Carlo Antoni e la restaurazione del diritto di natura (1)

di C.Gily Reda
federicoIIunina
Università di Napoli – Centro Studi Collingwood

Attuale? Attualissimo ripensare la storia,

i problemi di ieri sono ancora i nostri.[1]

Che lo storicismo abbia parlato di restaurazione del diritto di natura – è cosa che può stupire chi sa qualcosa di filosofia e in specie della filosofia del 900, quando l’antitesi dell’illuminismo e dello storicismo era polemica aperta. Le chiacchiere della storia di Hegel, l’incisiva e caustica definizione degli ideali che non riescono a diventare istituzioni della storia, è stata a lungo influente su Marx, sui positivismi, sugli storicismi tutti.

Ma il Novecento, il secolo breve delle mille rivoluzioni, ha reso protagonista il male alive – le foto di Auschwitz non godono più solo della pur temibile mediazione di un Goya, l’orrore è documentato dal vivo. L’illuminismo è tornato a far valere le sue ragioni, a far discutere se davvero la lotta per il trionfo della ragione possa considerarsi finita. Ha realizzato tanto in una lotta dura, altroché chiacchiere: il giusnaturalismo è nato quando nella guerra si abolivano le legislazioni, l’affermazione dei diritti umani nasceva nell’Europa delle guerre di religione, quando la morte più terribile era nei racconti dei potenti e degli umili, senza che la condanna e l’obbrobrio potessero valere altro che come lamento giobico. I diritti di natura dell’uomo furono affermati nella metafora della storia primitiva, affermarono un ideale di civiltà; tanti intellettuali ne morirono, ebbero vita grama, se non furono esperti nel larvatus prodeo. I risultati sono evidenti anche se limitati, ma non si elimina il male dal mondo; il migliorismo chiede una costante lotta per i diritti, nessuna conquista è eterna senza i suoi partigiani.

La debolezza della ragione storicista, e poi diversamente della postmoderna, sottovaluta la potenza dell’ideale e rinuncia ad assumersi la responsabilità della storia futura: fu la polemica della breve stagione del neo-illuminismo del secondo dopoguerra italiano. Ad essa Antoni sembrò non partecipare attivamente; ma sul finire della sua vita, nel 1959, argomentò le sue riflessioni in un’opera dal titolo forte, che aveva annunciato al Le Monnier dieci anni prima – quindi in collegamento è diretto.

Era una voce stridente per tutti coloro che come lui si collocavano nella scia degli studiosi amici di Croce, allora osteggiati dalle vecchie accademie gentiliane nonché dalle emergenti, sempre più marxiste ed esterofile. Era il quadro della fine degli anni ’50, che può oggi sfuggire, e che va ricordato per apprezzare la portata polemica di quel titolo, La restaurazione del diritto di natura; oggi può risultare poco rivoluzionario, tramontato lo storicismo e la sua accusa di astrattezza ai diritti di natura, come d’altronde il marxismo e la sua polemica contro le sovrastrutture culturali, oggi che sono state pubblicate nuove carte dei diritti per affermare la solidità delle idee nella sostanza lavica delle carte.

Croce a proposito degli ideali illuministi aveva parlato chiaro: Marx lo aveva emendato dalle alcinesche seduzioni della dea Giustizia e della dea Umanità, gli ideali del ’89; quando De Ruggiero nel ’46, con negli occhi l’orrore del processo di Norimberga, propose in un libro, Il Ritorno alla Ragione, il sole dell’illuminismo opponendolo al lume portatile dello storicismo, Croce ne bocciò le tesi in modo secco. Carlo Antoni meditò le argomentazioni e ne trasse spunto per un’interpretazione magistrale di Croce,[2] che molto influì su Raffaello Franchini.[3] Lo storicismo non valuta il potere dell’astratto, l’hegelismo non dà ragione della storia dei vinti; eppure la forza dei miti e delle utopie è chiara nella storia, ha una potenza d’azione più forte del potere della cultura. Astratto resta l’ideale fallito delle tante utopie della storia, ma dimostra una forza potente e generosa che guarda al futuro possibile; non si chiude nel guscio della realtà storica, non sa solo se stesso come l’Atto Puro aristotelico. In questo senso, dirà Antoni, la storia è magistra vitae, non perché insegni le leggi della storia, ma perché insegna a comprendere i valori metastorici.

L’offesa alla ragione portata dal mito ferino della razza, dimostrava insieme la potenza dell’astratto nell’azione storica e la possibile caduta del mito in mani indegne; urgente meditare il valore, sostiene Antoni, ma non uscire dallo storicismo:

“Una mediazione, come sembra la vagheggiasse Guido de Ruggiero, tra storicismo e illuminismo, non è certamente possibile nei termini di un compromesso tra l’esprit de finesse e l’esprit de geometrie: è possibile soltanto un approfondimento della ‘verità’ che lo storicismo va incessantemente scoprendo nella sua visione dinamica della storia, che è poi la stessa fenomenologia della vita”.[4]

È interessante tornare su questa strada, dove molte sono le voci attuali, per chiarire come si può restare ben fermi nella storia presente e battersi per gli ideali, senza contraddizione.

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Una piccola divagazione: in realtà De Ruggiero poneva nel ’46 il problema della teoria dell’azione, che lo accompagnava dall’inizio. Lo storicismo non teorizza il “momento vitale del superamento della storia” nel nuovo fare “che porta al fuoco dell’azione un contenuto storico posseduto e unificato dalla coscienza dell’agente”,[5] che sa “fondere in un sol getto la ragione storica e la ragione metastorica”.[6] Le potenze del fare di Croce, le categorie che si attiverebbero nell’azione, non sono una teoria politica sufficiente – aveva scritto nel 1925, nella parte teorica della Storia del liberalismo europeo:[7] occorrono quei programmi, politiche, definizioni di partiti che Croce l’anno prima (Etica e Politica) aveva rifiutato.

De Ruggiero aveva proseguito negli anni ’30 parlando delle delle res agendae, dei compiti da assumere che fondano nella fede nelle idee della coscienza storica: il futuro non è solo un rischio, non richiede solo genialità ed estro, è un’idea maturata, una convinzione, un entusiasmo ragionevole che dà il coraggio di entrare in gioco e di non peccare per omissione. Il valore è la causa efficiente che fa la storia, lo spirito soggettivo che si oggettiva nella possibilità; è il come se kantiano della Critica del giudizio trasformato in causa finale, formale e materiale nell’impulso: “la forza dell’impulso è l’attrazione di una meta che acquista l’efficacia dell’impulso”, un uroboro magico, l’athanor che fonda in se stesso un’azione che non è né temerarietà né attivismo.

È “l’esigenza di un riconoscimento, di un rispetto, di una solidarietà reciproca, che eleva progressivamente la misura del valore e la norma ideale dell’azione”: è la “legge di coerenza a un mondo più alto”.[8] “La proiezione di un’esigenza soggettiva” che vuole collaborare ad un sistema assumendo una missione,[9] perseguita con la forza costruttiva del lavoro in una dinamica oggettiva.[10]

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Ma torniamo ad Antoni: la sua via è ripensare il rapporto di etica e politica; non va ripreso l’illuminismo, proposta una nuova ideologia, un mito, un fulgido ideale dotato di energheia ed enargheia, avrebbe detto Aristotele, di forza e insieme di immagine potente. Si rischierebbe di cadere nell’estetizzazione della politica e vagheggiare utopie.[11]

Sembra a questo punto evidente quanto sia attuale questa discussione di cinquant’anni fa.

Ripensare il rapporto di etica e politica vuol dire mettere il riflettore sull’anima stessa dell’azione: ha forse lo stesso metodo e categorie della verità? La risposta di Croce nella logica è chiara: sono distinte. Ma perché allora non prosegue nell’argomentazione dell’azione politica? L’anima stessa dell’azione, la categoria che diventa potenza del fare, se si comporta come la logica, non può accettare l’astratto, vuole il giudizio storico, il giudizio individuale – ed ecco il sofisma, il doppio significato del termine individuale – che pare far rientrare nella sua integrità la persona agente. Mentre giudizio individuale è la definizione del giudizio storico, e quindi della historia rerum gestarum; le res gestae spettano alla pratica; il giudizio individuale si dà su documenti e fatti accertati, non è la storia con i se del presente e del futuro. Ecco che si presenta la storia vivente e la sua azione, ma la sua diversità non è degna di teoria.

Come accade quindi che il giudizio storico acquisti carattere di comando e conduca alla catarsi pratica che cambia la storia? Esclusa la motivazione personale, il problema è la nascita della ricerca ma non la conclusione; esclusa l’historia magistra vitae di chi cerca le leggi della storia (marxisti e positivisti), resta il deus ex machina, l’etica: ed ecco l’ammirevole e tragica forza drammatica del ripensamento crociano del 1924, in risposta alle leggi liberticide promulgate da Mussolini dopo il delitto Matteotti: Croce diventa un oppositore del fascismo fino alla fine. Perché anche qualora l’economia – autonoma forma dello spirito – imponesse la decisione di negare la libertà dei cittadini, l’etica politica dell’uomo d’azione vi si oppone. Azione eroica ed affascinante, ma che turba l’equilibrio del sistema con la teoria etico-politica.

Ciò contraddice la rivoluzione crociana di aver per primo posto l’utile nella triade dei valori sommi, bello vero bene, la kalokagathia greca. Machiavelli e Marx insegnato a non sottovalutare le forze della storia, la teoria innova l’equilibrio della cultura, che scompare però se non si completa il ragionamento. Per Antoni occorre insistere sull’utile come valore autonomo e non trasvalutarlo, per uscire dalla crisi paralizzante dello storicismo che non trova la ragione per uscire dal passato. Perché il valore dell’utile non è l’etica, come conclude l’etico-politica: è l’utile stesso nel suo senso positivo. Altrimenti la demoniaca forza imbrigliata seguita ad essere ammaestrata con le avemarie.

Il preteso livellamento dei valori che così l’utile sembra avere, forse perché come vitalità – come dirà alla fine Croce – è un tutto-in-tutto, è incongruo con la sua stessa palese natura, l’economia dà ad ogni cosa addirittura un prezzo computabile – è di certo il campo in cui il tutto va bene è del tutto fuori campo, la polarizzazione positivo-negativo è forte quanto mai. Qui la lotta procede a pugni chiusi: non serve cassare il volto demoniaco inserendolo nel triangolo divino, occorre capire ed argomentare il valore della ragione utilitaria. Insomma, occorre portare nottole ad Atene: Antoni rimprovera a Croce di non distinguere il valore dell’utile, la ragione dell’astratto che sa piegare il mondo ai propri fini.

L’utile è un valore umano perché nel suo procedere ha chiari i suoi fini. Non è solo l’astuzia della ragione hegeliana o la Provedenza vichiana a dare forza a quelle scelte che, seguendo il noto esempio vichiano, portano dalla cura dei figli alla vita sociale: la civilizzazione consegue se si sceglie l’utile più alto di valore, comunitario, cui si collabora anche a costo dell’utile immediato. Oggi le neuroscienze (Varela) mostrano nelle modificazioni delle amebe l’evoluzione come risposta ad uno stimolo non in modo immediato ma meditato sull’utile futuro; ma anche senza eccedere l’orizzonte storico di Antoni, è chiaro che la costruzione di una società equilibrata è frutto di uno spirito utilitario che non mira alla soddisfazione di un bisogno. Valori deontologici e fini civili mirano all’utile comune dell’interrelazione sociale. Perciò, quando Croce parla di etico-politica non polarizza la categoria; non considera il valore positivo dell’utile; che invece merita studio perché è lo spazio dell’individuo, della sua convinzione personale: l’altro punto chiave della riflessione di Carlo Antoni, su cui torneremo.

L’uomo si confronta con le forze storiche nella dinamica della storia vivente, o, come si dice oggi, della situazione delimitata da un campo di attenzione. Saper capire nella loro complessità le forze che agiscono nel campo è la consistenza di una visione del mondo: ma la chiarezza viene dal limite dello spazio di attenzione, che esclude i distrattori e lascia in campo l’essenziale. L’individuo in situazione è protagonista della sua visione del mondo, da cui progetta i suoi fini. Non è l’atomismo criticato da Hegel in chi disconosce l’eticità istituzionale; agire con proprio senso nella storia è cogliere nel presente possibilità metastoriche, che sono sì oltre l’esistente, ma non sono fuori della storia futura.

L’analisi storica di istituzioni, eventi e leggi consente la valutazione della migliore possibilità, che grazie all’analisi si trasforma da ideale a scelta politica, non troppo lontana, non troppo vicina, ben situata. In questo senso la storia è magistra vitae, perché rettifica la potenza del fare in una interpretazione storica che, dice Antoni, è il valore autonomo della politica, che non è etico perché non mira alla universale coscienza coerente. Purtroppo, da Platone in poi, s’è sempre dimostrata l’intraducibilità dei valori etici nei politici – la rivoluzione dei valori crociana se giustamente perseguita consente di scorgere un’altra via.

In questa direzione, “il diritto di natura, il momento in cui l’ideale morale opera sulla realtà politica, sociale, giuridica” si trasforma in storicismo e afferma i suoi principi non più nella metafora della natura madre primigenia, ma nell’àncora della storia che ha per fine il valore positivo dell’utile. Parlare di religione della libertà (Croce) o della storia (Troeltsch) è di nuovo deviare: Troeltsch ad esempio restituisce peso ai diritti di natura, ma nel senso “adottato dalla Patristica latina e quindi dalla Chiesa romana in quanto rappresentava la mediazione tra l’etica cristiana ed il mondo sociale e politico. Ritengo che questa osservazione del Troeltsch debba essere estesa così da diventare definizione di un universale momento categoriale”.

Il dover essere non è solo religione e morale, vive anche nelle scienze e nell’arte; in politica è l’asse che costruisce il paragone ellittico di Marx, oggetto della critica di Croce. Perché Croce critica Marx solo in parte, ne accetta il serio canone di interpretazione storiografica che restituisce importanza alla realtà economica della storia; è invece severo con la sua legge storica che vede l’avvento della società oltre le classi, perché si basa, dice, su di un paragone ellittico, il confronto con una realtà inesistente, che dà le leggi del mutamento. Tutt’altro che scientifica: non si può però negare che l’ideologia, come ogni utopia, dimostri valore superiore nell’azione. Come una parabola, fornisce un esempio che ognuno può argomentare da sé colorandolo di migliori riflessi: il mito è più potente fattore motivante che la storia conosca, è il successo della comunicazione politica. Il suo stringato ed efficace prospetto chiarisce l’orizzonte della possibilità; l’astrattezza gli risparmia le contestazioni. Ma l’ideologia marxiana non è un mito religioso o storico, non è solo una narrazione, perché ha capito il valore dell’utile: la sua bandiera è l’utile più alto, la società della vita eguale, del lavoro gioioso. Si paragoni al Paradiso Perduto o alla Città del Sole – luminosissimi esempi – s’intende la differenza – al senza-luogo etico universalistico s’è sostituito un mito interattivo in cui domina l’operosità dell’uomo solare. Un paragone ellittico, forse, ma non celeste e non trascendente.

Quando Croce ridusse il marxismo a canone di interpretazione storica aveva inteso superare la lettura positivistica di Engels che abbassava l’economia all’utile, ma anche il liberalismo del benessere di Stuart Mill: farne una categoria era lo spunto per approfondire la sua dialettica.

Invece fondare l’ottica della vita politica nel giudizio storico e salvarlo con lo sfondo etico politico riporta il tutto alla vita dello Spirito: proseguire il ragionamento e trarne le conseguenze sarà capire che l’utile dell’individuo non è il personale benessere, non è l’economia con i conti che tornano a fine serata. L’utile è la realtà dell’individuo e della sua unità vivente, del suo lavoro costruttivo, del suo impegno civile: è solo questa l’ottica che consente di meditare la polarità di questa forma dello spirito.

 

E dunque: non proporre mitiche conciliazioni, ripensare lo storicismo, ora che è tramontato il tempo di opporre Historia a Raison si può riconoscere che “l’istanza illuministica è eterna”. La polemica della ragione astratta va verso il futuro per affermare nuove consistenze. Sacralizzare la storia passata è non sapere che l’azione è “sempre illuminata e guidata da un principio” che supera l’esistente:

“destino e privilegio degli uomini è questa obbedienza ad un principio razionale, che l’uomo è costretto a cercare e scoprire in sé”: da un lato “conosce, interpreta e giudica la storia e la situazione presente; dall’altro è il principio stesso che determina e ispira la sua azione morale. La verità, cioè, non è inerte teoria, ma è forza operante … dentro le coscienze soggettive”. “La coscienza non può alienarsi, non può abdicare la sua sovranità, non può rinunciare al suo diritto imprescrittibile”[12]

Non ci si può ridurre a quel che esiste, la coscienza soggettiva agisce nel modello dell’estetica, “l’individualità dell’opera d’arte, si risolve in un riconoscimento della profonda unità dello spirito umano e dell’assolutezza dei suoi valori”. Il nuovo storicismo afferma il giusnaturalismo che disegna il valore dell’utile, il riconoscimento di liberi individui che si subordinano ai fini dell’umanità. È un’ardua opera di liberazione che afferma l’eguaglianza fondamentale dell’uomo in quanto individualità: una eguaglianza fraterna basata sul rispetto.

Attuale? Attualissimo è ripensare la storia, i problemi di ieri sono ancora i nostri. Ora il motto posto all’inizio risulta molto più chiaro. È addirittura la storia del futuro, quella di cui parla Carlo Antoni.

W EUROPA Gily Carlo Antoni e la restaurazione del diritto di natura (1)

[1] 1° ed. Wolf 2014, 12.

[2] C. Antoni, Commento a Croce, Neri Pozza, Venezia 1955.

[3] R. Franchini, Il pensiero filosofico di Carlo Antoni, in L’oggetto della filosofia, Giannini, Napoli 1973.

[4] C. Antoni, La restaurazione del diritto di natura, Neri Pozza, Venezia1959, p. 51.

[5] G. De Ruggiero, Filosofi del 900, Laterza, Bari 1934, p. 255.

[6] G. De Ruggiero, Il Ritorno alla ragione, Laterza, Bari 1946, p. 23. Sul tema cfr. G. Sasso, Considerazioni sulla filosofia di G. de Ruggiero, in “De Homine” 1967, 21, pp. 23-70; A. Vasa, Ricerche sul razionalismo della prassi, Firenze 1957, p. 59. G. Calogero, Difesa del liberalsocialismo, Milano 1972, p. 38.

[7] G. De Ruggiero, Storia del liberalismo europeo, Laterza, Bari 1925.

[8] G. de Ruggiero, Azione e valore, in “Archivio di storia della cultura italiana”, 1942/4, pp. 105-116. R. Franchini, Interpretazioni da Bruno a Jaspers, Napoli 1975, pp. 58-9.

[9] G. de Ruggiero, Problemi di vita morale, Catania 1914

[10] G. de Ruggiero, Il concetto del lavoro nella sua genesi storica, in Il lavoro produttivo nella carta della scuola, Principato, Messina 1949, pp. 3-44.

[11] C. Antoni, La restaurazione del diritto di natura, op.cit., pp. 47-9.

[12] Ivi, pp. 21-44.