Mese: Febbraio 2016

La qualità nelle istituzioni scolastiche – L’equilibrio del docente tra inclusione e rigore (1)

di Vincenzo Curion

TQMLa crescente competitività del mondo del lavoro e le dinamiche ad esso connesse spingono sempre più ogni individuo a responsabilizzarsi e a ricercare e/o ricreare continuamente professionalità e competenze, per restare al passo con il rispettivo settore di pertinenza. Questo trend, che si consolida di giorno in giorno, fa sì che nel vissuto di ognuno, ci sia un progetto di vita che riguarda anche il mantenimento e/o l’acquisizione di conoscenze, competenze e abilità, per non restare escluso dal proprio ambiente sociale di riferimento ma anzi, per cercare di ampliarlo sempre più e meglio.

Sotto la spinta delle necessità di ognuno, la formazione vive un ripensamento collettivo, sia per quanto concerne i settori del non formale e dell’informale, sia, soprattutto per il formale.

Quest’ultimo settore, a ondate quasi regolari, vive di riforme che spesso, ad un osservatore esterno, danno l’impressione di minarne la credibilità e l’efficacia.

Di fatto, con l’evolversi della domanda di formazione formale – che certifica il valore legale di competenze e conoscenze-, il legislatore non ha potuto fare altro che cercare di “tendere” in due opposte direzioni l’Istituzione Scolastica sotto l’azione di due distinte istanze: quella socio-inclusiva, che da sempre caratterizza la Scuola Italiana, e quella istruttiva.

All’indomani dell’ennesima riforma, queste due spinte rischiano di spaccare ulteriormente il Sistema Scolastico Nazionale, trasformandolo in un paludato accampamento, laddove occorrerebbe un collaudato e preciso meccanismo che operi col chiaro intento di formare un individuo, il che significa offrire alla collettività una risorsa in più per il proprio benessere e sviluppo.

Fronteggiare la mediazione tra socio-inclusione e istruzione è un difficile lavoro di equilibrio che interessa tutto il Sistema Scolastico Nazionale, a cui sono chiamati tutti i Docenti sia in fase di progettazione didattica sia in fase di attuazione sia, soprattutto, in fase di verifica del lavoro svolto.

A complicare il quadro, provvedono la distribuzione geografica del Sistema Scolastico Nazionale e la spinta al “glocal”. Si vuole cioè, una Scuola ancorata al territorio che valorizzi in chiave educativa le risorse delle comunità in cui ogni singolo istituto è incardinato, capace di proiettare ogni discente in una dimensione globale. Questa richiesta di soluzioni glocal, si traduce in una propensione all’autonomia di ogni scuola che richiede una capacità di deroga forte: demandare alla singola Organizzazione nel pieno rispetto della sua autonomia di giudizio e azione; e nella tutela del risultato atteso dalla collettività più ampia.

A una domanda così complessa e articolata, l’Istituzione Scolastica non può che far fronte con una risposta di qualità, dove per qualità si intende il “Grado in cui un insieme di caratteristiche intrinseche soddisfa i requisiti” (cit. UNI EN ISO 9000:2005).

Questa definizione si focalizza su caratteristiche intrinseche del servizio, dove per intrinseco non s’intende inconsapevole: il docente che opera deve agire non certamente in un’ottica deterministica -non ci sono stampi per il pensiero e la conoscenza-, ma in un’ottica possibilistica.

Il Docente agisce con consapevolezza per creare la possibilità di migliorare quanto già esiste e di creare quel che non esiste.

Alla Scuola che voglia rispondere in qualità, è richiesto innanzi tutto il sapere ascoltare e raccogliere le richieste per formalizzarle in requisiti utili a progettare, attuare e verificare.

C’è una fase iniziale che richiede capacità di ascolto delle diverse istanze e che, per la complessità che il tessuto sociale evidenzia di giorno in giorno, andrebbe affrontata con il massimo del rigore possibile mettendo in campo tutte le conoscenze e le prassi dell’ingegneria dei requisiti: quella specializzazione che supporta la raccolta delle richieste, la loro catalogazione e valutazione per tradurla in esatta progettazione.

Dall’attenzione, prima all’utenza e poi alle parti interessate, tutte, discende la bontà della progettazione che, per il quadro socio-geo-politico mondiale in atto, deve essere quanto più possibile glocal.

È vero sì che sono da valorizzare le specificità dei luoghi di vita ma è altresì vero che la spinta deve essere quella di concorrere ad abilitare cittadini del mondo: individui capaci di interpretare e rispondere ad una pluralità dinamica e mutevole di stimoli, senza perdere il rispetto di sé e delle realtà in cui si troveranno a vivere, valorizzando sempre se stessi e le opportunità che si presenteranno.

Dettagli del Sistema di gestione della qualità nella Didattica.

La formazione del Docente in qualità.

Il bilancio di competenze, conoscenze e abilità che dinamicamente si cerca di instaurare attraverso i mezzi della didattica quotidiana, è sotteso ad un processo di mediazione che si serve di tecniche di comunicazione che pure vanno pensate e applicate in qualità. Formarsi per i docenti non è solo un compito istituzionale ma è anche un preciso dovere di autoeducazione che potrebbe avere una politica di qualità del

tipo: ”Insegnare a se stessi, a trarre fuori, nel miglior modo possibile, il proprio sapere per disseminarlo e valorizzarlo nel rispetto di ogni singolo interlocutore affinché quest’ultimo lo possa fare proprio”.

Questa visione deve caratterizzare la formazione del Docente che è chiamato ad un difficile ruolo di regia ed è per questo che ha una duplice necessità: in primo luogo di conoscere dettagliatamente gli aspetti della qualità che investono i processi che svolge; in secondo luogo di saper mettere in qualità questi processi perché il suo lavoro sia più funzionale.

Il Docente a confronto con i modelli della qualità.

Sulla Scuola si è detto e si è scritto tantissimo. Parlare di qualità nelle Istituzioni Scolastiche invece dovrebbe essere un “dialogo muto”, per due motivi di fondo. Un primo, la qualità discende dalla riflessione che mal si concilia con l’eccesso di informazione.

Un secondo è che i modelli dei sistemi di gestione per la Qualità nella loro attuazione non devono mai ingessare l’Organizzazione.

Un Sistema di Gestione non è una sovrastruttura e la nuova Norma UNI EN ISO 9001:2015 sottolinea, nella sua impostazione, che deve restare in piedi solo ciò che serve perché il servizio sia considerato soddisfacente dall’utente. Abbinando quest’impostazione al concetto di “successo duraturo dell’organizzazione” (cit. UNI EN ISO 9004:2009), l’Istituzione Scolastica che adotti un sistema di gestione della Qualità è una organizzazione snella, con gruppi di lavoro ben coordinati tra loro che hanno chiara la visione prospettica del loro lavoro funzionale all’architettura dell’intero Sistema Scolastico Nazionale. Affinché un’Istituzione Scolastica adotti un Sistema di Gestione della Qualità e lo renda realmente efficace ed efficiente è necessario il coinvolgimento di tutto il personale dell’organizzazione che deve essere consapevole che non si tratta di un’imposizione dall’alto ma di una conquista che viene dal basso.

È la stessa platea del personale che, resosi conto che è possibile migliorare il proprio lavoro, adotta un sistema di gestione per la qualità.

Presa consapevolezza di questa necessità di migliorare il proprio lavoro, ha senso andare a ricercare nelle Norme specifiche quei riferimenti che guideranno il dispiegamento del sistema.

Sebbene nate in altri ambiti, le Norme tecniche ed i modelli proposti, sia dalle Norme ISO sia dal Total Quality Management, non hanno la volontà di snaturare l’Istituzione Scolastica convertendola in un’azienda. Semmai è la loro applicazione in maniera acritica che può farlo.

Diversamente, un loro attento uso può efficientare un servizio liberando risorse, umane e materiali, che possono essere adoperate in maniera migliore. Per far questo è necessario conoscere bene le Norme e i modelli che esse promuovono. La conoscenza delle Norme e dei modelli aderenti alle stesse sta diventando un requisito cogente imposto dal legislatore sin da quando in sede UE fu deciso di trasformare l’Europa nella più grande economia competitiva e dinamica del mondo basata sulla conoscenza (cit. Trattato di Lisbona).

Se il personale dell’Istituzione Scolastica operasse attivamente nell’introduzione del sistema di gestione della qualità, i risultati sarebbero più proficui e il successo dell’Organizzazione più duraturo. Occorre accostarsi allo studio delle Norme e dei modelli, con la convinzione che esse siano state realizzate per standardizzare e ottimizzare tutti quegli aspetti organizzativi che se non controllati, comportano un dispendio antieconomico di risorse e di tempo. Esse sono destinate a tutte le organizzazioni. Queste ultime hanno il compito di calare la Norma nella propria realtà specificandone gli aspetti organizzativi che in essa sono illustrati.

Il Docente a confronto con l’approccio per processi.

Individuati i requisiti di ingresso, l’Istituzione Scolastica deve creare o ricreare dei percorsi che traducano in risultati i requisiti iniziali.

È una conquista più o meno recente che i percorsi siano diventati espliciti processi operativi, migliorando già così la qualità del servizio. La consapevolezza dei processi è sicuramente aumentata in questi ultimi anni quando si è riconosciuto che i percorsi della formazione formale, di fatto non cessano nell’Istituzione Scolastica ma proseguono ben oltre il periodo della formazione ibridandosi con la formazione non formale e informale ed estendendosi a tutta la durata della vita (lifelong learning), permettendo al singolo individuo di partecipare alla dinamica economico-sociale fino al termine della sua esistenza.

Rendere esplicita la volontà di operare per processi non è un mero adempimento, bensì un’oculata scelta di ottimizzazione del sistema formativo formale per renderlo snello e funzionale, riconoscendo vincoli dell’azione come la limitatezza delle risorse e la necessità di adoperarle in maniera mirata e di distribuirle sulla platea all’interno della popolazione nazionale.

Scegliendo di operare per processi si rende indispensabile la verifica.

Non c’è sostenibilità di un processo senza che vi sia una misurazione di quanto si sta facendo. In altri termini:” Se non si misura, non si può controllare. Se non si può controllare, non si può gestire. Se non si può gestire, non si può migliorare. Se non si può migliorare si mettono a rischio la stabilità e la competitività” (James Harrintong)

Il principio di misurazione dei progressi, che i sistemi di gestione applicano in maniera metodica, è sacrosanto nei processi di formazione. In questi ultimi si ha bisogno di effettuare continuamente verifiche puntuali e in itinere, in base alle quali provvedere a una riorganizzazione dei tempi e dei modi del servizio che nel processo educativo concorrono al soddisfacimento delle richieste e delle aspettative.

Un Docente, addentrato nella pratica del servizio, sa che solo con lo strumento della verifica egli può discernere la bontà del processo che sta attuando nella sua azione quotidiana.

Il legislatore riconosce dunque nell’approccio per processi una finalità di ottimizzazione. Egli riconferma questa volontà nel momento in cui parla di valutazione per le Istituzioni Scolastiche sostenendo che per queste è possibile adottare sistemi di gestione della Qualità, aderenti alle Norme di riferimento.

Rendere edotto il corpo Docente, e più in generale il personale tutto dell’Istituzione Scolastica sui processi in cui è continuamente coinvolto dovrebbe favorire un maggior livello di vigilanza, di partecipazione e coinvolgimento. Il fine di questa presa di consapevolezza è di procedere ad un’ottimizzazione costante del servizio svolto con il pieno convincimento che dal servizio svolto discende il raggiungimento degli obiettivi. In questo modo, dall’attuazione corretta di un Sistema di Gestione è possibile il raccordo tra il singolo centro e la Stuttura Nazionale, implementando di fatto quell’ottica glocal richiesta: una singola Istituzione Scolastica da sola non avrebbe possibilità al di là della mera sperimentazione, di confrontarsi con il panorama sovranazionale. Al contempo, il Sistema Scolastico Nazionale può favorire accordi di sistema sovranazionali ma questi rimangono fini a se stessi se non sono vivificati dall’attività quotidiana.

L’organizzazione scolastica e le risorse umane. Il coinvolgimento.

Le Norme di riferimento sottolineano l’importanza del coinvolgimento delle persone all’interno dell’organizzazione. Il coinvolgimento, asset intangibile del sistema, ha un valore talmente strategico da avere meritato una norma a sé: la ISO 10018:2012. Questa norma sottolinea che le persone per mettere a frutto tutte le loro potenzialità e skills hanno bisogno di sentirsi parte dell’organizzazione, di viverne la mission e di condividerne la vision.

Alla luce di questa considerazione va detto che difficilmente un Docente entrerà in classe senza lasciarsi coinvolgere dalla platea dei discenti. La professionalità dello stesso presuppone che egli sappia trarre energia proprio dall’aspetto emotivo-relazionale. Ma è pur vero rimarcare che può esserci un coinvolgimento sano ed uno meno sano. Così come è anche vero che, per aspetti legati alla pratica professionale, il Docente che ad esempio sia andato incontro ad un burn-out potrebbe aver perso di empatia. Al di là di queste condizioni patologiche, la ISO 10018 e le due norme, la 9001 e la 9004 sottolineano che la qualità dell’organizzazione derivi dal coinvolgimento delle persone.

Sono queste che, “a tutti i livelli, costituiscono l’essenza dell’organizzazione ed il loro pieno coinvolgimento permette di porre le loro capacità al servizio dell’organizzazione”. (cit. Principio 3: Coinvolgimento delle persone).

L’Organizzazione Scolastica che sappia valorizzare le persone di cui dispone riesce ad avere risorse motivate, impegnate e coinvolte, che introducono innovazione e creatività nel promuovere gli obiettivi.

Attuare il principio del coinvolgimento delle persone, in genere comporta che le stesse diventino responsabili, desiderose di partecipare e di contribuire al miglioramento continuo, imparando al contempo a rendere conto delle proprie prestazioni. Questi vantaggi sicuramente fondamentali in altri tipi di organizzazioni, lo sono ancor di più nelle Istituzioni Scolastiche che devono continuamente fronteggiare una realtà mutevole come può esserlo la platea dei discenti. Le ricadute del coinvolgimento del personale scolastico sono molteplici.

Quando il singolo attore comprende l’importanza del proprio contributo e del proprio ruolo nell’organizzazione, egli lo attua con pienezza; consapevole che non ha controllo su tutto ma che deve operare cooperativamente.

Sa ad esempio che esistono dei vincoli per le proprie prestazioni, ne conosce i problemi e di questi ne accetta sia la gestione sia la responsabilità operando per risolverli.

In un discorso di “pratica etica” del lavoro, il Docente, il Collaboratore, il Personale Amministrativo ed il Dirigente, che operino in una Istituzione Scolastica che attua un Sistema di Gestione della Qualità sanno come valutare le proprie prestazioni rispetto ai propri scopi ed obiettivi lavorativi personali. In particolare, i Docenti, che per professione sono chiamati a condividere conoscenza, messi in condizione di operare in una Struttura che attua un Sistema di Gestione della Qualità dovrebbero essere naturalmente predisposti a condividere liberamente conoscenze ed esperienza, discutere apertamente problemi e situazioni, ricercare attivamente opportunità per accrescere le proprie competenze, conoscenze ed esperienza. (cit. UNI EN ISO 9004:2009).

GF saggi CURION La qualità nelle istituzioni scolastiche (1)

Osvaldo Petricciuolo a Castel dell’Ovo

BannerNewLa Mostra Antologica dedicata al M° Osvaldo Petricciuolo, che si svolgerà dal prossimo 26 febbraio alle ore 16,30 fino al 18 marzo 2016 nello scenario di Castel dell’Ovo a Napoli.

Grande successo del vernissage.

 

Ecco il mio articolo presente in brochure:

Il Vulcano Petricciuolo e il Nichilismo del 900
L’opera d’arte è totale?

di Gily Reda
Quando si va ad una mostra, si tenta sempre di inquadrare la problematica di un autore, per iniziare la strada del dialogo si cerca uno spunto per capire l’autore. È un po’ difficile quando questo autore è come Petricciuolo contemporaneamente baritono e scenografo dell’opera, teorico dell’Urbacosmo, organizzatore di festival e mostre, pittore e disegnatore di qualità, oltre che ovviamente docente ed accademico. A Leonardo Giorgio Vasari rimproverava l’essersi dedicato a troppe arti senza andare a fondo in nessuna – esagerava certo, e soprattutto non capiva il senso, cioè l’emancipazione dell’artista che rifiutava d’essere confuso con l’artigiano, cosa che a Vasari invece non dava fastidio. Costruendo macchine da guerra, essendo perciò da tutti richiesto, non si doveva stare alla corte di nessuno, non si lasciava ad altri la propria decisione. Spesso l’artista ha carattere forte e indipendente, il capire va sempre controcorrente, a corti e accademie, preferisce il pregio della libera espressione.
Ma nel Novecento le arti sono già al sommo dell’attenzione e delle economie, e quindi la ragione è diversa.
La si capisce leggendo l’attenta biografia nel sito a lui dedicato dalla figlia Brunilde, che dimostra con i fatti il successo riscosso in tanti campi, di cui uno solo dava l’indipendenza. Come artista partecipa ad eventi e mostre con Picasso, Braque, Depero e De Chirico. Come baritono, canta nei massimi teatri d’Europa, è apprezzato da Titta Ruffo, vince concorsi in RAI e incide con “La Voce del Padrone”. Come scenografo e cantante, progetta e dirige  vari festival della canzone napoletana trasmessi in eurovisione dal 1959 al 61.
È uomo di scena europea, abituato al palcoscenico, ma ha affinato capacità di espressione con studi di scenografia, di cui avrà cattedra nelle Accademie di Reggio Calabria, Bari e Napoli. Enrico Prampolini lodò le sue invenzioni scenografiche che rendevano moderna la scena teatrale. Bel rapporto cogli studenti di Belle Arti, attestato da un video ingenuo del ‘98, che stupisce per l’ingenuità, visto l’alto livello degli studenti nelle arti, ma che dimostra l’ottimo rapporto col prof. Petricciuolo, che aveva meditato il nostro sciagurato tempo che corre velocissimo nel suo “Telecineteatro quadridimensionale”: una struttura esile di linee al centro, un palcoscenico offerto a spalti staccati e sinergici, strutture bianche, plastica per evocare marmo.
OP1La quarta dimensione è l’alterazione dello spazio tempo chiara ad Einstein, ma eterna nel telecineteatro, ch’è sempre il luogo di una capsula di tempo autonomo, che come la tragedia di Agamennone si ripete sempre uguale nei millenni. Professore e allievi erano a loro modo apprendisti stregoni di un mondo sul punto di scoppiare, grazie all’esplosione del WWW, di cui oggi Tim Berners Lee, suo inventore, comunica a noi tutti la natura duplice che richiede attenzione. Gli artisti, come sempre, tastando la superficie, da tempo ragionavano su tempo spazio e forme attraverso l’astrattismo e tutte le avanguardie, ognuna a suo modo. Tutte convergono nel dire che l’opera è un essere organico in cui il tempo dipende dallo spazio come ogni luce dall’ombra. Colori e linee nell’arte visuale sono un totale, sempre sono una vita che vive e diviene.
Ed è proprio questo il senso della multiformità vulcanica di Petricciuolo, che con essa atteggia a suo modo il nichilismo. Lo si vede nelle sue opere di pittura, apprezzate tra i tanti da Mario Sironi, Margherita Wallman, Mario Rossi, Gino Grassi, Carlo Giulio Argan… tutto è nel sito. Ma per capire basta guardare queste esplosioni di linee e colori che si irradiano da un centro ideale per esplodere ovunque; o i disegni che attorcigliano erbacce e fiori finché non sia pieno tutto il foglio di tratti precisi. Oppure vanno al disegno di un figurino di scena già atteggiato nel tempo-spazio di scena, nel bozzetto che comprende altri figurini. Ed è questo anche il senso dei quadri in bianco nero che hanno l’eleganza di Beardsley senza avere quel senso barocco del liberty. Riproducono con rapidi contrasti l’eroe omerico, il guerriero, l’atleta; col gioco di pieni e vuoti che riportato al colore costruisce poi la scenografia per l’Eneide e si prolunga nel quadro astratto.
OP2 OP3 OP4Il senso si coglie già nel nome non comune della figlia, Brunilde, segnata dal suo ripetuto interessarsi a Wagner, celebre autore della teoria dell’opera d’arte totale. il Gesamtkunstwerk folgorò Nietzsche a Bayreuth, ispirandogli la celebre teoria della tragedia attica nata dal coro che inveisce contro il fato urlando, tragedia che termina la sua fase aurea quando l’individuo socratico di Euripide inizia a ragionare. La totalità delle rappresentazioni wagneriane, eterne come le tragedie greche nel tempo prolungato delle rappresentazioni, sono da vivere come vita e non come finzione. È la stessa suggestione della Secessione viennese, di Klimt, del Liberty, dei Preraffaeliti: il dettaglio insistito guida la ragione lontano dal nichilismo, una follia, un entusiasmo ebbro e disgustato, ben diversamente dall’antico, in cui Bacco è traditore sì, ma felice. Nell’idea dell’opera d’arte totale è un senso del vivere antico simile al greco, ma diverso come la luce dall’ombra. Questo senso di totalità non ti avvince ad una Natura che t’abbraccia e sostiene: com’è ad esempio l’Anima del Mondo dei Rinascimentali; come ritorna oggi nella Gea di Lovelock (vedila nel film Avatar) e nelle lotte per l’ecologia del pianeta. L’Anima del mondo, Gea, è una madre amica: non è così l’antico pieno che viene ripreso dal nichilismo appunto in quel tempo di Wagner a Bayreuth e di Nietzsche che se ne entusiasma e che poi entusiasma un secolo dopo di lui.
Totale è l’opera perché sostituisce il proprio senso ad ogni fondazione in qualsiasi modo eterna ed esterna. Il mondo è palcoscenico, dice l’Europa già dal Barocco: il Novecento muove la rotonda palla del mondo nei sensi più diversi, come natura e come uomini. Si strugge per la conoscenza e l’esaltazione dell’uomo, ma non sceglie l’antica, eterna, strada dell’amore: li studia, li astrae da sé, nega il proprio essere come gusto e cultura. Cerca di riconoscersi nella folla della politica mentre anche la rifiuta; vive la destra e la sinistra come un tempo si vivevano le lotte di religione. L’artista tutto ciò lo vive con i colori e con le forme, ma il contenimento della natura vulcanica è ormai impulso a creare nuove arti, e si susseguono PopArt, LandArt, StreetArt, e oggi forse anche CorpsArt… Pur volendo riconoscere e riconoscersi uomini, il nichilismo non ama l’uomo: diventa antropologo ed artista, matura una sordità nella partecipazione alla vita comune di cui vuole rifiutare la miseria, ma di cui è il primo a soffrire. È costretto perciò a calcare sul proprio essere vulcaniano, ed è quindi esuberante, rifiuta la misura, e così facendo riesce a dare una forma deliziosa al suo mondo, e crea tante diverse opere che sono tutte una sola vita d’artista.
Questo, Petricciuolo lo ha anche detto, l’ultima sua mostra a Gubbio si intitolava all’infinito che aveva descritto in un breve scritto filosofico, lassù al Circolo Polare, nel 1970 (nel sito): l’IPERSPATIUM è là dove tutto diventa un URBACOSMO: l’allucinazione di un mondo che si apre e si richiude risuonando come quella musica del cosmo, che per i Pitagorici rendeva dolce e intuitivo il rigido mondo dei numeri, col suo numero aureo, ben noto a chi conosce l’arte, ogni arte, che si fa di incontro tra opposti.

W iconologia GILY Il vulcano e il nichilismo

Pompei in bianco – Due imprenditori napoletani danno vita a Whitexpò

di Anna Irene Cesarano

Giovanni Cafiero e Pasquale Garofalo i due ideatori della fiera. L’attrice Emanuela Tittocchia che dà inizio all’evento
Giovanni Cafiero e Pasquale Garofalo i due ideatori della fiera. L’attrice Emanuela Tittocchia che dà inizio all’evento

Whitexpò, il trionfo del bianco, o meglio dell’abito bianco made in Italy. Tutto per la cerimonia, dagli abiti, alle bomboniere, ai mobili, alle auto importanti per quel giorno, alle torte, ai materassi, tutto ma proprio tutto in questa fiera del buon gusto. Semplice, raffinata, elegante, veste le emozioni più belle, incorniciata dalla magia dei famosi scavi di Pompei, in una della strade principali, (Via Plinio), Whitexpò rappresenta il sogno dei futuri sposi, ma anche e soprattutto dei piccoli che sognano l’abito per la comunione. A organizzarla due giovani imprenditori napoletani che hanno fatto del matrimonio un sogno Giovanni Cafiero e Pasquale Garofalo, firmano questa bella fiera. Ormai esperti del cosiddetto “wedding planner” forniscono agli sposi, e non solo, tutto quello di cui occorre per il giorno più bello. Dal 23 al 31 gennaio è possibile ammirare gli stand eleganti e ben allestiti che risentono della forte esperienza dei due organizzatori, per i quali questo mondo cerimoniale sembra non avere più segreti. Infatti i due imprenditori sono responsabili anche della più grande e importante fiera “Ti Sposo”, che si svolge in Autunno a Ercolano.

Madrina dell’evento l’attrice Emanuela Tittocchia, che ha tagliato il nastro con due bellissimi bambini, come si può vedere dalla foto in alto. Infatti sono proprio loro i protagonisti di Whitexpò, i bambini, con i loro sogni e desideri, di indossare nel giorno della propria comunione un abito da favola.

white2Domenica, per l’appunto, c’è stata una sfilata di piccoli modelli che per un attimo hanno vestito l’emozione più bella, scalzi, proprio per non adornare già tanta bellezza, l’abito in primo piano e nient’altro, solo il bianco come protagonista (come si può ben vedere dalla foto in alto che ritrae una splendida bambina che sfila). Ma poi tanto altro, manifestazioni che si susseguono per tutta la settimana dell’evento, ospiti d’eccezione come Melita Toniolo, presente alla sfilata dei piccoli, l’attore Francesco Testi che sarà presente all’ultimo giorno della fiera, con una nuova sfilata dei piccoli modelli, firme e negozi prestigiosi del napoletano come: L’arte dolciaria del bar De Vivo di Pompei, Lilli boutique che vanta tre negozi a Castellammare di Stabia, Anita sempre per la cerimonia, Boccia abiti, ma anche Givova per il tempo libero, hair stylist e make up artist d’eccezione, ingresso libero. Insomma da non perdere!

W MM CESARANO Pompei in bianco

Umberto Eco

di Gily Reda, Editoriale

La biblioteca de Il nome della rosa
La biblioteca de Il nome della rosa

Un giorno di commozione questo: tutti ricordano Il nome della rosa, con lo splendido Sean Connery da Baskerville che sovrasta le parole di un magico romanzo, che per molti è stato l’ingresso nella celebrazione del Medio Evo, allora ritenuto ancora oscuro.

Ma Eco non lo considerava un punto d’arrivo, se subito iniziò a scrivere – la domenica, come diceva – Il Pendolo di Foucault (Bompiani, 1988) andando al punto capitale, l’incontro col diavolo. Allora lo recensii,[1] anche perché quasi in contemporanea lo stesso tema era protagonista dei Versetti Satanici di Ruschdie – dove però diavolo ed angelo erano in alta uniforme, l’uno bianco e biondo, l’altro con fetore, coda e corna.

I due bestsellers implicitamente criticano il mondo della scrittura breve con le loro oltre cinquecento pagine, che d’altronde occupa anche Tolkien, che molti ragazzi dicono di aver letto, mentre stentano a leggere un articolo di giornale.

Criticano inoltre il mondo degli anni ’65 – ’75, così felicemente floreali da ignorare il nuovo cupo volto del male, riemerso nel decennio 75-85. Arimane, Re delle cose, autor del mondo, arcana /malvagità che Leopardi divide con Zarathustra, si preparava al successo che oggi arride a tutte le presenze malefiche nelle serie TV. Era infatti, oltre che protagonista di capolavori, di tanti libri ed articoli sul Satan. A Torino, nella Piazza Statuto cara ai filosofi perché sede della celebre rivista di Augusto Guzzo, “Filosofia” (ricordava F. Barbano curando il libro Diavolo, diavoli, Torino e altrove, Bompiani 1988), nasceva invece un vero genere letterario rigoglioso, a proposito dei culti esoterici (A.M. Di Nola Il diavolo, Newton Compton, 1987).

Liberatore dal mondo beghino l’aveva cantato Carducci; ora il Diaballo, il Separator dei filosofi, libera invece dall’illusione ingenua dei Figli dei Fiori e medita la nuova vita quotidiana computerizzata: Eco lo incontra per chiedergli quale sia la definizione del linguaggio nel tempo dei files. Dopo aver analizzato il linguaggio nella semiologia/semantica, averlo cavalcato con scioltezza nel romanzo, si confronta quindi col punto capitale – la massa di parole. Nel Pendolo di Foucault si accumulano i files del lungo racconto dei solitari Cavalieri della cultura che vanno per lo stesso cammino attenti a non ascoltarsi, a stratificare informazioni. Sembra già cominciato il mondo del tweet, coi sedicenti cinguettanti che celano l’abbaiar dei cani sotto lo sberleffo.

Lunghe pagine composte da Bembo allacciano i fili sottili del file ‘Abulafia’ ai dati degli altri Cavalieri: dati su dati, accumulati in pagine di Eco senza chiave di volta: sette, affiliati, piani segreti, iniziati, congiure, vittime. Nel mezzo di tante parole (che somigliano non a diabolici piani segreti ma all’enciclopedia delle riunioni di condominio) il miserabile mistero si sposta a ogni momento; il verbalizzatore seguita a registrare e capisce sempre di meno. È scomparso Il Logos: lo dice chiaro Diotallevi, il secondo Cavaliere. L’essere leggero (non ancora liquido) è scherzo: ciò che non accumula polvere non ha spessore, la storia è diventata un effimero vivere decadente.

L’inutile sogno idealistico d’inizio ‘800, già denunciato dal nichilismo di fine ‘800, apre su una mediocrità quotidiana senza intelligenza – la Lettura, la Legge, sfugge all’uomo ed al suo linguaggio. Diotallevi, morente malato terminale, conclude: “Abbiamo peccato contro la Parola, quella che ha creato e mantiene in piedi il mondo (…) per manipolare le lettere del Libro ci vuole molta pietà, e non l’abbiamo avuta (…) La parola della Torah si rivela solo a colui che l’ama. E noi abbiamo cercato di parlare di libri senza amore e per irrisione (…allo stesso modo il cancro manipola e crea) cellule mai viste e senza senso, o con sensi contrari al senso giusto. Ci dev’essere un senso giusto, e dei sensi sbagliati, altrimenti si muore” (ivi, pp.445-7). Elencare analisi e notizie non ha dato morale alla favola. L’irrazionale male resta indomato, come già in Thomas Mann, non rivela quel che doveva, l’enigma della vita, diceva Faust. Ma Dante e tanti altri hanno avuto risposte: chiedevano con speranza, Eco accerchiato lo riconosce.

Cavallo brado era il linguaggio; non lo si poteva domare riponendolo in files. Il Logos dice l’intero, il mondo dell’uomo in tutte le sfumature perché ascolta ed esprime, la dolcezza e perdizione, l’inguaribile e maledetta pesantezza: indica la luce quando c’è la sgroppata e la caduta, l’evento della vita. Umberto Eco in due gialli ha mostrato due diverse volontà di affabulazione, prima il dominio dell’enigma delle passioni tra i libri, poi la ricerca per trovare il nome dell’enigma insolubile dell’eterno tentatore, che trasforma sempre il reale in Caso.

Eco ha sceneggiato l’incontro col diavolo, per darne il nome, in un wargame di possessioni e sette, a metà tra Far West e Palinsesti, Cartapecore e Grandi Vecchi nel gran volteggiare di cappe e croci. Ne risulta una teoria della cospirazione – CHI detiene il potere organizza il mondo come lo spirito di Laplace, abolisce il Caso dandogli forma – visto che a domanda giusta oggi (dice Popper) non è quella del perché e del chi ma del come: ecco, dai files viene fuori che il come è chiaro. È il Potere dell’affabulazione (oggi si dice story telling): cioè: “se inventando un Piano gli altri lo realizzano, il Piano è come se ci fosse, anzi ormai c’è” (p.490). E allora va detto che “Bembo così aveva creato il principio di realtà” (p.417). Bembo si è divinizzato, è autore di sé stesso nel Grand Jeu del Globe.

Intellettuali che non credono in nulla, muovono nel mondo vuoto di credenze. Ciò trasforma in scherzo l’interpretazione e l’azione conseguente. Pur di evitare il procedere discontinuo della storia con una fede, s’inventa una qualsiasi filosofia della storia. Il pendolo diventa l’organo di questa maledizione che individua l’Onfalo, l’Ombelico del mondo, il Luogo privilegiato del Cosmo ove avverrà l’incoronazione del Re del Mondo, se infine giungerà al luogo fatale: ciò indicano menhir, obelischi, statue dell’isola di Pasqua: e perché no, Statua della Libertà e Tour Eiffel. Eco ridacchia con gli ‘scopritori del marchingegno – che, però, si rivela VERO.

Perché comunque sono riusciti ad avere un segreto. Ed ecco che il mondo comincia a ruotare nel fumo d’una nebbia, sogno e meraviglia, e si conforma al VERO. Bembo cade, vittima sublime e sacrificale del suo stesso sogno. Casaubon, il terzo cavaliere, il sopravvissuto narrante che aveva trovato per esorcismo l’erba scacciadiavoli (pp.345-6): la donna, il figlio, il sapore di pesche / maddalene, la chiave del Regno (p.508) – non è stato trattenuto a lungo in questo “essere così vuoto e fragile” (p.493) e torna alla caduta libera, alla leggerezza del significato.

Al di là del vestito da Grand Guignol di Ruschdie, il Tentator loquace di Eco recupera l’immaginario collettivo in un fitto gioco di sadismi e satanicherie, con mille colori medievali, con tante tante parole per dirlo. Non c’è in questa lunga via la ricerca appassionata e acuta di Proust, Musil, Joyce, Woolf, di riscoprire il valore della parola.

Divertimenti nichilistici, scherzi della disperazione, delineano questa parola fine a se stessa che è una nuova Orgia, insensata ed impudica, spensierata e cattivante, che chiede bagni di sangue più ancora che di vino, per sentire ancora un po’ del dimenticato gusto della vita.

Scrivere tanto più che una ricerca è la bandiera del filosofo semiologo, che ha raggiunto la sua conclusione: la verità non si raggiunge con “il sogno della scienza, che di essere ve ne sia poco, concentrato e dicibile, E=mc2. Errore. Per salvarsi sin dall’inizio dell’eternità è necessario volere che ci sia un essere a vanvera. Come un serpente annodato da un marinaio alcoolizzato. Inestricabile. Inventare, forsennatamente inventare, senza badare ai nessi, da non riuscire più a fare un riassunto. Un semplice gioco a staffetta tra emblemi, ma che dica l’altro, senza sosta. Scomporre il mondo in una sarabanda di anagrammi a catena”(p.416).

Ma affabulare si può senza un senso? Dai files di Bembo deriva solo l’angoscia del leggere, una gran confusione per nulla – o meglio per niente. Perché il nulla è una cosa seria, dicono gli orientali, è il tutto da cui viene ogni cosa, il mistero fecondo, che però ovviamente non può essere rivelato da Satan, né dal Pendolo di un aut aut che non sa costruire. Andando sempre avanti per questa via non si trova che il mixage, come appunto accade nello story telling. I grandi narratori sanno esprimere l’unità, il loro vero, una sola parola racchiude il senso di un’opera filosofica, diceva qualcuno, è la chiave d’oro per capire. Quando Arimane, il nemico di Zarathustra, si asside potente nel suo odierno trono, rivela nel silenzio il suo nome, il vuoto del senso di mille parole.

Il nichilismo così si ripropone all’interno del linguaggio, nella perdita di senso della parola: non resta che offrire sacrifici a Mitra o a Baal. Marte più che Dioniso domina la nuova faccia del niente.

 

[1] Eco, Ruschdie e dintorni, in “Il Cristallo”, XXXII, 1990, 2, pp.59-66 – Umberto Eco mi inviò un libretto che pubblicava per gli amici. Qui ne riprendo il tema: ma il libro chiave per me, oltre ai filosofici, è La Misteriosa fiamma della regina Luana, in cui Eco riflette da par suo sull’immagine.

W editoriale 2-16 Umberto Eco

Un costruttore di Pace. Il Mediterraneo e la Palestina nella politica estera di Aldo Moro.

di Francesco Villano

Aldo Moro
Aldo Moro

Il libro così intitolato, scritto dal Prof. Gennaro Salzano ed edito da Guida nel 2015, fa riferimento ad una fase della politica estera italiana, che va dal 1969 al 1974, e ad un grande statista, Aldo Moro, che di quella fase, in qualità di ministro degli esteri, a parte la parentesi di Giuseppe Medici nel secondo governo Andreotti, fu l’indiscusso protagonista. Un periodo in cui il nostro Paese dimostrò di avere la “schiena dritta”, in particolare rispetto alle due superpotenze, gli Stati uniti e l’Unione Sovietica; una fase della storia recente che ci vide all’avanguardia nella ricerca, formulazione e attuazione, per quanto possibile, di una nostra, indipendente e “originale” politica estera, in particolare per quanto riguarda il Mediterraneo e la Palestina. Un agire ispirato sia dai più alti valori della nostra tradizione culturale, cristiana e laica, e sia dall’interesse nazionale. Una politica caratterizzata non da un continuo braccio di ferro, da un costante contrapporsi, ma dalla ricerca del bene comune, della prosperità e giustizia per tutti i Paesi, in un clima di crescente fiducia e rispetto reciproci, in una fase della storia mondiale caratterizzata tra l’altro dalla fase finale della decolonizzazione e acquisizione di sovranità da parte di tanti Paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Come ci ricorda l’autore, il periodo della permanenza di Aldo Moro alla Farnesina vide la sua fase più critica nell’ottobre del 1973, con due eventi cruciali per gli equilibri internazionali. Il primo: dal 6 al 25 ottobre si ebbe la cosiddetta guerra dello Yom Kippur, o dell’espiazione, perché scoppiata nel giorno del perdono, una delle più importanti feste religiose del popolo ebraico e che vide l’Egitto e la Siria aggredire Israele, in quello che sarà il quarto conflitto arabo-israeliano, a partire dalla fondazione dello Stato di Israele, avvenuta il 14 maggio del 1948. Il secondo, direttamente conseguente al primo: il 17 ottobre i Paesi produttori di petrolio (OPEC), con l’Arabia Saudita in testa, decisero di aumentare il costo dell’oro nero, fino a quadruplicarlo, e di attuare un embargo verso quei Paesi che sostenevano Israele nella guerra in corso. Il petrolio divenne un vero e proprio strumento di pressione nel conflitto in atto, ma determinò anche una nuova presa di coscienza nei Paesi “consumatori”, che si accorsero improvvisamente che il combustibile del motore del loro sviluppo economico e industriale era in mani ostili. Moro, in tale frangente, impresse alla politica italiana notevoli impulsi, tali da marcare una posizione nettamente autonoma rispetto all’alleato americano (giova ricordare che l’Italia era ed è un membro della NATO, dell’Alleanza Atlantica), sì da darle un ruolo centrale nello sviluppo del successivo dialogo con il mondo arabo e soprattutto una strategia che rese il nostro Paese uno dei più acuti protagonisti del dibattito sul futuro del Medio Oriente. In realtà Moro si poneva alla sequela di una linea politica filo-araba e mediterranea che era stata già caratteristica di Amintore Fanfani, uno dei padri della Democrazia Cristiana e grande statista della prima repubblica, ma che aveva capisaldi politici e culturali in Giorgio La Pira, Enrico Mattei e Giovanni Gronchi. La Pira, il celebre sindaco di Firenze che negli anni cinquanta, oltre ad aver fondato la prima Amicizia Ebraico Cristiana d’Italia, organizzava, profeticamente, gli ”Incontri mediterranei”, dove intellettuali, giornalisti e politici, sia di diverso orientamento che di diversa nazionalità e credo religioso potevano incontrarsi e discutere. Quindi si sperimentava anche un dialogo interreligioso ante litteram, ben prima degli esiti del Concilio Vaticano II (1962-1965), ed in particolare della Dichiarazione Nostra Aetate, pietra angolare del nuovo corso della Chiesa Cattolica rispetto non solo agli ebrei, ma a tutti i seguaci delle altre religioni. Enrico Mattei, il “padre” dell’ENI, che tanto si era battuto per rompere la logica neocolonialista attuata dalle ”sette sorelle” a discapito sia dei Paesi arabo-islamici produttori di petrolio, sia dei nostri interessi nazionali. Ancora oggi, in Iran, grande è la stima del nostro “ingegnere”. Giovanni Gronchi. l’ex presidente della repubblica, fondatore della D.C. e leader della corrente di sinistra del partito. Bisogna ricordare anche che quelli sono gli anni della nascita dei grandi movimenti pacifisti in occidente, gli anni che avevano appena visto l’azione profetica di Papa Giovanni XXIII e quella carismatica di John Fitzgerald Kennedy, gli anni in cui Paolo VI emanò l’enciclica Populorum Progressio (1967), sul sottosviluppo ed emancipazione del terzo mondo. Il problema della pace e della cooperazione tra popoli, civiltà e culture nel Mediterraneo, ma non solo, era, in quel periodo, al centro dell’attenzione della parte migliore dell’intelligenza cattolica. A questo filone di idee, a questa matrice politico-culturale Moro apparteneva pienamente, per formazione e convinzione. Inoltre questa visione si sposava completamente con la sua concezione dell’area mediterranea con la quale, attraverso una serie di viaggi, aveva iniziato a tessere una fitta rete di rapporti, con alti e bassi (esproprio dei beni italiani in Libia) sin dal 1970. Egli auspicava una comunità solidale tra i Paesi delle due sponde (Nord-Sud), che facendo corpo unico con la Comunità europea, si inserisse nella dialettica, nella contrapposizione tra Est e Ovest, tra Stati Uniti e Unione Sovietica, cifra della guerra fredda. Contrapposizione che tendeva, spesso riuscendovi, a determinare le sorti, le aspirazioni, le aspettative di buona parte dei Paesi del mondo. Si doveva avere la forza e la determinazione di portare avanti e promuovere tale rivendicazione all’interno dell’Alleanza Atlantica, quindi non come opposizione ad essa, ma come allargamento della visione geostrategica della stessa. Nel discorso che fece all’ONU, alla XXIV sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, è esplicitato chiaramente il punto di vista di Aldo Moro, in quella che fu definita: “la dottrina italiana per la pace”: “…la costruzione della pace non può più, infatti, ridursi al controllo dei conflitti armati, ma comporta anche la progressiva eliminazione di squilibri economici, sociali e tecnologici che operano come fattori di instabilità e di disordine nella vita internazionale. Ritengo che, partendo da questa concezione integrale della pace, si dovrebbe promuovere un rafforzamento delle Nazioni Unite, sul piano istituzionale, organizzativo e metodologico”. Insomma, un altro protagonista della politica mondiale che andasse ad affiancare le due superpotenze. Parallelamente a ciò, in un periodo storico che, mutatis mutandis, sembra per tanti versi una fotocopia di quello che stiamo tuttora vivendo, egli auspicava l’indispensabile unità politica dell’Europa, l’unica che potesse dare la forza di attuazione ad un’autonoma visione geostrategica. La forza economica, da sola, non portava e non porta lontano! Ed ancora, come ci ricorda Salzano: Moro, con grande lungimiranza, quasi capacità profetica, richiamava l’attenzione sul fatto che non si sarebbe mai potuto avere un’Europa sicura senza un Mediterraneo sicuro, e quindi senza un accordo con il mondo arabo. Concretamente si trattava di indire una Conferenza per la sicurezza e la cooperazione nel Mediterraneo, sì da far riprendere a pieno ritmo, così com’era accaduto per secoli, i contatti e i traffici tra i popoli delle diverse sponde di questo mare. Non ci dimentichiamo che fino alla scoperta dell’America e poi con il successivo spostamento del baricentro politico dell’Europa verso il centro nord del continente, le due sponde del Mediterraneo avevano condiviso per secoli un comune dato antropologico.

Si evince facilmente come tali posizioni andassero a scontrarsi con la linea politica portata avanti dagli Sati Uniti ed in particolare da Henry Kissinger, prima come Consigliere per la sicurezza nazionale e poi come Segretario di Stato dei presidenti Nixon e Ford. Il suo privilegiare costantemente lo scontro, il confronto frontale delle posizioni, nella logica dei blocchi contrapposti era alquanto lontano dalla ricerca dei punti di convergenza e dialogo dell’agire di Moro. Dal 1973 in poi il conflitto assumerà dei toni accesi e la scintilla sarà data dal rifiuto italiano di concedere le basi italiane della Nato per far attuare un ponte aereo che permettesse di rifornire Israele. Per chiarezza e completezza bisogna ricordare che il conflitto con gli americani riguardava sì la diversità di vedute ed azioni per il Medio Oriente, ma anche e soprattutto aspetti della politica interna al nostro Paese: il dialogo con la seconda forza politica italiana, il Partito Comunista, con il quale invece Moro riuscì a stabilire un’unità di intenti nell’agire dell’Italia in politica estera, sia per quanto riguarda il Medio Oriente ed il Mediterraneo, sia per la nuova presa di coscienza che stava maturando rispetto al popolo palestinese e che prese la denominazione di: “Questione Palestinese”, al centro della quale c’era la richiesta di attuazione, fino ad allora sempre disattesa, della risoluzione ONU n° 242 del 22-11-1967, con la quale si intimava allo Stato di Israele di ritirarsi dai Territori Occupati con la guerra dei sei giorni del giugno del 1967. L’Italia riconosceva in questa non attuazione una delle cause della guerra in corso. La posizione dell’Italia era mediana rispetto al conflitto. Né a favore, né contro l’uno o l’altro dei contendenti, ma operante “nel mezzo”, per una ricerca di una pace giusta. Oltre a dissentire da questa strategia, per Kissinger e soci il timore più grande era rappresentato da un eventuale ingresso dei comunisti al governo, cosa che andava assolutamente evitata!

Proprio Kissinger, come ci ricorda Salzano, in un ricevimento a Villa Madama svoltosi in quel periodo, ebbe a dire: ”Dovrà forse venire il giorno in cui sarà necessario convocare l’ambasciatore Volpe e dirgli: caro Volpe è giunto il momento di inviare un generale al posto tuo?” Un’affermazione da non prendere assolutamente sottogamba, dato che a farla era chi aveva sostenuto in Cile la fine dell’esperienza del governo socialista di Salvador Allende (con la sua uccisione), l’11 settembre sempre di quel fatidico anno, il 1973. Kissinger più di una volta aveva sottolineato le affinità tra la situazione cilena e quella italiana. E’ del 1974, invece, dal ritorno dagli Stati Uniti dove aveva accompagnato il Presidente Giovanni Leone, una confidenza fatta da Moro alla signora Eleonora, sua moglie, (testimoniata da quest’ultima alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio del marito), sul tenore della quale, di cui il marito non le precisò l’autore, c’è da rabbrividire: “Onorevole lei deve smettere di perseguire il suo piano politico di portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente. Qui, o lei smette di fare quella cosa o lei la pagherà cara”. Del resto Kissinger riteneva Moro un eterodosso dell’atlantismo oltre che uno troppo amico dei comunisti!

Queste sintetiche considerazioni sul pregevole lavoro del prof. Salzano, che mi ha molto arricchito, sono solo degli spunti di riflessione che ovviamente rimandano alla lettura del testo, denso per quantità e qualità di temi trattati (vedi tra l’altro i capitoli su: “il dibattito parlamentare sulla guerra”, che ci da uno spaccato della vivace e variegata realtà politica italiana del tempo; e su: ”l’Europa nel dibattito sulla guerra dello Yom Kippur”, che evidenzia il proporsi dell’idea di Moro di un’Europa come terzo polo politico sullo scenario mondiale). Nella seconda parte del libro vi è un’Appendice nella quale sono raccolti, tra l’altro, alcuni dei più significativi discorsi tenuti da Aldo Moro nel periodo in questione.

GF recensioni VILLANO Un costruttore di Pace. Il Mediterraneo e la Palestina nella politica estera di Aldo Moro.

Un pensatore d’immagini: Giordano Bruno – I Giordanisti

di C. Gily Reda

Pavimento del Duomo di Siena
Pavimento del Duomo di Siena

L’esistenza dei Giordanisti va guardata da questa speciale prospettiva d’immagine, che pone l’attenzione su Ermete Trismegisto laggiù, nel pavimento del Duomo di Siena.

Perché l’ermetismo di Bruno e dei Rinascimentali, magico ed irenico, viveva di tradizione ma la riviveva in modo nuovo, in una nuova concezione della vita in divenire. Una idea della scienza che si mantenne nel pensiero moderno, sotto una fitta coltre di aritmetica ed illuminismo; nel 900 è sbocciata – nata nella grande arte Rinascimentale, si esprime davvero nella forma non formata delle Avanguardie.

La scienza moderna col suo calcolo ha imboccato col calcolo infinitesimale e le geometrie non euclidee la via che l’ha condotta alla relatività ed all’indeterminismo, teorie che per tanti rispetti assomigliano più alla magia che alla legislazione scientifica moderna. La scoperta delle onde gravitazionali di Einstein ha avuto proprio in questi giorni un riscontro interessante. L’avrebbe accettato Galilei? Forse sì, visto che era un astronomo-astrologo, come tutti allora, autore anche di oroscopi (purtroppo per lui, sfortunati). Bruno anche era tale, viveva spiegando l’astronomia di Copernico, cui si riteneva però superiore perché filosofo: cioè uno che si confronta con la coerenza ideale e giunge a conclusioni – sulla base di un’armonia generale riconosciuta anche dai Pitagorici quando parlavano della matematica del numero aureo o della musica delle sfere.

Sulla base di questa superiorità, Bruno affermava l’infinito seguendo le tesi di Nicolò Cusano Vescovo di Bressanone – mentre Copernico poteva parlare della rivoluzione celeste ma non affermare l’infinito senza esperimento e prova. L’epistemologia di oggi direbbe che Bruno è scienziato nel senso della logica della ricerca, cha parte da una tesi e riflette l’intero da un punto di vista; Copernico è scienziato dal punto di vista del metodo matematico. Per K. R. Popper, sono i due momenti della vita della scienza, quello della scoperta e quello della corroborazione delle ipotesi.

Nel ‘500 astronomia ed astrologia erano oggetto di una unica scienza che si occupava delle stelle e delle costellazioni, sulla base di osservazioni e storie bi- e quadri-millenarie; l’introduzione del numero aritmetico come unica via di conoscenza, tipica del pensiero moderno, ha reso la scienza velocissima ma poco attenta al mistero ch’è l’altra parte del cosmo: così si spiega il cambio di paradigma del 900, che con la relatività generale e l’indeterminismo ha recuperato l’unità, il parimpari, da cui nascono tutti i numeri, e che è, dice il nome pitagorico, né pari né dispari. L’unità consente di trovare le vie della pace, porsi davanti alla storia con un aut aut, se non sei amico sei nemico, non giova alla fraternità. Ecco il legame che unisce le speculazioni astronomiche alla teoria e pratica della pace che suscitò consenso intorno a Bruno, suggerendogli, nel odno delle nuove religioni, di costituire anche lui una setta, ispirata però alla pace, al riconoscimento di quel che c’è di comune tra le religioni. È il tempo in cui nasce il Giusnaturalismo e l’Utopia ad opera dei tanti perseguitati per motivi religiosi, di cui Giordano Bruno è certamente l’eroe.

Ma da tempo i dotti si chiedevano, come Pico della Mirandola: ma dove stanno tutte queste differenze tra le religioni? Certo, ce ne sono, ma non sono tanto grandi come quelle tra chi crede e chi non crede e perciò uccide, tortura e si abbandona alle sue sregolatezza. Tra chi è solidale verso il debole e chi lo perseguita c’è la vera differenza, divide chi crede nell’Anima del Mondo, comunque la appelli. Ciò non intende chi fa la guerra di religione, che pensa al potere di una Chiesa ed è costretto perciò a ben altre considerazioni, non religiose. È il problema dei fondamentalismi – allora erano ugonotti – luterani – anglicani… e anche forse gallicani e Catto-Asburgo (il continuo conflitto Papa Impero allora placato in Carlo V) che consolidavano le proprie nazioni. A tutto ciò si opponeva l’irenismo di tanti intellettuali che negli studi meditavano un’altra idea di Dio e dell’uomo, edificando la forza del diritto internazionale.

Ed ecco perché era un’azione politica di tipo diverso la creazione di una setta, i Giordanisti, di cui si notizia certa perché è lo stesso Bruno a parlarne a Mocenigo, come si confermò al processo di Giordano Bruno, durato dieci anni. Si ha anche certezza dell’azione pubblicitaria di Dicsonio, un personaggio dei dialoghi italiani (Dickson, già presente a Londra); di Toland, il celebre deista inglese che tradusse e diffuse il dialogo di Bruno dedicato alla necessità di cambiare la religione tradizionale, chiamato Lo spaccio della Bestia Trionfante.

Una conferma indiretta è l’atteggiamento di Bruno di non abiurare, come fecero Galilei e Campanella; ciò parve strano già ai contemporanei, sia che lo ritenessero a torto ateo – mentre era religiosissimo, nel nome del Dio Ignoto che S. Paolo riconobbe ad Atene – come a chi lo riteneva giustamente un non cattolico che aveva gettato alle ortiche la sua tonaca di frate domenicano ed aveva girato l’Europa di tutte le diverse religioni ereticali. Diceva anche messa a Londra all’ambasciata francese: la sua disobbedienza e mancanza di rispetto del detto papale era antica… perché non salvarsi la vita? per quell’unica affermazione che non rinnegò mai (che Dio è il nocchiero della nave del mondo, coinvolto nel suo divenire). Il suo atteggiamento al processo si spiega se si pensa agli amici lontani cui vuole raccomandare fede e coraggio. I Giordanisti consistono di poco più del nome, ma dal 1610-16 ci sono le attestazioni della setta dei Rosacroce, che per tante cose condivide le idee di Bruno: lo documenta Frances Yates, che ha scoperto alla Warburg Library la grande importanza de pensiero mnemonico ed ermetico di Bruno.

Lo spaccio della Bestia Trionfante è il manifesto del rinnovamento religioso proposto. Si narra la favola nel teatro della religione politeista greco romana. Finita da mille anni e più, figura in scena tutte le religioni che tramontano. Bisogna sì tirar giù gli dei, ma anche meditare i nuovi valori: è questo il teatro in cui tanti valori si rinnovano e prendo la vita del tempo attuale.

Morta da tempo ma ancora così viva nell’arte e nella cultura dell’epoca, la religione di Giove e Giunone reggeva bene la satira teatrale, gli Dei erano capaci di ironia e riso; consentivano a Bruno di mettere in metafora la necessaria fine degli dei, contro dogmi e violenze. Contro il sereno accogliente Olimpo, le guerre ammantate di religione ripropongono il problema dei valori al filosofo: che risponde distruggendo e ricreando il cosmo dei valori del tempo.

W iconologia GILY Un pensatore d’immagini Giordano Bruno – I Giordanisti

Scelte educative e culturali a scuola e rapporto forma-contenuti

di Franco Blezza

Jan Amos Komenský
Jan Amos Komenský

È’ esperienza comune, di uomini di scuola, di pedagogisti e di educatori come di chiunque abbia attenzione per l’evoluzione culturale della nostra società, un progressivo calo nelle abilità linguistiche, operativamente nelle capacità di impiego dell’espressione verbale, da parte delle ultime generazioni.

Si denunciano, in L1, abusi di brachilogie, anacoluti sistematici, lacune di tipo grammaticale ed ancor più gravi di tipo sintattico (si pensi alla tendenziale scomparsa del congiuntivo, caratteristica così peculiare della lingua italiana), vocabolari personali ristrettissimi a poche centinaia di parole e loro impieghi impropri, infarciti di barbarismi ed idiotismi spesso inutili, ed ancor più spesso scorretti o maccheronici, scadimenti gergali di solito dalla trasferibilità virtuale limitatissima, abuso dei luoghi comuni più di moda al tempo con strascichi temporalmente prolungati, e così via. Lasciamo ai linguisti una disamina più dettagliata e particolareggiata, ma il problema è evidente a tutti ed è di competenza pedagogica diretta.

Né questo trova una qualche forma di compensazione nelle parlate locali, salvo al più alcune realtà particolari, ad esempio nei casi relativamente ai quali non si può impiegare il termine “dialetto” bensì si deve individuare l’esistenza di una vera e propria lingua alternativa all’italiano, che può essere la vera L1 che ha un qualche paese estero nella quale è ufficiale (tedesco, sloveno, catalano, albanese, …: e siano pure in loro versioni non del tutto aderenti a quelle eventualmente presenti in altre nazioni), od una L1 la quale non ha una nazione esterna di riferimento e si affianca alla lingua italiana senza che si possa parlare di L2 né per l’una né per l’altra (franco-provenzale, occitano, friulano e carnico, sardo, ladino, …). Con termine tecnico: né per entità linguistiche “peninsulari” né per entità linguistiche “insulari”.

Del resto, non sarebbe difficile rendersi conto che anche per la L2 vera e propria, e per le eventuali L3 e, talvolta, Ln, la situazione è tale da richiedere attente riflessioni e revisioni di fondo. Al di là della maggiore o minore aderenza a certi standard prefissati, le Performance o si mantengono entro binari scolastici nel senso più stretto e limitativo possibile, oppure scadono ad impieghi minimali paragonabili a quelli sopra accennati per la L1.

Ci si può illudere che questo problema sia tutto interno agli equilibri tra i diversi linguaggi: i nostri ragazzi non sono (o non sono più) adeguatamente periti nell’impiego del vettore linguistico, in quanto lo strapotere dei nuovi media sposta l’attenzione dell’impiego su tutta una gamma di linguaggi non verbali. Detta così, potrebbe anche essere un’evoluzione apprezzabile e persino preziosa, se davvero i nostri ragazzi diventassero capaci di esprimere pienamente secondo un ventaglio di linguaggi diversi, cioè attraverso la multimedialità, quanto un tempo ci si proponeva di insegnare alle generazioni precedenti di esprimersi con il solo vettore linguistico, o essenzialmente connesso impiegando altri lettori in forma ausiliaria, ad esempio solo in alcuni casi il linguaggio iconico, l’ho scritto con un disegno.

Ma così non è. La fruizione della multimedialità e della enorme ricchezza di linguaggi oggi disponibile può funzionare, forse, nel verso della ricezione, e anche su questo sono leciti dubbi e perplessità. Si asseriscono limiti invalicabili alle facoltà di attenzione dei nostri ragazzi, per poi vederli clamorosamente e vistosamente superati nella pratica dei Videogames e in quella dei Social network. Nel secondo caso la povertà linguistica è ancora più evidente, a malapena nascosta da un impiego compulsivo delle fotografie e della condivisione di immagini passive mente recepite; nel primo caso praticamente non c’è alcuna espressione da parte dell’utente-giocatore. I “nuovi linguaggi”, insomma, nella realtà attuale digitalizzata e interconnessa, fanno lamentare esattamente negli stessi limiti nelle capacità espositive e comunicative delle giovani generazioni che possiamo rilevare per quanto riguarda il vettore verbale e linguistico, se non accentuati in forma più grave e comunque maggiormente preoccupante.

Riguardo a tutto ciò, va osservato che tale processo involutivo ha luogo in permanente presenza di una scuola nella quale le discipline linguistiche e formali seguitano (dai tempi di Gentile) ad avere spazi ed attenzioni superiori in modo spropositato rispetto a tutte le altre. Ciò, senza che nessuno oggi avanzi per tali scompensi alcuna motivazione, se non puramente pro forma e dalla consistenza evanescente. Anzi, spesso si incontrano “sperimentazioni” o presunte tali nelle quali le materie linguistiche formali vengono ulteriormente aumentate (per esempio con lo studio di una seconda lingua straniera, o di una terza, con l’introduzione o la maggiorazione di linguaggi non verbali come quello iconico o quello musicale, con l’introduzione di qualche forma di informatica gestionale che è a sua volta disciplina espressiva e formale, senza la benché minima attenzione per un equilibrio complessivo tra tutte le varie e differenti materie linguistiche, espressive e formali, da un lato, e dagli altri lati le materie scientifiche della natura e della cultura e le materie tecniche), cioè operatori scolastici più gentiliani di Gentile, anche quelli che ieri spingerebbero la propria ottemperanza alle scelte di fondo di Giovanni Gentile.

Si potrebbe compiere, a questo riguardo e consimili strumenti concettuali, da una disamina sulla scuola “dopo Gentile”, partendo ad esempio dalle riforme intercorse tra i primi anni ’70 e i primi anni ’90, cioè della fine della cosiddetta “prima Repubblica” che integrano una sorta di riforma organica gradualista e per piccoli passi che ha lasciato fuori la scuola superiore la cui riforma è stata supplita da un impiego disinvolto della sperimentazione; che si potrebbero seguire i frenetici avvicendamenti di riforme più o meno “organiche” che hanno segnato i due decenni della cosiddetta “seconda Repubblica” e non sono ancora terminati. Per tutta l’istruzione pre-universitaria, a partire dalla scuola dell’infanzia, con tutti i distinguo che si possono operare, non c’è mai stata neppure la progettualità o un lontano obiettivo a termine lungo quanto si voglia, di costruire una scuola nella quale siano almeno ripartiti gli orari e le risorse in modo paritario tra i quattro ordini di materie o discipline:

  1. area espressiva e formale:
  2. area delle scienze umane e sociali;
  3. area delle scienze naturali;
  4. area della tecnica.

E si presti bene attenzione all’evidenza secondo la quale qualsiasi sviluppo didattico delle aree II, III e IV comporta un ricorso è essenziale è di fondamentale importanza di tutto quanto attiene all’area I; mentre non vale viceversa, in tutta evidenza.

Si potrebbe compiere, a questo riguardo e consimili strumenti concettuali, da una disamina sulla scuola “dopo Gentile”, partendo ad esempio dalle riforme intercorse tra i primi anni ’70 e i primi anni ’90, cioè della fine della cosiddetta “prima Repubblica” che integrano una sorta di riforma organica gradualista e per piccoli passi che ha lasciato fuori la scuola superiore la cui riforma è stata supplita da un impiego disinvolto della sperimentazione; che si potrebbero seguire i frenetici avvicendamenti di riforme più o meno “organiche” che hanno segnato i due decenni della cosiddetta “seconda Repubblica” e non sono ancora terminati. Per tutta l’istruzione pre-universitaria, a partire dalla scuola dell’infanzia, con tutti i distinguo che si possono operare, non c’è mai stata neppure la progettualità o un lontano obiettivo a termine lungo quanto si voglia, di costruire una scuola nella quale siano almeno ripartiti gli orari e le risorse in modo paritario tra i quattro ordini di materie o discipline:

  1. area espressiva e formale:
  2. area delle scienze umane e sociali;
  3. area delle scienze naturali;
  4. area della tecnica.

E si presti bene attenzione all’evidenza secondo la quale qualsiasi sviluppo didattico delle aree II, III e IV comporta un ricorso è essenziale è di fondamentale importanza di tutto quanto attiene all’area I; mentre non vale viceversa, in tutta evidenza.

Comunque la si guardi, la situazione nel suo complesso si presta ad una lettura inequivoca ed estremamente chiara in tal senso: vi è una universale tendenza a far concedere la gran parte del tempo, delle risorse umane, delle energie e financo delle attenzioni alle discipline espressive e formali e, all’interno di queste, innanzitutto a quelle linguistiche, e poi a quelle logico-matematiche. Le discipline scientifico-naturalistiche sono marginali, un po’ meno lo sono quelle scientifico-antropologiche (storiche in genere, di storia umana, storia delle varie letterature, storia della filosofia, in parte anche scienze della cultura, umane e sociali), ma non sempre sono concepite ed impostate nella loro essenziale scientificità (secondo l’eredità gentiliana e neoidealista non dovevano essere scientifiche, operandosi una distinzione insuperabile tra lo studio della natura e quello della cultura, dell’uomo e della società). Le materie tecniche, poi, o si son viste ridotte a pura e semplice professionalizzazione (per lo più ormai presuntiva), o sono state limitate a presenze simboliche o addirittura annullate, malamente coprendosi tale lacuna con la riproposizione rozza ed incolta della confusione tra scienza e tecnica.

Giustamente si riconferma che chi ha come obiettivo una professionalità scientifica o tecnica, specialmente di livello universitario, deve possedere una adeguata cultura di base in campo linguistico ed espressivo, letterario, formale, ed anche storico e di altre scienze umane e sociali. Si è invece ben lontani dalla riconoscere che vale anche il reciproco: cioè che chi punta ad una professionalità nel campo linguistico, letterario, storico e delle scienze umane e sociali deve avere una cultura analoga ed altrettanto salda nel campo della tecnica e nel campo delle scienze naturali.

(continua)

GF SAGGI BLEZZA Scelte educative e culturali a scuola e rapporto forma-contenuti