Categoria: L’Europa nel mondo

L’Unione europea oltre i suoi confini: la tutela diplomatica nei Paesi terzi

di Roberta Capuano


Il riconoscimento della cittadinanza europea ha dato un rinnovato slancio al processo di costruzione dell’identità europea, nutrendo la coscienza dei singoli cittadini degli Stati membri e consolidando il senso di appartenenza ad una realtà ben più estesa della nazione.

Nel 1992 a Maastricht nasceva una nuova dimensione della cittadinanza europea che rafforzava il vincolo implicitamente esistente fra i cittadini degli Stati membri e dava rilievo formale alla figura giuridica in questione. Tale riconoscimento non rappresenta una novità assoluta, dato il precedente sancito alla nascita della CE con l’affermazione del principio di non discriminazione in base alla nazionalità, cioè l’equiparazione di trattamento fra i cittadini nazionali e gli stranieri che è un privilegio mutuato dal diritto internazionale; in Europa però assurge a principio fondamentale del sistema[1].

Con l’entrata in vigore del Trattato di Maastricht, insieme ad un primo blocco di diritti, viene riconosciuto il diritto alla protezione diplomatica e consolare quale corollario della cittadinanza europea. Collocata originariamente nell’articolo 8C del Trattato della Comunità europea, la norma è stata rettificata nella successiva modifica del Trattato di Amsterdam del 1997 che ha cambiato l’art. 8C nell’art. 20 TCE, ed è rimasta invariata fino all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona. Dopo Lisbona, è stato confermato ed ampliato il ruolo dei cittadini europei, i quali beneficiano di uguale attenzione da parte delle sue istituzioni, organi e organismi; questa disposizione ha valore di norma a carattere generale, vuoi relativamente al principio di non discriminazione in base alla nazionalità, vuoi riguardo al diritto di tutela diplomatica allorché si trovino fuori dall’Europa. La prima osservazione da fare, che può apparire scontata, è che ogni cittadino europeo, in ogni Stato membro, non può essere considerato straniero ma è cittadino di un altro territorio della medesima Unione.  Non è scontata se si pensa che, a tutt’oggi, buona parte dei cittadini europei non ha piena consapevolezza dei diritti connessi alla cittadinanza e riconosciuti dall’Unione e ignora che tra questi vi sia il diritto alla protezione diplomatica e consolare nei paesi terzi da parte delle autorità competenti degli Stati membri, diversi da quello di appartenenza:

Ogni cittadino dell’Unione gode, nel territorio di un paese terzo nel quale lo Stato membro di cui ha la cittadinanza non è rappresentato, della tutela da parte delle autorità diplomatiche e consolari di qualsiasi Stato membro, alle stesse condizioni dei cittadini di detto Stato[2].

L’istituzione della cittadinanza europea delinea la specificità dell’Unione e, strettamente legato ad essa, l’istituto della protezione diplomatica ne enfatizza il carattere più propriamente esclusivo sottolineando il ruolo internazionale, esterno quindi alla Unione europea.

La protezione diplomatica e consolare è figura derivante dal diritto internazionale ed ha una storia tutt’altro che recente.  La necessità per gli Stati di instaurare e mantenere relazioni amichevoli a livello internazionale risale a tempi remoti. Il canale abituale, attraverso il quale si realizzano effettivamente ed è possibile gestire tali rapporti fra soggetti di diritto internazionale, è quello delle relazioni diplomatiche.

Non si può negare che l’Unione spesso si allontana dalla tradizionale connotazione internazionalistica della organizzazione di Stati e agisce piuttosto come fosse uno Stato; e il carattere assolutamente esclusivo ed innovativo dell’intera Unione è sottolineato dall’istituto della protezione diplomatica relativamente alle prerogative legate allo status di cittadino UE.

Il diritto previsto a livello europeo, pur attingendo da esso, si differenzia dall’istituto previsto nel diritto internazionale classico. Nell’ambito di quest’ultimo, la protezione diplomatica e consolare viene fornita dallo Stato di appartenenza del cittadino ed è competenza discrezionale e appannaggio esclusivo di esso; ovvero al cittadino è garantita la protezione del proprio Stato d’origine nel caso di lesione dei propri interessi subita, a seguito di azione od omissione, da parte del Paese ospitante in violazione di una norma di diritto internazionale.

Il cittadino europeo ha invece il diritto di essere protetto da qualunque altro Stato membro dell’Unione qualora lo Stato di origine non fosse rappresentato in un territorio al di fuori dei confini europei. Ciò significa che ogni cittadino europeo, che si trovi in una situazione di disagio in un paese terzo e non possa essere tutelato dal proprio Stato di appartenenza, ha il diritto di rivolgersi al consolato o all’ambasciata di altri Stati membri dell’UE per ricevere adeguata tutela.

Si tratta quindi di un istituto eccezionale non sovrapponibile completamente ai modelli conosciuti: il diritto UE alla tutela diplomatica e consolare infatti presenta, accanto ad alcuni richiami al passato[3], delle evidenti differenze che vanno ad arricchire sia l’istituto stesso sia la specificità dell’Unione europea cui è adattato; si inserisce perfettamente sulla scia dell’attribuzione di nuove prerogative soggettive in materia di protezione e tutela dei diritti in virtù della riconosciuta centralità della persona negli ordinamenti giuridici.

Esaminando la ratio della norma si possono individuare alcuni punti fermi: innanzitutto è necessario avere la cittadinanza europea; bisogna trovarsi in uno stato non europeo in cui il proprio Stato d’origine non sia rappresentato da autorità diplomatiche e consolari; bisogna richiedere la tutela alle autorità diplomatiche e consolari di qualsiasi altro Stato membro rappresentato a condizione di reciprocità e senza discriminazioni. Il dato più rilevante è che domandare e ricevere la protezione UE non richiede necessariamente una lesione ai danni del cittadino da parte dello Stato terzo ma è sufficiente essere in una situazione di emergenza e di necessità, anche in situazioni di quotidiana e ordinaria difficoltà, per poter richiedere ed ottenere la tutela diplomatica da parte della autorità competente di qualsiasi altro Stato membro presente sul territorio[4].

Si può evidenziare il carattere sussidiario di tale protezione, poiché interviene soltanto in assenza di una sede diplomatica e consolare dello Stato d’origine del soggetto in un paese terzo; è inoltre una protezione mediata dal momento che la tutela viene offerta dalla rappresentanza diplomatica o consolare di uno Stato membro e non da organi propri dell’Unione europea[5].

L’istituto solleva molteplici questioni: se da un lato è chiaro che il cittadino europeo gode della tutela e ha diritto a reclamare la protezione, dall’altro la norma è meno esaustiva per quanto concerne il dovere dello Stato membro di accordarlo. Ciò è dovuto anche al fatto che tra la protezione diplomatica e l’assistenza consolare sussistono differenze strutturali che dovrebbero essere chiarite: le ambasciate si trovano di solito nelle capitali degli Stati, mentre gli uffici consolari oltre ad essere presenti nelle capitali, anche nelle stesse ambasciate, sono disseminati nel territorio nazionale in rapporto alle esigenze dello Stato accreditante, ma con il consenso dello Stato accreditatario. Si stima che circa il 9% dei cittadini dell’Unione europea che viaggiano al di fuori dell’UE si reca in paesi terzi in cui il proprio Stato membro non ha una rappresentanza consolare o diplomatica. Inoltre, dalle legislazioni e dalle prassi dei vari paesi, è emerso che ciascuno Stato membro ha leggi consolari che differiscono dagli altri e pertanto il livello di tutela, offerto ai cittadini UE che si trovano in difficoltà in paesi extraeuropei, può variare a seconda dello Stato a cui ci si rivolge. A tal proposito, la Commissione lavora a proposte di legge volte a garantire maggiore certezza giuridica sull’ambito di applicazione, sulle condizioni e le procedure di tutela; in particolare, ha proposto l’introduzione di una clausola di consenso nei futuri accordi bilaterali con paesi terzi in base alla quale le autorità consolari e diplomatiche di uno Stato membro rappresentato possano prevedere la protezione ai nazionali di Stati membri non rappresentati, alle stesse condizioni dei propri nazionali[6]. In questa direzione andava l’adozione da parte della Commissione, già nel 2006, di un Libro Verde sulla protezione diplomatica e consolare, che affronta una serie di tematiche quali la creazione di uffici comuni per diminuire i costi delle rappresentanze degli Stati membri, l’estensione della protezione consolare ai familiari dei cittadini europei di paesi terzi, la formazione di funzionari delle Istituzioni comunitarie e degli Stati membri.

Nel Programma di Stoccolma, tra le priorità dell’Unione per prepararsi alle sfide future a livello europeo e globale, emerge l’attenzione posta sulla protezione nei paesi terzi sia per quanto riguarda l’effettivo godimento del diritto alla tutela, sia per un generale rafforzamento della dimensione esterna delle politiche europee in materia di libertà, sicurezza e giustizia soprattutto nelle relazioni con paesi terzi, attraverso una serie di accordi e partenariati.

Il diritto UE alla protezione diplomatica e consolare esalta la dimensione esterna della stessa cittadinanza europea, dimensione che si fonda sul principio di solidarietà e di identità europee oltre i confini dell’Europa stessa. Da un punto di vista giuridico, è certo che l’esperienza derivante dalla prassi dell’Unione determinerà un’evoluzione necessaria delle fattispecie normative attuali e il progressivo miglioramento della protezione diplomatica che è l’istituto perno del diritto internazionale. 



[1] L.S. ROSSI, I cittadini, in: L’incidenza del diritto comunitario sul diritto privato, Torino, UTET, 2006 p. 103

[2] art. 20 TCE, ora art. 23 TFUE che continua nel modo seguente: «Gli Stati membri adottano le disposizioni necessarie e avviano i negoziati internazionali richiesti per garantire detta tutela.
Il Consiglio, deliberando secondo una procedura legislativa speciale e previa consultazione del Parlamento europeo, può adottare direttive che stabiliscono le misure di coordinamento e cooperazione necessarie per facilitare tale tutela».

[3]La norma dell’Unione richiama la protezione diplomatica “delegata” già prevista nelle Convenzioni di Vienna sulle relazioni diplomatiche (1961) e consolari (1963). Essa prevede, acquisito il consenso dello Stato accreditatario, la possibilità di delegare ad un altro Stato la gestione e la protezione di taluni interessi nazionali. Vero è che nelle Convenzioni la delega ha un carattere eccezionale sollecitato da eventi particolari, quali ad esempio, la rottura o la sospensione delle relazioni diplomatiche, laddove nel Trattato sull’Unione europea la previsione si mostra come la regola e non l’eccezione (Massimo Fragola).

[4] M. Fragola, Cittadinanza europea e protezione diplomatica dei cittadini UE all’estero, Relazione presentata al Convegno “Diritti fondamentali, cittadinanza europea e tutele giuridiche sovranazionali”, Roma, 23 novembre 2009.

[5] G. Gianna in Varia del 14 aprile 2011 su LeggiOggi.it-Quotidiano giuridico politico economico 

[6] Ibidem

Libertà di pensiero, non discriminazione e tutela delle diversità

di  F. D’Isanto e D. D’Anna[1]

1.Introduzione

Il rispetto delle diversità e delle identità degli individui, la libertà di pensiero e la non discriminazione sono obiettivi prioritari per assicurare una coesistenza pacifica all’interno del territorio europeo e nel mondo intero.

Oggi le duplici tendenze della globalizzazione e della crescente diffusione delle tecnologie di informazione e di comunicazione hanno allargato la possibilità di interagire e comunicare pensieri e idee in tempo reale tra persone di ambienti diversi. Allo stesso tempo, tuttavia, si assiste ad un appiattimento od omogeneizzazione, derivato principalmente dal processo economico, che erode l’unicità delle culture individuali. I crescenti flussi transazionali delle popolazioni portano spesso ad attriti culturali che rischiano di venire inaspriti “dall’intenzionale istigazione” all’odio e alla diffidenza. Le differenze e le caratteristiche distintive che potrebbero arricchire le nostre vite diventano  invece bersaglio di attacchi o barriere di separazione tra le presone, che troppo spesso sfociano in conflitti violenti o generano altri tipi  di minaccia all’esistenza e alla dignità delle persone (Ikeda, Boulding, 2010).

Ecco perché uno degli obiettivi fondamentali che l’Unione Europea si prefigge di perseguire è  la difesa e la tutela delle diversità. La diversità non è semplicemente qualcosa che deve essere rispettato ma un’occasione che può arricchire di significato l’esistenza di tutti i cittadini. Valorizzare le diversità significa creare opportunità di crescita e di sviluppo per ogni paese.

 

2. La pluralità delle nostre identità

        

L’economista indiano Amartya Sen (2007), sostiene l’idea che la pluralità delle nostre identità può svolgere un ruolo chiave nell’aiutare le persone a resistere  alla forte spinta trascinatrice della psicologia di massa e alle istigazioni alla violenza che provocano conflitti. Egli ci avverte che: “l’insistenza, anche solo implicita sulla natura univoca, senza possibilità di scelta, dell’identità umana, non è soltanto riduttiva per noi tutti, ma ha anche effetti incendiari sul mondo (…). La principale speranza di armonia nel nostro tormentato mondo risiede semmai nella pluralità delle nostre identità, che si intrecciano l’una con l’altra e sono refrattarie a divisioni drastiche lungo linee di confine invalicabili a cui non si può opporre resistenza”.

I membri di qualunque gruppo etnico non rappresentano un corpo unico nella loro identità: gli ambienti in cui sono cresciuti, le loro occupazioni e i loro interessi come singoli individui sono diversi, come lo sono le loro convinzioni e i modo di vivere. E’ grazie a questa diversità di identità  che, pur sussistendo differenze concrete di etnia, religione, idee politiche, è sempre possibile trovare nello scambio umano da persona a persona punti di confluenza e risonanze reciproche. Come fa notare Sen, ciò può permetterci di superare “linee di confine invalicabili” e stabilire molteplici legami stratificati di non discriminazione, empatia e amicizia.

In linea con l’interesse di Amartya Sen per la pluralità umana, la filosofa politica tedesco-americana Hannan Arendt (1970) scrisse: “Per quanto siamo colpiti dalle cose del mondo, per quanto profondamente possano scuoterci e stimolarci, esse diventano umane per noi solo quando possiamo discuterne con i nostri compagni”. La Arendt prosegue chiarendo che la parola “compagni” vuole indicare una relazione di amicizia e non di fratellanza, in particolare l’amicizia tra persone con diverse visioni della verità. E’ proprio grazie a simili differenze che il mondo si umanizza attraverso il dialogo, e la ricca varietà della vita umana risplende della sua magnificenza.

Anche il presidente della SGI (Soka Gakkai Internazionale) Daisaku Ikeda (2003) ribadisce il valore di questo tipo di amicizia, basato sul rispetto della libertà del pensiero altrui, che previene l’ulteriore spaccatura delle società in cui la differenza troppo spesso funge da marcatore per l’esclusione. Sostenere questo tipo di amicizia è cosa fondamentale per impedire che il senso di connessione empatica con gli altri esseri umani venga spazzato via da una cultura di discriminazione, da un vortice di odio e di violenza. Per contribuire a radicare una cultura di pace e di rispetto per la diversità è necessario contrastare con pazienza ogni episodio di odio e di scontro che possa verificarsi. In quanto esseri umani gli uomini sono dotati degli strumenti che servono a questo scopo: 1) l’autoriflessione grazie alla quale immaginare la  condizione (e il dolore) degli altri come se fosse la nostra; 2) il ponte del dialogo per arrivare ad ogni persona, in ogni luogo; 3) la vanga e la zappa dell’amicizia con cui coltivare terre più aride e desolate. Egli afferma: “un’amicizia capace di sviluppare una vibrante cultura di non discriminazione ci farà provare una gioia condivisa in quanto persone che vivono insieme su questo pianeta e ci farà promettere di tutelare, a tutti i costi e nonostante qualsiasi differenza, la dignità innata in ciascuno di noi”.

Le Nazioni Unite, per trasformare la radicata propensione del genere umano alla guerra, hanno lavorato alla costruzione di una cultura di pace basandosi sulla Dichiarazione di Siviglia, un esempio di ciò è stato il Decennio Internazionale  per una cultura di pace e nonviolenza per i bambini del mondo (2000-2010), e continuano ad impegnarsi a tale scopo.

 

3. Dal concetto di libertà nel pensiero kantiano al Trattato di Lisbona

 

La Comunità Europea (CE) trae la propria origine dal pensiero cosmopolitico che possiamo ritrovare nella “Pace perpetua” di Immanuel Kant (1795). Egli è stato l’autore che più di ogni altro si è collocato all’origine di un’idea pacifica di Europa, che prendesse in considerazione anche il tema della propria unità. Alla base del pensiero kantiano ritroviamo i fondamenti dell’attuale Unione Europea (UE). Oltre alla centralizzazione del potere sotto un’unica legislazione comune, il filosofo ottocentesco sosteneva la necessità di introdurre Costituzioni Repubblicane ove fossero elencati i principi di libertà fondamentali dei cittadini, il principio della separazione del potere esecutivo da quello legislativo, l’uguaglianza fra i membri senza discriminazione alcuna ed il diritto di visita. Tali concetti sono facilmente riscontrabili nell’acquis comunitario seguito dall’Organizzazione Sovranazionale europea; la Carta Europea dei Diritti fondamentali dell’Uomo (CEDU), l’introduzione della Cittadinanza Europea con il Trattato di Maastricht e il Trattato di Schengen rappresentano solo alcuni esempi delle conquiste che l’epoca moderna ha ottenuto mediante un’unione intergovernativa fra Stati europei.

Il progetto kantiano ha introdotto nelle profonde radici dell’Europa il senso di una società aperta, legata a un processo di “umanizzazione della storia”.

Basti considerare che il filosofo illuminista sosteneva l’importanza di trasformare il diritto internazionale da mera separazione di molti stati indipendenti l’uno dall’altro a vera e propria federazione di liberi stati – e liberi popoli – in grado di porre fine alle guerre europee, le quali, nei secoli antecedenti la Comunità europea, avevano portato il Continente alla devastazione.

Non bisogna, infatti, dimenticare che l’obiettivo della CECA era controllare la produzione di carbone e acciaio in Europa (specialmente di Germania e Francia) per scongiurare un’altra, definitiva, guerra in Europa e preservare la pace (aspetto questo che oggi non viene ricordato ma è un merito dell’UE se non vi sono più state belligeranze nell’Europa moderna).

In oltre cinquanta anni d’integrazione, lo Stato europeo si è evoluto allargando le sue competenze alle materie di carattere economico, politico e sociale, con la nascita della Comunità Economica Europea (la CEE aveva come obiettivo la creazione del Mercato Comune o unico europeo, obbiettivo raggiunto in parte, ma pur sempre da perfezionare), con la creazione di uno Spazio di Libertà, Sicurezza e Giustizia (SLSG) ed una Politica Estera Comune (PESC).

Particolare attenzione è stata posta sugli aspetti di natura sociale.

Il Trattato di Maastricht ha posto le basi per la creazione dello SLSG, mediante il quale l’Unione Europea ha mirato ad assicurare la libera circolazione delle persone e ad offrire un livello elevato di protezione ai cittadini. E’ stato legiferato in materia di spazio e cooperazione in ambito Schengen per assicurare la libera circolazione dei cittadini europei nell’Unione e l’attraversamento delle frontiere interne, sui diritti dei cittadini di Stati terzi, l’immigrazione clandestina, i visti, l’asilo, la riammissione e le relazioni con paesi terzi. Allo Spazio di libertà, sicurezza e giustizia compete, inoltre, il delicato compito della lotta contro le discriminazioni. Esso, infatti, dedica una parte consistente delle sue attività alla lotta contro il razzismo, la xenofobia e l’antisemitismo, oltre a favorire la parità di opportunità tra gli uomini e le donne.

Di grande rilievo per la nostra trattazione, però, risulta essere la proclamazione, durante il Consiglio europeo di Nizza del 2000, della Carta fondamentale dei Diritti dell’Uomo.

L’Unione Europea ha, da sempre, proclamato il proprio impegno per il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, confermando apertamente il proprio impegno riguardo ai diritti sociali fondamentali. Il primo passo verso la proclamazione di una Carta dei diritti con valenza giuridica è stato attuato con il Trattato di Amsterdam.

In tale occasione si è insistito sul rispetto dei diritti fondamentali, in particolare quelli garantiti nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), adottata a Roma nel 1950 dai membri del Consiglio d’Europa. Nel preambolo del Trattato UE si fa riferimento ai diritti sociali fondamentali definiti nella Carta sociale europea (Consiglio d’Europa) del 1961 e nella Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori del 1989.

A norma del Trattato, l’UE ha acquisito il potere di prendere adeguati provvedimenti per combattere la discriminazione: possibili motivi d’intervento erano diventati le discriminazioni basate su sesso, razza o origine etnica, religione, credenze, minorazione, età o orientamento sessuale.

Con il Trattato di Amsterdam è stato conferito formalmente alla Corte di Giustizia europea il potere di vigilare sul rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali da parte delle Istituzioni europee. In seguito, l’adozione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, ha focalizzato l’attenzione sulla necessità di un’Unione democratica e solidale. La Carta è stata preparata da rappresentanti dei Parlamenti nazionali, del Parlamento europeo, della Commissione e dei capi di Stato e di governo, su input iniziale e politico del Consiglio europeo di Colonia del 1999, poi “lanciata”, infine, durante il Consiglio europeo di Nizza del dicembre 2000. L’esito, in tale occasione, è stato di lasciare ad una successiva fase di maturazione il compito di sciogliere il nodo della valenza giuridica della Carta, dunque di come costruire il rapporto con i trattati comunitari e di come renderla formalmente e solennemente vincolante. A tal fine, il rito normale di una conferenza e di un Trattato internazionale è imprescindibile, quale che sia lo sbocco stabilito, se un testo separato ovvero una parte di un futuro trattato.

La Carta dei diritti fondamentali sancisce un complesso di diritti fondamentali, insieme articolato sui valori della dignità, della libertà, dell’uguaglianza, della solidarietà, della cittadinanza europea e della giustizia. In definitiva, lo scopo dell’iniziativa enunciato a Colonia era di rendere “più visibili” i diritti fondamentali all’interno dell’esperienza comunitaria. Non si voleva innovare, dunque, ma rendere esplicita e solenne l’affermazione di una serie di valori destinati a ispirare il vivere insieme dei popoli europei, nei limiti e secondo il quadro di competenze già delineato con le dovute forme dei Trattati comunitari, dalla Convenzione di Roma sui diritti fondamentali, dalle Costituzioni degli Stati membri e, soprattutto, della giurisprudenza della Corte di Giustizia.

Se si considera il suo significato rispetto ai valori che ispirano il processo d’integrazione europea complessivamente considerato, la Carta ha fortemente contribuito a consolidare i principi comuni ai popoli europei e alle istituzioni comunitarie.         

Ciò, indipendentemente dal valore formale della Carta, ha rappresentato un passo avanti nel processo d’integrazione, nella misura in cui accompagna sul piano dei valori un cammino, lento ma sicuro, verso l’integrazione politica in senso lato. In qualche modo si è trattato di un elemento che ha contribuito, sotto un profilo politico, a stimolare il completamento di un disegno cominciato con l’integrazione economica e in particolare con la realizzazione di un mercato unico, nel quale i rapporti economici, sociali e culturali si sviluppano in uno spazio senza confini. Non va trascurato, peraltro, che il regime comunitario di libera circolazione delle persone aveva già ridotto in maniera significativa ogni rilevanza della qualificazione della persona stessa, ormai di per sé beneficiaria di quella libertà.

Infine, con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea ha completato il suo exursus venendo inclusa nel Trattato stesso. La scrittura di una Carta dei diritti incorporata, come allegato, nel testo del Trattato europeo ha esaltato il ruolo costituzionale della Corte di Giustizia, anzitutto perché ha potenziato la sua legittimazione; in secondo luogo perché ha svincolato la Carta da una lettura meramente economica dei diritti fondamentali e le ha permesso di entrare nelle problematiche dei diritti fondamentali dalla “strada maestra”, che è quella del bilanciamento dei valori, non quella della integrazione economica; infine, perché il Trattato di Lisbona non ha espunto le altri fonti di ispirazione della giurisprudenza comunitaria, in materia di diritti fondamentali.

 

4. Il diritto di voto come esercizio di libertà

 

La Carta dei diritti non assorbe completamente le altre fonti di tutela dei diritti fondamentali, differenziandosi, così, dalla temuta “Bill of Rights” in grado di trascinare con sé l’incremento di competenze delle Istituzioni europee. Infatti, nelle clausole finali, all’articolo 51, par. 2, è stato enunciato che “La presente Carta non estende l’ambito di applicazione dell’Unione al di là delle competenze dell’Unione, né introduce competenze nuove o compiti nuovi per l’Unione, né modifica le competenze e i compiti definiti nelle altre parti della Costituzione”. Scongiurato, dunque, con le clausole finali, il rischio dell’allargamento delle competenze, nella Carta sono potute comparire importanti novità contenutistiche alla tutela dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Nella Carta compaiono importanti diritti che non trovano traccia né nella giurisprudenza comunitaria pregressa, né nelle Costituzioni nazionali degli Stati membri, né nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Inoltre, i diritti già conosciuti assumono spesso nuove connotazioni nel testo della Carta.

Innanzitutto vi è il riconoscimento di “nuovi diritti” che non erano mai stati codificati, ma solo occasionalmente anticipati dalle avanguardie delle giurisprudenze costituzionali ed europee. Inedito, specie per il lettore italiano, è tutto il Titolo primo riguardante la Dignità umana e, in particolare, l’articolo 3 che affronta il problema della ricerca medica e biologica sulla persona; ma anche l’articolo 6 sul diritto alla libertà e sicurezza lascia intravedere problematiche mai affrontate in forma di diritti fondamentali. La libertà cui si allude non è solo quella legata all’habeas corpus e la sicurezza viene per la prima volta fraseggiata in termini di diritto fondamentale. Similmente gli artt. 24, 25 e 26 sui diritti del bambino, degli anziani e dei disabili non hanno corrispondenti nelle Costituzioni nazionali.

In generale, la Carta dei diritti arricchisce i cataloghi dei diritti fondamentali dell’uomo, facendosi carico di esigenze nuove indotte dall’evoluzione della società, dal progresso sociale e dagli sviluppi scientifici e tecnologici, come si afferma nel Preambolo.

C’è da sperare che il dinamismo della giurisprudenza della Corte di Giustizia europea e l’operato dell’Agenzia europea dei diritti fondamentali, pur se cristallizzati fedelmente nella Carta, continuino a cogliere al giusto le spinte incessanti di una società sempre più esigente su questi temi, adeguando di conseguenza e rapidamente il sistema.

Un’ultima analisi va fatta sull’introduzione, con il Trattato di Amsterdam, della cittadinanza dell’Unione. La cittadinanza europea attiva porta con sé alcuni valori imprescindibili. Innanzitutto l’eguaglianza fra cittadini pone tutti i membri dell’Unione sullo stesso piano giuridico-sociale; in più, la cittadinanza europea, conferisce a tutto il popolo dell’Unione Europea, il diritto di voto e l’eleggibilità alle elezioni municipali e del Parlamento europeo. Conseguenza diretta è, inoltre, la protezione diplomatica e consolare dei cittadini come sancito dall’articolo 23 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (ex art. 20 TCE) secondo cui “Ogni cittadino dell’Unione gode, nel territorio di un paese terzo nel quale lo Stato membro di cui ha la cittadinanza non è rappresentato, della tutela da parte delle autorità diplomatiche e consolari di qualsiasi Stato membro, alle stesse condizioni dei cittadini dello Stato”.

Il diritto di voto è l’espressione concreta della libertà di pensiero, ed è un principio indispensabile per le moderne democrazie. I cittadini, mediante l’esercizio del voto, assumono la funzione di controllo dell’operato dell’esecutivo. Con la riforma dei poteri delle Istituzioni europee, il Parlamento europeo ha assunto un valore centrale all’interno dell’Unione. L’articolo 14 del Trattato di Lisbona elenca le funzioni del Parlamento europeo: legislativa e di bilancio, esercitate congiuntamente con il Consiglio, di controllo politico e consultiva, nonché di elezione del Presidente della Commissione. La “fiducia” data dal Parlamento alla Commissione coinvolgerà anche il nuovo Alto Rappresentante per la politica estera dell’Unione, che ricopre anche le vesti di vicepresidente della Commissione. Grazie a questo connaturato legame fiduciario, oltre alla lettura dei trattati, il Parlamento, se ne sarà politicamente capace, potrà condizionare la scelta dell’uomo (e quindi la sua azione) cui spetterà animare la politica estera dell’Unione. 

Ulteriore “novità” che figura fra le mansioni del Parlamento è la possibilità di proporre modifiche ai trattati oltre che al compito di approvare gli accordi internazionali, anche non commerciali, siglati dall’Unione Europea.

Dunque, i cittadini europei, attraverso il proprio voto, potranno rendersi partecipi della vita politica dell’Organizzazione sovranazionale, limitando, se necessario, anche la politica estera dell’Unione (fino ad ora prerogativa esclusiva degli esecutivi). Soltanto un Parlamento Europeo, forte di un’ampia affluenza alle urne, sarà in grado di risolvere le problematiche intrinseche all’Unione Europea.

 

5. Considerazioni conclusive

 

Negli ultimi anni gli organismi internazionali e comunitari si stanno impegnando nel promuovere una visione del mondo basata sulla interconnessione. In un mondo sempre più interdipendente tutto ciò che sembra avere un impatto soltanto locale, ha inevitabilmente ripercussioni su scala globale, e l’evoluzione di ciascun individuo, come lo sviluppo di un intero paese, non può prescindere dall’educazione ai diritti umani e dal rispetto delle identità altrui.

Nel settembre del 2012,  la rete internazionale degli Associati per l’educazione ai diritti umani (Human Rights Education Associates, HREA) e l’ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights, OHCHR) hanno presentato “A Path to Dignity. The Power of Human Rights Education (Un sentiero verso la dignità: il potere dell’educazione ai diritti umani) per promuovere presso un pubblico più ampio gli ideali e i principi della Dichiarazione delle nazioni Unite sull’ educazione e formazione ai diritti umani adottata dall’Assemblea generale dell’ONU nel dicembre 2011.

L’equilibrio esistente nella relazione, tra libertà individuale ed interconnessione con gli altri esseri umani, è l’essenza delle riflessioni che ci siamo proposti di analizzare in questo lavoro.

Il nesso importante individuato nel pensiero seniano è quello tra libertà individuale e sviluppo sociale. In altri termini non può esistere sviluppo sociale se non esiste libertà individuale intendendo per essa quella che concretamente può realizzarsi alla luce di vari fattori: le opportunità economiche, le libertà politiche, i poteri sociali e le condizioni abilitanti. Ma, nello stesso tempo, sugli assetti istituzionali che rendono possibili queste condizioni agisce l’esercizio delle libertà individuali, mediato dalla libera partecipazione alle scelte sociali e alla formazione di decisioni (e tra queste rientra anche  l’esercizio del diritto di voto come esercizio della libertà di pensiero e di partecipazione).

Sen (1999) sostiene che la libertà è un elemento fondamentale nel processo di sviluppo per due ragioni fondamentali. La prima è una “ragione valutativa”: quando si giudica se c’è o non c’è progresso, ci si deve chiedere prima di tutto se vengono promosse le libertà di cui godono gli esseri umani; la seconda è la “ragione dell’efficacia”: la conquista dello sviluppo dipende, in tutto e per tutto, dalla libera azione degli esseri umani. Il concetto di libertà porta con sé varie considerazioni di valore, ma quando si parla di efficacia è necessario guardare alle specifiche connessioni empiriche fra libertà di diversi tipi. E’ grazie a tali interconnessioni che l’azione libera e sostenibile emerge come motore principale dello sviluppo. Egli sostiene che l’azione libera non è soltanto di per sé una parte “costitutiva” dello sviluppo, ma contribuisce anche a rafforzare altri generi di azione libera. Sono le connessioni empiriche a collegare i due aspetti dello sviluppo come libertà.

Il concetto seniano di libertà e la sua visione dello spazio d’incidenza, può essere considerata per certi aspetti come l’ evoluzione del concetto kantiano di libertà. Quando si parla di libertà di pensiero ci si riferisce alla sua fase genetica e alla possibilità che il pensiero abbia avuto di formarsi liberamente. Solo la  scelta di un individuo che nasce all’interno di uno spazio ampio di opportunità, può essere considerata una scelta secondo libertà.

 

L’altro scopo di questo lavoro è stata la riflessione sugli effetti negativi che le disuguaglianze e le discriminazioni possono generare in ogni paese.

I ricercatori britannici Richard Wilkinson a Kate Pickett (2009) hanno studiato gli effetti della discriminazione e della disuguaglianza  sulle popolazioni, notando che associata ad una perdita economica essa ha un effetto corrosivo sia sulle relazioni individuali che sulla società nell’insieme. Nella loro opera La misura dell’anima: perché le disuguaglianza rendono le società più infelici sottolineano che non solo le disuguaglianza economiche aggravano i problemi sanitari e sociali, ma che con una disuguaglianza maggiore le persone sono meno altruista l’une con l’altra, c’è una minore reciprocità nelle relazioni, le persone devono badare a se stesse e prendere quello che possono, così inevitabilmente, c’è una minore fiducia. Inoltre, poiché “la disuguaglianza sembra rendere le nazioni socialmente disfunzionali in una vasta gamma di risultati”, nelle società più inique se la passano male non solo i poveri ma le persone di quasi tutti i livelli di reddito. La disuguaglianza, la discriminazione determinano deprivazione economica per determinati gruppi di individui. Tale situazione si aggrava quando le persone percepiscono che la loro stessa esistenza è disprezzata, si sentono alienate e private di un ruolo significativo  e di un posto all’interno della società. In una persona che sta lottando  per migliorare la propria esistenza in mezzo a tali condizioni difficili, reazioni fredde e insensibili (provenienti dall’ambiente più vicino o dalla società nel suo insieme) intensificano la sensazione di isolamento e di insicurezza, e feriscono profondamente la dignità.

Ecco perché negli ultimi anni, oltre alle misure economiche per affrontare il problema della disuguaglianza, si è sottolineata sempre più l’importanza di un approccio di inclusione sociale concentrato sul ripristino del senso di connessione con gli altri e di scopo nella vita. Ecco perché l’importanza di questi temi per gli organismi internazionali e comunitari.

 

 

Bibliografia

 

Arendt, H.,  “Men in Dark Times”, Houghton Mifflin Harcourt, New York, 1970, pp. 24-25. 

Ikeda,  D., Boulding E.,  “Into Full Flower: Making Peace Cultures Happen”, Dialogue path Press, Cambridge, 2010, p.113. 

Ikeda,  D.., “L’educazione Soka”,  Esperia, Milano, 2003, pp. 79-80. 

Kant,  I., “Per la pace perpetua”, 1795, traduzione dall’originale tedesco, di Maria Chiara Pietavolo sulla base degli appunti di Giuliano Marini, Bollettino telematico di filosofia politica. 

Richard, W., Pickett, K., “ The Spirit Level: Why More Equal Societies Almost Always Do Better”, Allen  Lane London, 2009, p. 56. 

Sen, A., “Identity and Violence: The illusion of Destiny”, Penguin Books, London , 2007,  p.16. 

Sen, A., “Development as Freedom”, Oxford University Press, Oxford, 1999.



[1] I paragrafi 1, 2, 5 sono stati scritti da Federica D’Isanto; i paragrafi 3 e 4 sono stati scritti da Daniele D’Anna.