi abbiamo tenuto in questo Istituto per 2 anni, e che ci proponiamo di riprendere nell’autunno prossimo, è la testimonianza dell’impegno della Fondazione Cortese a tener vivo nei giovani l’insegnamento e la figura di Croce. Vorrei innanzitutto ricordare il concetto di libertà per Croce: un principio morale con cui le forze politiche debbono, alla fine, fare i conti per non soccombere (“La libertà ha per sé l’eterno”). Dalla concezione del rapporto tra l’individuo e la sua opera nascono alcuni precetti fondamentali della morale crociana: la devozione al proprio compito, la fedeltà alla vocazione, l’amore per l e cose contrapposto all’amor proprio e all’orrore del perdere tempo, e, infine, prendere le cose sul serio. C’è in Croce il primato della coscienza individuale, una coscienza non orientata utilitaristicamente, Il depositario del valore morale è l’individuo e il principio morale universale si manifesta concretamente solo nelle scelte che questi compie. Ho trovato di grande interesse lo scambio di lettere tra Vittorio Fo, il novantunenne outsider  della sinistra italiana e Miriam Mafai. La Mafai nella sua risposta scrive: “L’emergere di una società degli individui  ci mette in difficoltà, se non in sospetto. Per molto tempo noi, quando abbiamo parlato dell’individualismo, abbiamo sempre aggiunto l’aggettivo esasperato. Era diventato uno slogan come quello, reso famoso dalla trasmissione di Arbore, dell’edonismo reaganiano.Ma la società degli individui è molto più difficile da interpretare e da guidare, se pretendi di guidarla”.

La modernità di Croce, il rapporto tra etica e politica, non è la semplice politica, non è un semplice rapporto di forza, non è un conflitto di interessi, ma anche i valori morali si difendono e si consolidano con la politica, compresa, se necessaria, la forza. Croce è un deciso avversario delle astrazioni, delle generalizzazioni, dei pseudoconcetti perché essi scambiano l’apparenza con la sostanza della realtà stessa.Croce è stato soprattutto – lo ha scritto Guido Cortese in un ricorso per il decennale della morte del filosofo – “il più consequenziale teorico della libertà e alla concezione etico - politica e religiosa di essa seppe accoppiare l’insuperabile rigore logico e un inestinguibile entusiasmo morale”.

Ma noi vogliamo anche ricordare Croce maestro di vita, la sua forte e commovente umanità. Croce, nei suoi Scritti di vita politica italiana, ricorda: “Non parlando io mai in Consiglio dei ministri di filosofi a o con tono da filosofo, non trascurando di leggere i disegni di legge presentati dai colleghi e farvi intorno osservazioni, e soprattutto dimostrandomi molto vigile e zelante delle finanze dello Stato, accadde che un giorno, mentre io parlavo nel Consiglio, il Presidente mormorò qualcosa; un collega mi raccontò che aveva detto con qualche meraviglia: - Ma questo filosofo ha molto buon senso! – io non so perché mi voglia ora privare di un riconoscimento che allora, venutomi dal Giolitti, vi confesso che mi diede qualche orgoglio”.In un’altra occasione croce disse: “La vita come ideale di operosità nel sentimento del dovere e della continuità dell’opera che altri ripiglierà dalle nostre mani, nella devozione disinteressata al proprio compito, che è il nostro contributo al corso perpetuo della vita. Non vi si è sentenza  più vile, pi falsa e più cinica della aprés moi le deluge”.E’ questo il bagaglio di insegnamenti e valori fondamentali con cui dobbiamo prepararci ad affrontare il nuovo millennio. E dobbiamo salvaguardare quanto di meraviglioso l’uomo, col suo ingegno, è riuscito a realizzare durante tutto il Novecento, secolo “innominabile” per alcuni ma straordinario per molti altri: le conquiste scientifiche senza precedenti nella storia dell’umanità, lo sbarco sulla luna, il trionfo, dopo lunga lotta, della libertà sulla tirannia. Il Novecento, da poco conclusosi, è stato anche il secolo in cui ci si è avviati a una considerazione globale e solidale dei problemi internazionali, il secolo che ha fatto esplodere le cariche micidiali del nazionalismo ma a anche dato dignità e qualità di vita nazionale a numerosi popoli finora vissuti a livelli arcaici. L’Europa nella sua storia secolare è stata democrazia ma ance totalitarismo, innovazione sociale ma anche conservazione, solidarietà internazionale ma anche imperialismo. La cultura europea è stata costruita in almeno tremila anni di storia, durante un processo storico che ha visto alternarsi trionfi e regressi della civiltà, tuttavia in un cammino ininterrotto ottenuto dal dinamismo proprio del carattere occidentale. Questo percorso della cultura europea muove dalla nascita dell’individuo e della sua libertà politica attraverso l’affermazione della coscienza personale, l’autonomia dello Stato e delle sfere religiose per approdare alle grandi conquiste scientifiche e tecnologiche che, nel sistema dei valori, hanno raggiunto la stessa dignità della cultura umanistica e letteraria.

Il liberalismo e la democrazia sono l’epilogo, dunque, di un processo millenario. Attraverso l’umanesimo italiano ed europeo è nata l’idea fondamentale della necessità di limitare i poteri dello Stato, di dare garanzie ai singoli e alla collettività, di assumere la libertà individuale come fondamento della società e dello Stato.

Io ricordavo, in un mio intervento al Corso di Liberalismo, le parole di Benjamin Constant che diceva “Alla fine la libertà è sempre la libertà di un individuo singolo contro il potere. L’individuo come titolare di diritti inviolabili, e, di conseguenza, la necessità che la sovranità politica sia sempre limitata e tenuta entro regole predeterminate indisponibili da parte di qualunque maggioranza”.

Scriveva Croce (a proposito del Partito Liberale da lui fondato e di cui fu presidente fino al 30 novembre ’47) che il liberalismo “non respingerà a priori nessuna concepibile riforma economica, ma chiederà che ciascuna venga discussa in condizione di libertà, e che ciascuna sia adottata quando tecnicamente sia eseguibile nei tempi, luoghi e circostanze date, cioè non porti per contraccolpo un regresso, ma conduca sempre a quello che è il suo fine supremo: l’elevamento della convivenza sociale, il perpetuo accrescimento dell’attività e libertà umana.Questo programma non è già di un così detto partito moderato, che tenga fermo superstiziosamente a taluni capisaldi economici, perché esso non esclude nessuna delle più ardite riforme e a tutte dà il su concorso se offrono la garanzia anzidetta di essere realmente opera di progresso civile. Nelle questioni particolari, dunque, bisogna trattare una per una, nella loro particolarità, e nelle quali le controversie non sono di destra, di sinistra o di centro, ma di tecnica e di competenza e di saggezza e di momento politico”. E voglio ancora ricordare qualche frase di un suo scritto del dicembre ’51 nel Quaderno della Critica: “Per questa ragione esso non può dividersi in una sinistra e in una destra, che sarebbero due partiti non liberali. Naturalmente il Partito Liberale esaminerà e discuterà sempre provvedimenti di sinistra e di destra, di progresso e di conservazione, e ne adotterà degli uni e degli altri, e, se così piace, con maggiore frequenza quelli del progresso che quelli della conservazione. Ma non può celare a se stesso quella verità, che la libertà si garantisce e si salva anche con provvedimenti conservatori, come tal’altra con provvedimenti arditi e persino audaci di progresso”.A noi meridionali e napoletani il maestro lasciò un ammonimento nelle pagine conclusive della sua Storia del Regno di Napoli. Per Croce la rivoluzione del ’99 e l’eroismo dei martiri è stato l’inizio del nostro Risorgimento. Napoli trova in condizioni obbiettive cause profonde di arretratezza e, come scriveva uno storico, pare che essa viva contemporaneamente due secoli, nell’intimo contrasto dei suoi progressi e della sue decadenze, dell’arretratezza e della modernità. Ma non questo si deve accettare in apatico pessimismo suo destino come si accetta una sentenza fatalistica di ordine naturale. La storia è la storia degli uomini e non la storia della natura. L’opera somma a Napoli, concludeva ammonendo Croce, dovrà essere quella degli educatori, che non sono solo i maestri di scuola e i pedagoghi in quanto tutti siamo e dobbiamo e possiamo essere effettivi educatori, ciascuno nella propria cerchia e ciascuno in prima verso se stesso. Opera collettiva, di fronte alla quale il singolo sente i suoi limiti e la sua umiltà, ma avverte anche la propria potenza e la propria responsabilità e il dovere di far sempre, di fare senza indugio quello ce gli spetta di fare, farlo con molti e con pochi compagni, farlo per il presente e l’avvenire. Quel che occorre è un forte impegno morale, la volontà di fare e di avanzare.E riferendosi a Napoli Croce scriveva: “Ricercando la tradizione politica nell’Italia meridionale, ho trovato che la sola di cui essa possa trarre intero vanto è appunto quella che mette capo agli uomini di dottrina e di pensiero, i quali compirono quanto di bene si fece in questo paese, all’anima di questo paese, quanto gli conferì decoro e nobiltà, quanto gli preparò e gli schiuse un migliore avvenire, e l’unì all’Italia”.La visione della storia, e della vita, per Croce resta, dunque, a noi eredità preziosa: la contemporaneità della storia significa che c’è una rottura col passato, che esige e sollecita, poi, la riattualizzazione , la riconquista del passato. La storia, quindi, non è magistra vitae, perché è la vita ad essere maestra della storia.