Filosofia Italiana

 

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Giornale Wolf

 

Nuova Rivista Cimmeria

  

Croce e Napoli: gli aforismi di Franchini*

di Giacoma Maria Pagano

 

Chi, conoscendo solo gli scritti teorici di Raffaello Franchini, si fosse fatta di lui un’immagine rigida e monolitica, è certamente caduto in errore, come altrettanto errata è la supposizione che chi si occupa di filosofia viva in un mondo di pensieri che – quasi idola theatri – non ha niente che vedere con la realtà di tutti i giorni, con la vita quotidianamente vissuta.

Per comprendere bene la personalità e la ricca umanità che anima i pensatori più profondi bisogna piuttosto guardare a quei loro scritti che, in genere, si considerano ‘minori’ ma che, nell’insieme dell’opera completa, costituiscono degli inevitabili punti di riferimento, talvolta estremamente illuminanti e significativi. Si pensi – per fare solo qualche esempio celebre - alle vivacissime pagine del Kant dell’Antropologia pragmatica  o alla corrispondenza Labriola - Croce, da cui la figura dei filosofi esce in certo qual modo ridimensionata, o più propriamente arricchita, rispetto a quella che si ricava dalla lettura delle loro opere maggiori.

Tale può essere considerato anche il caso del Franchini autore di aforismi che, però, sotto l’aspetto non teorico, si era già avuto modo di conoscere attraverso le pagine dell’Autobiografia minima e del Diario 1954.

Nel 1976 alcuni ammiratori delle sue opere ebbero di sorpresa tra le mani un opuscoletto di una ventina di pagine, edito con estrema raffinatezza tipografica, che aveva come titolo 99 Aforismi. Questi, in verità, avevano già in buona parte visto la luce, a puntate, nelle pagine della rivista “Realtà del Mezzogiorno” diretta da Guido Macera. L’opuscoletto, però, destinato solo a pochi lettori selezionati, arricchito di una breve e significativa presentazione, dal titolo che preludeva a un contenuto oscillante tra la satira e l’umorismo, acquistava tutt’un altro tono.

Ancora maggiore è stata la sorpresa ce si è riportata quando, in un’apposita rubrica della medesima “Realtà del mezzogiorno”, dal titolo Punto franco, hanno continuato a fare la loro comparsa, a puntate, i Nuovi aforismi. Si tratta di scritti che, se per un verso nascono “o per rabbia o per divertimento” e “nelle pause del lavoro filosofico” (99 Aforismi, Napoli, Giannini 1976, p. 5), per un altro e più profondo verso rispecchiano tutto intero il modus cogitandi dell’A., o, più propriamente, il suo stile di vita e di azione, alcune categorie fondamentali, insomma, della sua personalità.

Il modo in cui questi aforismi possono essere osservati  e meditati è duplice: sotto il primo e più importante aspetto essi rilevano indubbiamente l’indole dell’A., più ancora e meglio della stessa Autobiografia, perché sono, in fondo, risposte psicologiche immediate a eventi e fatti realmente accaduti e perciò godono di maggiore, se non assoluta, spontaneità. Sotto l’altro aspetto, quello obbiettivo e contenutistico, essi costituiscono una specie di commento – peraltro stimolante il dialogo – alla storia tutta del nostro tempo.

Se i 99 Aforismi avevano in buona parte carattere politico, spiegabile, del resto, dato il periodo in cui sono stati composti – quello dell’impegno attivo che ha preceduto le elezioni del ’76 – i Nuovi Aforismi riguardano, invece, più ampiamente argomenti di varia umanità, dalla cultura alla vita economica, politica, etica del nostro paese; fotografano aspetti tipici della realtà contemporanea; descrivono incisivamente personaggi dell’epoca nostra marcandone sempre umoristicamente i lati più paradossali. Si pensi ad esempio all’af. 12: “Ti guardano spesso con una lagrima negli occhi. Vogliono comprensione per i loro delitti” o al 51°: “Aiutare i forti è il solo modo di giovare ai deboli. (Pensiero freudiano del vile)”.

La storia del nostro tempo, d’altra parte, nella sua varietà e ricchezza, ma anche nelle sue incongruenze, nei suoi lati positivi ma non meno nelle sue assurdità, offre, forse, più di quella di ogni altra epoca, largo motivo di sorridere, pur nella quotidiana constatazione di tragici avvenimenti. Il comico si connette strettamente al drammatico e le sottigliezze delle azioni più delittuose camminano di pari passo con la spensierata o sfacciata superficialità e faciloneria. Il capovolgimento di ogni sana forma di valore tradizionale, la burla delle leggi e delle istituzioni più sacrosante, il rifiuto di ogni autorità costituita, il ridicolo che domina in qualsiasi campo della vita pubblica e privata, la mancanza insomma di sia pure un minimo di serietà ameno nello svolgimento dei compiti più delicati sono tali, oggi, da rattristare anche gli animi più ottimisti, ma il modo in cui tutto accade e “si fa” ha talmente l’aspetto della farsa da non poter suscitare altro, nella più parte dei casi, che il riso.

Se si pensa che i fatti di casa di casa nostra attraggono la curiosità persino della stampa straniera che spesso guarda ad essi come a commedie di cui si desidera conoscere al più presto il finale, è tanto più comprensibile che essi diventino oggetto di umorismo soprattutto da parte di chi, come il Franchini, per certi aspetti straniero in patria, questi fatti vive quotidianamente da protagonista, ora da vincitore tal altra da vittima, e per di più (il che lo avvantaggia rispetto ad altri), porta nel sangue il retaggio del complesso, vivace e vario carattere tipico di quel singolarissimo popolo che è il napoletano.

Spietata ma sempre profondamente realistica  è la satira che egli fa della vita politica – priva essa stessa di savoir faire  politico – e perciò estremamente sincera e anticonformista, controcorrente. Il Franchini, insomma, perfettamente in linea con il suo stile e temperamento di scrittore, non ha preoccupazione alcuna di dire quello che pensa – che è poi, in fondo, ciò che molti pensano, però senza dirlo. Ne è particolarmente indicativo l’af. 7: “Riforme senza spese. Da domani Piazza degli Eroi si chiamerà Piazza dei Vili”, o il 10: “Altra benemerenza: non si è mai lamentato di chi gl’impediva di lamentarsi. Nemmeno con la battuta: Non ci possiamo lamentare” o ancora il 113: “Sono amici del boia: ma non ne condividono il mestiere” e più esplicitamente l’82°: “Siamo al punto che di certi personaggi gli italiani possono dir male soltanto come cittadini ma non come membri di un partito dentro o fuori dell’arco costituzionale. E’ un buon indice del grado di degenerazione a cui è giunta la nostra vita politica”.

Naturalmente non mancano in questi Aforismi la sagacia, l’acume, spinti fino al paradosso. Per esempio: “Se la carica di Padreterno fosse elettiva presenterebbe la candidatura”.

Il processo della progressiva deculturizzazione in atto nel nostro Paese è uno dei problemi più sentiti dal nostro A., che vi  dedica non poche riflessioni e pensieri. D’altra parte, come uomo di cultura e docente che vive la passione della sua professione, egli non potrebbe evitare di rivolgere i suoi pensieri e i suoi crucci a un problema che così da vicino lo riguarda e del quale non potrebbe disinteressarsi. Anche a questo proposito i paradossi più umoristici e incisivi non mancano: “Si spinse talmente a destra da cominciare a correggere gli errori di grammatica” oppure: “Io rimango ottimista: non hanno ancora chiesto un corso per domatori di pulci”.

Né mancano battute sulla tanto in voga cultura di massa: “Dal momento che il cretinismo è di massa, lo si dovrebbe inserire nei programmi d’insegnamento delle scuole di ogni ordine e grado”.

Anche la classe a cui l’A. stesso appartiene, quella docente, diventa bersaglio degli strali acuminati lanciati con la sua penna felice: “Spesso è solo l’ignoranza degli alunni quel che fa sembrare dotti i maestri”; oppure, peggio: “Maestro di almeno tre degenerazioni”.

Tanto meno sono risparmiati i colleghi, nei confronti dei quali qualche aforismo è particolarmente grazioso: “Sua Moralità: nuovo titolo per professori di filosofia morale”.

Lo stesso dicasi per gli scrittori e gli uomini di cultura in genere: “Scheda tutto, conosce tutto. Ma poi recensisce solo i libri dei suoi amici”.

In merito al tema dell’amicizia l’A. raggiunge punte di verità amare m incontestabili, come nell’af. 97: “La cosa più difficile da capire è chi ci è veramente nemico tra i nostri amici”.

Spirito assolutamente libero quello del Franchini, che non disdegna di autodefinirsi self made man, alla libertà di pensiero e di parola tiene più che a ogni altra cosa. Egli avverte indubbiamente il dramma più triste del nostro tempo che quella libertà tende a insidiare ora apertamente ora tacitamente: talvolta con le istituzioni, più spesso con la violenza. Egli avversa la forza del potere che opprime quella della ragione, odia il servilismo di parte e lo combatte con le armi a sua disposizione. Si legge nell’af. 79: “Non si sono ancora rassegnati all’idea che quell’uomo non abbia mai avuto un padrone, Sotto sotto è come se dicessero: Ma che c’entra, che vuole, chi lo conosce?”.

Fra i tanti aforismi che, come si vede, toccano gli argomenti più vari, i più divertenti sono certo quelli dedicati al gentil sesso, nei confronti del quale il Franchini suole ironizzare qualche volta bonariamente, più spesso con sagacia, nel bene come nel male, sia in senso positivo che negativo. Per esempio: “Morirò con l’incubo delle donne virtuose. Era la moda”; oppure: “Le donne sembrano dispostissime quando è difficile raggiungerle: se hai fretta, se stai per prendere il treno, se devi scendere dal treno, se hai un appuntamento non rinviabile, se non hai quattrini, se sei malato, se sei vecchio, se sei sposato e soprattutto se non ne hai alcuna voglia (può succedere)”.

Franchini, il quale non tralascia mai di notare nulla e che su tutto fissa la sua acuminata  e divertita attenzione, non trascura di sorridere, di tanto in tanto, anche di se stesso e, in specie, delle sue, per così dire, distrazioni filosofiche. Simpaticissimo, a questo proposito, è l’af. 82: “Capisco sempre o troppo presto o troppo tardi. Non dico che sia inutile, ma talvolta è dannoso. Di più: è perfettamente filosofico”; o il 90°: “Criticate pure tutta la mia filosofia: ma Dio vi guardi dal dire che non sono un grande automobilista”.

La tentazione principale che si prova, divorando tutto insieme il sagace umorismo che si sprigiona dalle gustose pagine di questi aforismi, è quella di iniziare, quasi a tu per tu con l’A., una specie di simpatico gioco di botte e risposte: tale è il loro carattere pungente e stimolante. E questo è indubbiamente un merito che va riconosciuto, tra i molti altri, allo scrittore dalla penna particolarmente felice.

Ma, oltre ai lati scherzosi che fanno parte dell’impalcatura di questi scritti, vi sono anche quelli profondamente seri che s’accompagnano, anzi fanno tutt’uno coi primi. Si tratta, insomma, di un’ironia amara e, forse più che in qualsiasi altro modo, profondamente pedagogica e catartica. Anche se la morale dell’A. non è esplicita, essa, tuttavia, appare evidente attraverso la denuncia aperta dei mali più difficilmente guaribili della nostra società. E, per finire, un’altra citazione al riguardo dell’imperante cretinismo, costituzionale o ricercato e voluto che sia: ”V’è stata – dicono sdegnati – anche una dittatura di Croce. Come chi, deplorando, dicesse che un tempo regnava l’intelligenza con poteri assoluti sull’imbecillità”.

 

*Questo scritto è stato pubblicato in “L’Osservatore politico letterario”, ottobre 1977.