Categoria: Qualità della vita

Discriminazione e segregazione. Quali politiche di pari opportunità: la desegregazione.

di Federica D’Isanto

Introduzione

La disuguaglianza di genere è un problema ancora molto diffuso nelle aree urbane. La prosperità nelle città non implica automaticamente una più equa distribuzione delle risorse tra donne e uomini. Le donne contribuiscono in maniera significativa alla prosperità economica delle città, ma risultano essere ancora oggi i soggetti che ne beneficiano di meno.

Uno dei più grandi ostacoli alla piena partecipazione alla vita sociale, politica e lavorativa delle donne è proprio la mancata integrazione delle stesse nel sistema produttivo, economico e finanziario. Le pari opportunità tra uomini e donne non sono un problema di queste ultime, ma un’opportunità per migliorare la vita di entrambi i sessi; il costo della non–equality, produce scompensi gravi nella nostra economia e nel mercato del lavoro sia per l’accesso che la permanenza e la fuoriuscita dallo stesso.

La Commissione Europea ha riscontrato tra i paesi membri l’esistenza di un gender wage gap  del 16% in favore degli uomini. Il divario relativo alle retribuzioni è dovuto principalmente alla diversa partecipazione al mercato del lavoro, alla segregazione dei sessi, alla struttura delle carriere e delle retribuzioni, alla sottovalutazione del lavoro delle donne nei settori ad occupazione prevalentemente femminile. Persiste inoltre uno squilibrio nelle posizioni a livello decisionale e nella condivisione delle attività di cura all’interno della famiglia.

Al fine di accelerare il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, una maggiore parità di genere e l’empowerment di donne e  giovani sono obiettivi fondamentali. Il benessere economico delle donne e la parità di genere nel suo complesso, sono  strettamente  collegate a tutte le tematiche sullo sviluppo. La loro partecipazione economica, sia alla proprietà che al controllo delle attività produttive ha tra gli altri vantaggi, quello di accelerare lo sviluppo, contribuire a superare la povertà e a ridurre le discriminazioni.

Questa è un elemento di grande rilevanza nel dibattito sul significato economico di politiche sulle pari opportunità: esse non vanno realizzate in un’ottica semplicemente di giustizia sociale, ma anche in una prospettiva di efficienza del sistema economico e produttivo.

 

 

2.La discriminazione nel mercato del lavoro

Il concetto di discriminazione coinvolge  una serie di ambiti, da quello sociale e sociologico a quello giuridico ed economico.

Si parla in particolare di discriminazione economica quando il fenomeno discriminatorio è tale da influenzare la struttura dei prezzi (recte:i salari) e l’allocazione delle risorse (recte:i lavoratori) (Bettio, 1991).

La discriminazione esiste quando ad un gruppo di persone è corrisposta una retribuzione inferiore, a parità di produttività potenziale. La produttività potenziale è dedotta secondo diverse caratteristiche dei lavoratori come l’abilità, i gusti e gli atteggiamenti verso il lavoro. Il dilemma, che un datore di lavoro deve affrontare, è a quale punto della formazione del lavoratore è corretto valutare le caratteristiche (prima o dopo l’entrata sul mercato del lavoro). È per questo motivo che si può creare discriminazione ex ante (o pre-mercato del lavoro) ed ex post (o nel mercato del lavoro).

La discriminazione pre-mercato considera specificamente le caratteristiche acquisite prima di entrare nel mercato del lavoro, come la scolarità od altri fattori trasmessi dai background familiari e sociali.

Con il termine “background familiari” si intendono le caratteristiche della famiglia di origine. In effetti, le modalità in cui i background familiari possono influenzare le capacità individuali sono molteplici: con riferimento alla scolarità, la situazione economica della famiglia, il suo livello culturale sono tutti fattori che potranno determinare possibili forme di discriminazione. Un esempio tipico di discriminazione ex-ante in questo contesto è il genitore che insegna una potenziale professione solo al figlio maschio e non alla femmina, oppure che è selettivo rispetto al genere riguardo a chi finanziare per proseguire gli studi.

Per “background sociali” si intendono poi le risorse e le strutture del quartiere in cui l’individuo riceve la sua formazione.

Per quanto riguarda la discriminazione ex ante, occorre ricordare che è la scuola la prima fucina delle riproposizioni di quegli stereotipi di comportamento che conducono in seguito alla realizzazione, di fatto della separazione dei destini sociali nella popolazione adulta, e ad ostacolare la intergenerational mobility soprattutto a danno delle ragazze.  Ad ogni livello di istruzione ragazzi e ragazze sembrano almeno in parte guidati da messaggi ricevuti contemporaneamente a casa e a scuola e che non possono non lasciare tracce nelle loro scelte personali.

La discriminazione nel mercato del lavoro analizza invece cosa avviene a persone che hanno precedentemente acquisito un certo ammontare di caratteristiche produttive. Sono stati analizzati dagli studiosi due ulteriori concetti: la segregazione e la discriminazione salariale.

La prima si riferisce all’allocazione dei lavoratori e delle lavoratrici e si ritiene si verifichi allorquando si riscontra una sistematica sovra-rappresentazione femminile (o di un particolare gruppo etnico) in particolari settori o qualifiche. (Bettio, Verashchagina, 2009).

La seconda è invece direttamente collegata a sistematiche disparità nella remunerazione dei diversi gruppi di lavoratori e lavoratrici, ovvero alla presenza di significativi differenziali salariali in presenza di produttività potenzialmente simili. (Cain, 1986).

L’analisi della discriminazione ha inizialmente tratto ispirazione dalla questione razziale, mentre l’interesse per la segregazione è legato soprattutto  alle disparità di genere. Si tratta di due concetti diversi: mentre la discriminazione è un costrutto analitico, la segregazione è un termine descrittivo (Bettio, 2008).

La letteratura economica offre numerose argomentazioni teoriche per spiegare l’esistenza di tale discriminazione. Possiamo riassumere in 4 principali approcci teorici. I primi tre riguardano la letteratura anglo-americana e il quarto la letteratura italiana, di cui si parlerà a lungo nelle pagine seguenti.

Il primo approccio è quello di Becker (1957) che spiega la discriminazione salariale con l’esistenza di due tipi fondamentali di agenti. Gli imprenditori appartenenti alla maggioranza possiedono un gusto per la discriminazione, ed esprimono le preferenze discriminatorie attribuendo remunerazioni più basse al lavoro degli appartenenti al gruppo di minoranza. L’imprenditore che discrimina è disposto a pagare salari più alti pur di assumere lavoratori del gruppo di maggioranza, ed ha quindi costi superiori dell’imprenditore che non discrimina.

Il secondo approccio si basa sull’assenza di concorrenza nel mercato del lavoro, ed esplora la discriminazione in mercati monopsonistici. Secondo tale approccio, gli imprenditori in grado di esercitare potere di monopsonio traggono vantaggio dal fatto che lavoratori, con uguale produttività, possano avere offerte di lavoro con elasticità diverse. In particolare, se l’offerta di lavoro delle donne è meno elastica di quella degli uomini, l’imprenditore monopsonistico massimizza i profitti offrendo alle donne un salario più basso (Bettio, 1990).

Il terzo approccio teorico alla discriminazione assume che l’informazione nel mercato del lavoro sia imperfetta, e che esistano diversi gruppi di lavoratori. Non avendo la possibilità di stabilire con esattezza la produttività individuale dei candidati, al momento dell’assunzione, gli imprenditori attribuiscono a ciascun individuo la produttività media che essi si attendono dal gruppo cui l’individuo appartiene (Phelps, 1972).

Il quarto approccio è quello che attribuisce alla sovra-rappresentazione femminile in determinati settori economici o livelli d’inquadramento verticale, un ruolo determinante nella spiegazione dei differenziali salariali di genere (Bettio, 1990).

3.La segregazione: gli indicatori

La letteratura sulla segregazione ribalta spesso la prospettiva propria dell’analisi della discriminazione. Parte, cioè, dalla collocazione occupazionale per spiegare le disparità salariali. Più che il ribaltamento di prospettiva, tuttavia, sono le differenze fra i due concetti che hanno segnato i rispettivi dibattiti. La segregazione esiste, che vi siano o meno differenze di produttività e che sia o meno possibile attribuire ad un agente ben identificabile la volontà di segregare (Bettio, 1991).

La letteratura economica distingue due forme di segregazione occupazionale: la segregazione orizzontale, riferita alla concentrazione dell’occupazione femminile in un ristretto numero di settori e professioni, e la segregazione verticale, riferita alla concentrazione femminile ai livelli più bassi della scala gerarchica nell’ambito di una stessa occupazione.

La teoria del “crowding hypotesis” di Bergman (1974) sostiene che sarebbero i datori di  lavoro a concentrare le donne in particolari lavori. L’alta concentrazione femmminile in questi tipi di occupazione, farebbe aumenta l’offerta di lavoro delle donne e ciò determinerebbe una riduzione del salario”.

Secondo l’approccio di Polachek (1981): “Le scelte delle donne sarebbero più orientate verso occupazioni dove sono richiesti più bassi investimenti in capitale umano” a causa della loro intermittenza nel mercato del lavoro; tali occupazioni presenterebbero un minor livello di deprezzamento per la cosiddetta “atrofia” delle conoscenze.

Le ragioni del permanere della segregazione sia verticale che orizzontale sono molteplici e possono essere così sintetizzate (Rosti, 2006):

a) scarsa propensione delle organizzazioni a valorizzare la diversità e a tener conto nei modelli di valutazione delle carriere delle cosiddette competenze trasversali.

b) Asimmetria nei carichi e nelle responsabilità domestiche (a causa del permanere di modelli tradizionali di divisione dei ruoli nelle famiglie, dell’esistenza di diverse aspettative nei confronti di uomini e donne nelle organizzazioni e della scarsa presenza di politiche di conciliazione).

c) Diversi livelli di motivazione ad investire nella carriera (a causa della disparità dei carichi familiari, di una minore autostima, della stessa consapevolezza di avere minori opportunità).

d) Differenti opportunità di accesso a reti di relazioni informali esterne alla famiglia e ai principali network di potere.

e) Segregazione formativa (nonostante la crescente scolarizzazione, le donne restano ampiamente sottorappresentate nei percorsi formativi di tipo tecnico-scientifico).

f) Permanere di una connotazione di genere delle competenze professionali, che tende a relegare le donne in ruoli di servizio e di cura, escludendole da posizioni di maggiore prestigio.

g) Persistenza all’interno delle organizzazioni di stereotipi culturali che svalutano la componente femminile.

h) Prevalenza di modelli organizzativi che premiano la presenza fisica sul luogo di lavoro e la disponibilità di tempo a discapito dell’efficacia e del raggiungimento degli obiettivi.

i) Sovra-rappresentazione della componente femminile nelle forme contrattuali “atipiche”, che presentano un più elevato grado di precarietà e una più ridotta possibilità di sviluppo di carriera (accentuata anche dalle minori tutele sul piano della conciliazione familiare).

4.Politiche pari opportunità: la desegregazione

Se in generale si può affermare che l’esistenza di stereotipi sociali legati al sesso è abbastanza nota e riconosciuta, e che le politiche di pari opportunità sono in linea di principio approvate perché ritenute eticamente corrette, la rilevanza del danno sociale derivante dalla segregazione occupazionale è invece una questione ancora controversa, e sull’opportunità di impiegare risorse per attuare politiche di desegregazione vi sono sia posizioni favorevoli che posizioni contrarie.

Le posizioni contrarie sottolineano la matrice biologica della differenza di genere e sostengono che non c’è alcun male nel fatto che le donne scelgano mestieri da donna, se così facendo massimizzano la propria utilità. Questa posizione trova un valido sostegno nei risultati di numerose ricerche empiriche che hanno dimostrato che la segregazione può avere aspetti positivi anche per l’economia. Ad esempio, Freeman e Schettkat (2005) mostrano che proprio la segregazione ha sostenuto la crescita del tasso di occupazione femminile in Europa nel trascorso decennio, e Rubery et al. (1997) evidenziano che l’aumento del tasso di femminilizzazione dell’occupazione europea non è tanto dovuto alla maggior integrazione tra i sessi quanto piuttosto all’espansione del settore dei servizi (sanità, istruzione, servizi sociali, turismo, ecc.), nel quale si concentra gran parte dell’occupazione femminile.

Le posizioni che sostengono l’utilità delle politiche di desegregazione pongono invece più marcatamente l’accento sui danni che gli stereotipi di genere arrecano sia alle donne che all’economia (Anker 1997).

Gli stereotipi di genere sono dannosi per le donne perché hanno effetti negativi sulle loro aspettative e su quelle dei datori di lavoro, perché distorcono l’investimento in capitale umano e le scelte di carriera, e perché producono effetti di retroazione che perpetuano gli stereotipi nel tempo. Ma la segregazione occupazionale è soprattutto dannosa per l’economia, perché riduce l’efficienza del sistema e le sue prospettive di sviluppo.

Quest’ultima affermazione è avvalorata da almeno tre considerazioni.

In primo luogo è evidente che l’esclusione della maggior parte delle persone (le donne) dalla maggior parte delle occupazioni è uno spreco di talento e di risorse umane. Gli stereotipi che inducono le donne a concentrarsi in pochi settori sovraffollati (Bergman,1974) e che sottovalutano le attività svolte in prevalenza da donne, sottoutilizzano la forza lavoro femminile rispetto alle sue potenzialità.

In secondo luogo la segregazione è causa di rigidità del mercato del lavoro, perché ne limita la capacità di adattamento ai cambiamenti tecnologici.

Infine, la segregazione verticale impedisce agli individui di maggior talento di raggiungere le posizioni apicali delle strutture gerarchiche, con beneficio di tutta la società.

Il fatto che la segregazione ostacoli l’efficienza allocativa è per gli economisti un argomento conclusivo, perché attribuisce di fatto alle politiche di desegregazione la natura di miglioramento paretiano, cioè l’ambizione di essere portatrici di un interesse generale della società.

Se si considera il problema della segregazione nel contesto di un mercato del lavoro moderno, dove tutti gli agenti sono diversi tra loro e dove tutte le informazioni rilevanti sono private, il problema da risolvere affinché sia massimo il benessere collettivo sarà quello di mettere la persona giusta al posto giusto: il perseguimento dell’interesse generale richiede che i cervelli migliori siano abbinati alle posizioni apicali della gerarchia sociale.

Al vertice delle organizzazioni gerarchiche, infatti, le decisioni errate possono produrre danni enormi rovesciandosi a cascata sui livelli decisionali sottostanti, ed è quindi razionale affidare queste decisioni alle menti più capaci di cui si dispone, al fine di minimizzare il rischio di errori.

L’intelligenza di cui dispone la società è quella incorporata nella mente di uomini e donne, che per mezzo dell’istruzione e della formazione la trasformano in quell’insieme di abilità innata e di competenze acquisite che gli economisti chiamano capitale umano, e che è la più importante forma di capitale (sia come quantità che come qualità) delle economie moderne.

Ora, gli economisti assumono di consueto che uomini e donne siano dotati di intelligenza in ugual misura, e che l’investimento in capitale umano sia realizzato secondo criteri individualmente razionali e socialmente efficienti, cioè sia tale da incentivare gli individui più intelligenti ad investire in istruzione e formazione più di quelli meno intelligenti, rivelando per questa via le capacità individuali e facilitando gli abbinamenti alle posizioni lavorative.

Le giovani donne sembrano riporre grande fiducia nell’istruzione come meccanismo di segnalazione delle capacità individuali: il loro rendimento scolastico mostra infatti prestazioni nettamente superiori a quelle dei maschi, ma l’abbinamento alle posizioni lavorative non è conseguente. Sul mercato del lavoro emergono infatti per le neolaureate evidenti ostacoli al perfetto funzionamento del meccanismo che abbina gli individui alle posizioni apicali della gerarchia, poiché i dati mostrano una presenza femminile veramente esigua ai vertici di ogni istituzione sia pubblica sia privata.

La società sopporta un costo, come conseguenza del sottoutilizzo della componente femminile nelle posizioni apicali della gerarchia: il costo dovuto al mancato utilizzo di metà della potenziale intelligenza di cui la società dispone, che non produce i suoi benefici effetti decisionali.

Le politiche di desegregazione sono dunque necessarie fino a quando le regole che governano i tornei non saranno capaci di produrre una rappresentanza femminile nelle posizioni apicali della società che rifletta la pari distribuzione di intelligenza tra i generi; fino ad allora, ogni posizione apicale lasciata libera da una donna sarà occupata da un uomo meno capace di lei.

Oggi la sfida della costruzione della società basata sulla conoscenza richiede alla donna un ruolo che non è più soltanto di sostegno, che non è più meramente esecutivo; richiede invece una partecipazione profonda, ideativa e impegnata nella costruzione di comunità produttive capaci di apprendere, di innovare, di comunicare, di valutare e di essere valutate.

Ricade così sulla donna la sfida di trasfondere il suo apporto indispensabile, il suo “vantaggio competitivo”, non solo alla sfera della procreazione, nella quale la maternità gioca il ruolo fondamentale, ma anche a quella del lavoro, in particolare alla sfera della costruzione di imprese innovative, basate sull’accumulazione, la diffusione e lo sfruttamento della conoscenza per migliorare l’economia e la società. E ricade sulla politica e sulla società la sfida di sostenere le donne in questo impegno cruciale, sapendone valorizzare l’apporto.

Gli ambiti di intervento presi in considerazione per ridurre le disparità sono: il miglioramento e l’applicazione della legislazione in materia di parità di trattamento, l’eliminazione del divario delle retribuzioni, la Conciliazione della vita lavorativa con quella famigliare e personale, la messa in pratica della integrazione dell’uguaglianza di genere, la prevenzione e la lotta alla violenza e alla tratta delle donne.

In “Quality of women’s work and employment: Tools for Change” (European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions, 2008) viene chiaramente descritta la posizione  attuale delle donne nel mondo del lavoro in Europa. A fronte di forti cambiamenti della società e del mondo del lavoro, non si sono verificati cambiamenti adeguati relativi alla qualità del lavoro e le condizioni di lavoro delle donne.

E’ già da tempo che la UE ci dice che senza una maggiore e più qualificata partecipazione delle donne al mercato del lavoro, l’Europa non potrà raggiungere gli obiettivi di sviluppo economico e di coesione sociale che si è data: non si tratta solo di motivi etici e diritti umani, ma anche di maggior competitività e sviluppo sociale ed economico.

Le politiche per le pari opportunità costituiscono un insieme complesso e articolato di fattori che dovrebbero favorire quella che nella ricerca Equal Opportunities as a productive factor (Rubery, 2007) viene definita come una auspicata minor specializzazione dell’uomo e della donna sia in ambito famigliare che in ambito lavorativo, il che significa una maggior e più qualificata partecipazione delle donne al mercato del lavoro e una maggior partecipazione alle cure famigliari da parte degli uomini.

5.Considerazioni conclusive

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una crescita della partecipazione femminile al mercato del lavoro soprattutto nell’ambito del settore terziario ed in particolare nel settore sociale. Tuttavia questo aumento dell’occupazione femminile è risultato essere legato per la maggior parte ai cosiddetti “lavori poveri”, ovvero a lavori atipici, poco stabili, e spesso poco retribuiti. Ne deriva che, laddove la sovra-rappresentazione femminile riguarda settori che, per retribuzioni, forme contrattuali e stabilità del lavoro sono peggiori rispetto ad altri,  si trasforma in segregazione.

Appare necessario a riguardo ricordare il caso particolare di segregazione occupazionale costituito in generale dai cd. “lavori di cura”, tutti quei lavori cioè che hanno ad oggetto un servizio alla la persona. Il settore non profit sembrerebbe confermare questo dato.

Dai dati emerge che più del 74% della forza lavoro nell’ambito del settore  sociale in Italia è costituito da donne. Questo confermerebbe l’esistenza di un fenomeno di segregazione orizzontale, ma vi è  anche segregazione verticale, in quanto i ruoli apicali sono generalmente ricoperti dagli uomini

Si registra dunque una contraddizione di fondo fra la dinamicità delle esperienze e delle competenze femminili ed il permanere di ostacoli che impediscono alle donne in esse operanti di accedere in modo naturale alle posizioni più elevate nella gerarchia organizzativa.

Le difficoltà incontrate dalle donne nell’avanzamento di carriera non sono solo legate alla necessità di conciliare la vita familiare e l’esperienza professionale, ma sono anche dovute ad un persistente residuo di arretratezza culturale e di difesa delle posizioni storicamente acquisite (Rubery, 2007).

In realtà, la problematica della segregazione, sia verticale che orizzontale, risulta strettamente connessa a quella delle strategie di conciliazione delle donne tra lavoro e famiglia.

I rapporti tra famiglia e lavoro stanno subendo, da vari anni, un processo di progressivo deterioramento. Per dirla in breve, famiglia e lavoro sono diventate due mete e due ambiti di vita sempre più distanti e per certi versi inconciliabili.

Da un lato, le trasformazioni del lavoro stanno mettendo a dura prova la famiglia. Dall’altro, senza una soddisfacente vita familiare il lavoro rischia di diventare una forma di alienazione.

Da tempo si parla di “conciliare famiglia e lavoro”. L’Unione Europea ha varato programmi, direttive e raccomandazioni, e così pure in Italia i governi centrali e locali parlano da parecchi anni di misure di conciliazione.

Questi programmi fanno riferimento ad una legislazione specifica e a organismi particolari, come le Commissioni di pari opportunità, che dovrebbero servire soprattutto a favorire la donna nell’inserirsi nel lavoro, nel mantenere l’occupazione o ritornarvi se ne è uscita per motivi di vita familiare (Como, 2004).

In realtà, in particolar modo in Italia, i risultati effettivi di tali misure sono ancora molto scarsi. Nel nostro Paese, infatti, il mondo del lavoro stenta a vedere la famiglia, e la famiglia non riesce a conciliare le sue esigenze con il lavoro che cambia.

Nonostante l’acquisizione formale, nella legislazione nazionale, del principio di parità di trattamento tra donne e uomini, permangono forti sperequazioni nella valutazione dei lavori, negli inquadramenti professionali, nello sviluppo di carriera delle donne, così come permangono forme di segregazione di genere, sia verticale che orizzontale.      

Il dibattito sul tema resta molto complesso ed articolato in quanto molto spesso sono le donne stesse ad operare delle scelte che le portano a sacrificare in parte le ambizioni professionali e lavorative, optando ad esempio per il part-time (scelta di un particolare regime orario o ricorso alla flessibilità oraria), ma anche in questo caso diventa difficile stabilire quale sia una scelta volontaria o involontaria quando le donne non hanno altre alternative (Sen, 1999).

 

 

Bibliografia

 

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Sicurezza alimentare e Qualità della vita. L’impegno dell’UE per i cittadini.

di Ettore Guerrera

La strategia dell’UE “Insieme per la salute” sostiene il programma globale Europa 2020. Il programma Europa 2020 intende trasformare l’Unione europea in un’economia intelligente, sostenibile e inclusiva capace di promuovere la crescita per tutti. Per realizzare questo obiettivo, la buona salute della popolazione è un requisito fondamentale.

La salute, oltre a essere di per sé un valore, è anche un requisito per la prosperità economica.

La strategia globale dell’UE Insieme per la salute, è stata  adottata nel 2007 per rispondere alle sfide che gli stati membri devono affrontare rafforzando la collaborazione e il coordinamento in tutta l’UE ed integrare le politiche sanitarie nazionali, in sintonia con l’articolo 168 del trattato sul funzionamento dell’UE.

Un’analisi, effettuata dalla Commissione europea nel 2011, ha concluso che la strategia funge da quadro di riferimento per le azioni intraprese a livello nazionale e dell’UE, confermando che i principi e gli obiettivi individuati nel 2007 rimarranno validi per il prossimo decennio nel contesto di Europa 2020. Il documento di lavoro dei servizi della Commissione “Investire nella salute”, è stato  pubblicato a febbraio 2013 nel contesto del pacchetto di investimenti sociali per la crescita e la coesione.

Oggi in Europa 6 dei 7 rischi principali di morte prematura (pressione del sangue, colesterolo, indice di massa corporea, consumo insufficiente di frutta e verdura, poca attività fisica e abuso di alcol) derivano da come mangiamo, beviamo e ci muoviamo. Il crescente numero di persone obese o sovrappeso in Europa è particolarmente allarmante. La Commissione europea auspica un approccio integrato, che coinvolga le parti interessate a livello locale, regionale, nazionale ed europeo. Il Libro bianco della Commissione intitolato “Una strategia europea sugli aspetti sanitari connessi all’alimentazione, al sovrappeso e all’obesità”, vuole contribuire a ridurre i rischi associati alle cattive abitudini alimentari e alla mancanza di attività fisica.

La strategia alimentare dell’UE si basa su tre elementi fondamentali:

  • una legislazione esaustiva che va dalla sicurezza dei mangimi per animali e degli alimenti fino all’igiene alimentare
  • valida consulenza scientifica sulla quale basare le proprie decisioni
  • attuazione e controllo.

La strategia integrata della Commissione europea in materia di sicurezza alimentare, ha lo scopo di assicurare un alto livello di sicurezza alimentare, salute e benessere degli animali e salute delle piante ed ha come obiettivo principale quello di garantire un alto livello di protezione della salute umana e degli interessi dei consumatori riguardo agli alimenti, tenendo conto della diversità, inclusi i prodotti tradizionali, garantendo al tempo stesso l’efficace funzionamento del mercato interno nell’ambito dell’Unione europea attraverso una strategia integrata “dalla fattoria alla tavola“, che copra tutti i settori della catena alimentare, inclusa la produzione di mangimi, la produzione primaria, la produzione alimentare, l’immagazzinamento, il trasporto e la vendita al dettaglio e un monitoraggio adeguato.

Per raggiungere tale obiettivo, l’Unione provvede a elaborare e a fare rispettare norme di controllo in materia di igiene degli alimenti e dei prodotti alimentari, salute e benessere degli animali, salute delle piante e prevenzione dei rischi di contaminazione da sostanze esterne. Inoltre prescrive norme volte a garantire l’adeguata etichettatura di tali prodotti.

Il principio guida della Commissione è  stabilito in primo luogo nel Libro bianco sulla sicurezza alimentare, che ha riformato tale  politica all’inizio degli anni 2000 all’insegna del cosiddetto approccio “dai campi alla tavola”. Un livello elevato di sicurezza degli alimenti e dei prodotti alimentari commercializzati nell’Unione viene così garantito in tutte le fasi della catena di produzione e distribuzione. Questa procedura si applica sia ai prodotti alimentari prodotti nell’Unione che a quelli importati da paesi terzi.

L’ applicazione di questa strategia coinvolge lo sviluppo di azioni legislative e di altro tipo:

  • Garantire efficaci sistemi di controllo e valutare la conformità con le norme UE in materia di sicurezza e di qualità alimentare, di salute e di benessere degli animali, di nutrizione degli animali e di salute delle piante all’interno dell’UE e nei paesi terzi rispetto alle loro esportazioni verso i paesi dell’UE.
  • Garantire rapporti internazionali con paesi terzi e organismi internazionali in materia di sicurezza alimentare, salute e benessere degli animali, nutrizione degli animali e salute delle piante.
  • Gestire rapporti con l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) e garantire una gestione dei rischi su base scientifica.

Le tematiche approfondite dall’Unione, in tema di sicurezza dei prodotti alimentari:

  • Controlli veterinari, polizia sanitaria e igiene dei prodotti alimentari (Pacchetto igiene, Importazioni e scambi intercomunitari, Produzione e immissione sul mercato).
  • Alimentazione degli animali (Controlli ufficiali, Additivi, Alimenti geneticamente modificati, Rifiuti animali e agenti patogeni).
  • Benessere degli animali (Allevamento, Trasporto, Macello).
  • Salute animale (ESB, Febbre aftosa, Peste porcina, Influenza aviaria).
  • Controlli fitosanitari(Prodotti fitofarmaceutici, Residui di pesticidi, Organismi nocivi).
  • Contaminazione e fattori ambientali (Prodotti chimici, Sostanze a effetto ormonale, contatti con le derrate alimentari, OGM, Contaminazione radioattiva).
  • Sicurezza dei prodotti alimentari: dimensione internazionale e allargamento (Cooperazione internazionale, Allargamento).
  • Temi specifici (Organismi geneticamente modificati, ESB, Febbre aftosa).
  • Etichettatura e imballaggio dei prodotti.

In particolare:

Rispetto della diversità

L’UE si adopera per garantire che gli alimenti tradizionali non siano eliminati dal mercato a causa delle sue norme sui prodotti alimentari, che l’innovazione non venga soffocata e che la qualità non risulti penalizzata. Quando nuovi paesi aderiscono all’UE (e quindi al mercato unico), possono rendersi necessarie misure transitorie affinché tali paesi dispongano del tempo necessario a conformarsi agli elevati standard europei in materia di sicurezza alimentare. Durante questo periodo, non possono tuttavia esportare alimenti che non soddisfano tali standard.

Per quanto riguarda gli OGM, la clonazione e le nanotecnologie, i cosiddetti nuovi prodotti alimentari, la Commissione segue la strada dell’innovazione responsabile, volta a conciliare i più alti livelli di sicurezza per i cittadini europei e il massimo impulso per la crescita economica.

La sicurezza e gli animali

Gli animali possono essere trasportati liberamente da una parte all’altra dell’UE, ma le norme riguardanti la loro salute e il loro benessere devono essere rispettate non soltanto nell’azienda agricola, ma anche durante il trasporto. Se si verificano focolai di malattie animali, l’UE interviene immediatamente e, se necessario, blocca il commercio di animali a rischio.

Il “passaporto per gli animali da compagnia” dell’UE consente ai cittadini di portare con sé in viaggio gli animali domestici. Per evitare la diffusione di certe malattie si applicano però alcune precauzioni, come per tutti gli altri animali.

La salute delle piante

Tutte le piante e il materiale vegetale possono essere trasportati all’interno dell’UE purché indenni da organismi nocivi. Gli esami realizzati sul materiale vegetale importato e il monitoraggio del territorio dell’UE aiutano ad individuare nuovi organismi nocivi in una fase precoce.

In tal modo è possibile adottare misure preventive ed evitare il ricorso ad interventi curativi, come l’uso dei pesticidi. Un passaporto fitosanitario apposto su un giovane albero attesta che è stato coltivato nel rispetto delle condizioni fitosanitarie previste.

Allarme rapido

L’UE ha istituito un sistema di allarme rapido per evitare di esporre i consumatori al rischio di intossicazione alimentare. Il sistema rileva anche se gli alimenti contengono sostanze vietate o quantità eccessive di sostanze ad alto rischio, come residui di medicinali veterinari nella carne o di coloranti cancerogeni. Se si rileva un pericolo, l’allarme è diffuso in tutta l’UE. Può rivelarsi sufficiente bloccare un singolo lotto ma, se necessario, si procede a bloccare tutte le partite di un particolare prodotto a livello dell’azienda, della fabbrica o del porto d’ingresso. I prodotti che si trovano già nei depositi o nei negozi possono essere ritirati.

Tracciabilità e gestione del rischio

Quando insorgono nuovi casi di malattie che colpiscono gli animali o di intossicazioni alimentari, le autorità dell’UE sono in grado di tracciare il percorso degli alimenti lungo tutta la catena di produzione e per ogni sorta di prodotto, che si tratti di animali, di prodotti di origine animale o di piante. Queste funzioni di tracciabilità e di gestione del rischio sono svolte da TRACES (Trade Control and Expert System), un sistema elettronico per il controllo alle frontiere e la certificazione dei prodotti commerciali.

 

Decisioni fondate su una base scientifica valida

La scienza è la base su cui si fonda l’Unione europea per prendere decisioni relative agli alimenti. L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA)[1] apporta il suo contributo quando la legislazione è in fase di stesura e comunica il suo parere ai responsabili decisionali quando si verificano emergenze alimentari. La Commissione adotta un principio precauzionale: interviene senza indugio se gli esperti affermano che esiste perlomeno un pericolo potenziale.

Attuazione e controllo

La Commissione europea fa rispettare la legislazione UE relativa ai prodotti alimentari e ai mangimi controllando che la normativa europea sia stata adeguatamente recepita nella legislazione nazionale e attuata da tutti i paesi membri, e compiendo ispezioni sul posto sul territorio europeo e nei paesi extra UE.

L’Ufficio alimentare e veterinario (UAV)della Commissione controlla i singoli impianti di produzione alimentare, ma si occupa principalmente di verificare che i governi dell’Unione europea e degli altri paesi dispongano di strumenti adatti per controllare che i rispettivi produttori di alimenti si adeguino alle severe norme di sicurezza alimentare dell’UE. Dal 2013 le attività dell’Ufficio sono state estese per includere i dispositivi medici.

Misure speciali

Sono previste per i settori in cui è giustificata una tutela dei consumatori più specifica:uso di pesticidi, integratori alimentari, coloranti, antibiotici e ormoni; aggiunta agli alimenti di vitamine, minerali e sostanze analoghe; prodotti che entrano in contatto con gli alimenti, come gli imballaggi di plastica; etichettatura relativa agli ingredienti ai quali potremmo essere allergici e utilizzo di espressioni quali “a basso contenuto di grassi” e “ricco di fibre”.

Nel sistema europeo di sicurezza alimentare, la valutazione e la gestione del rischio sono due processi distinti. L’EFSA, in qualità di organismo incaricato della valutazione del rischio, elabora pareri scientifici e consulenza specialistica per fornire un solido fondamento all’attività legislativa e alla definizione delle politiche in Europa e per consentire alla Commissione europea, al Parlamento europeo e agli Stati membri dell’UE di assumere decisioni tempestive ed efficaci nella gestione del rischio.

 

Le azioni

Il Parlamento europeo lavora per migliorare ogni giorno la qualità della vita dei cittadini europei.

Tre temi sono stati scelti per descrivere la vita all’europea: ambiente, salute e cibo.

Cosa significa “qualità della vita”? Alimenti sicuri? Accesso alle cure? Aria sana e acqua pulita? Oppure diritti del consumatore? Questi temi sono stati al  centro del dibattito “Qualità della vita: passato, presente e futuro” che ha avuto luogo il 23 gennaio a Roma.

Questo evento appartenente alla serie ReAct  ha riunito cittadini ed esperti per un confronto sulle sfide più importanti che l’UE sta affrontando in questo momento.

Gli eventi ReAct sono cinque e si concentrano su diversi temi di portata europea in vista delle elezioni europee del maggio 2014. Il primo evento si è concentrato sul lavoro ed ha avuto luogo a Parigi, il secondo sulla politica estera dell’UE a Varsavia, il terzo sui soldi a Francoforte.Il quarto Qualità della vita si è tenuto a Roma e sul menu del giorno c’erano salute, sostenibilità e qualità del cibo.

Sostenibilità: “Le risorse sono limitate, ma le esigenze sono sempre in crescita”

I più grandi cambiamenti a livello mondiale sono accaduti negli ultimi 50 anni, ma non possiamo vivere fingendo che le risorse della Terra siano infinite. Il 40% della superficie terrestre è utilizzata per l’agricoltura, ma nel 2050, otto persone su dieci vivranno in città. Chi lavorerà la terra?

Cibo: siamo quello che mangiamo

Salute e sostenibilità vanno di pari passo. Di 10 prodotti che compriamo, ne mangiamo solo 7. Dobbiamo imparare a comprare. Avremmo bisogno di ricominciare a pensare a quello che mangiamo iniziando con l’educazione alimentare nelle scuole. Le persone dovrebbero fare molta attenzione a quello che comprano, i consumatori hanno il diritto di sapere cosa mangiano: è per questo che l’etichettatura è una questione importantissima. Perché il cibo di qualità dipende dalla cosa più semplice: i suoi ingredienti.

Salute: “Nessun uomo è un’isola, dobbiamo prenderci cura gli uni degli altri”

Lo ha scritto il poeta inglese John Donne, prima che Nick Hornby e Hugh Grant lo portassero sul grande schermo. “Nessun uomo è un’isola, dobbiamo prenderci cura gli uni degli altri“. Il tabacco, i farmaci contraffatti, l’accesso al sistema sanitario. Abbiamo bisogno di direttive europee per proteggere maggiormente i cittadini europei, ma ancor di più: dobbiamo proteggere tutti gli esseri umani.

Ciò che mangiamo ha un forte impatto sulla nostra salute.

Il Parlamento europeo vuole garantire a tutti i cittadini la conoscenza degli ingredienti presenti negli  alimenti che finiscono nel piatto. Migliorare l’etichettatura  è un primo passo per decidere quello che si vuol mangiare. A tal proposito è stata realizzata una Infografica) che mostra quali sono i pericoli della cattiva alimentazione e l’importanza di conoscere esattamente ciò di cui ci cibiamo.

L’Infografica riporta alcune informazioni riguardanti :

– Allergie ed intolleranze alimentari; le allergie alimentari influiscono significativamente sulla qualità della vita e possono essere letali; il 5%degli europei è affetto da allergie alimentari, i produttori sono obbligati a indicare tutti gli ingredienti contenuti nei cibi preconfezionati venduti nell’UE, compresi gli allergeni. Nello specifico, essi sono elencati come: Cereali contenenti glutine (grano, segale, orzo, avena, farro, Kamut); Frutti di mare; Uova; Pesce e molluschi; Arachidi e semi di soia; Latte; Frutta a guscio; Sedano, senape, lupino, sesamo.

L’intolleranza al lattosio, può congenita o acquisita; questa patologia riguarda l’incapacità di digerire il lattosio, uno zucchero contenuto nel latte e, in misura minore, i prodotti lattiero – caseari. I paesi europei nei quali è più diffusa l’intolleranza al lattosio (2009) sono: Italia (56%); Francia (38%); Ungheria (40%); Grecia (46%); Estonia (43%).

– Etichettatura dei prodotti alimentari; le etichette devono indicare il tipo di alimenti contenuti all’interno dell’imballaggio e forniscono informazioni essenziali sugli ingredienti o sul produttore. La legge, però, non si ferma qui. I produttori, infatti, sono obbligati a indicare le calorie e i livelli di grassi, carboidrati, zuccheri, proteine e sale contenuti negli alimenti. Le etichette alimentari di miele, olio di oliva, frutta fresca, verdure e carne (bovina, suina, carne di agnello, di capra e pollame) devono recare anche l’indicazione del paese di provenienza. Questa informazione, ad esempio, può rivelarsi molto utile nella scelta di ridurre la propria impronta di carbonio acquistando prodotti locali.

– Obesità, oltre la metà della popolazione dell’UE è in sovrappeso o è affetta da obesità. Queste condizioni causano diversi problemi di natura psicologica e fisica, come l’aumento del rischio di insorgenza di patologie cardiovascolari, cancro e diabete .A livello UE il 17% degli uomini e delle donne è in sovrappeso, il 30% delle donne ed il 42 % degli uomini è affetto da obesità .L’obesità è responsabile del  2 – 8% delle spese sanitarie.

– Il diabete rappresenta una minaccia crescente per la salute umana e può provocare cardiopatie, insufficienza renale e cecità, oltre a comportare il rischio di amputazioni. Se si è affetti dal diabete fin dalla nascita, oppure si è a rischio di svilupparlo, è fondamentale sapere cosa mangiare. Nell’UE, il diabete provoca 325.000 decessi all’anno. Il  50 %delle persone colpite da diabete non è al momento consapevole di esserlo.

– Pesce e carne ricomposti; c’è pesce e pesce: esiste il trancio di pesce vero e proprio, quello appena tagliato, ma esistono anche tranci composti da diverse parti del pesce, messe insieme e colorate per farle sembrare pesce. Si tratta del pesce ricomposto e lo stesso processo viene adottato per la carne. Il pesce o la carne ricomposti non sono nocivi per la salute, ma per permettere al consumatore di scegliere cosa mangiare, è necessario che questa informazione sia riportata sull’etichetta.

In conclusione, gli alimenti di cui ci cibiamo influiscono sulla nostra salute. Molti problemi di salute sono collegati alle nostre abitudini alimentari.

L’UE è costantemente impegnata nel consolidamento delle normative comunitarie in materia di etichettatura degli alimenti, per poter fornire informazioni chiare e dettagliate e consentire di decidere cosa mettere in tavola.

 



[1] L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) è la chiave di volta dell’Unione europea per la valutazione dei rischi relativi alla sicurezza di alimenti e mangimi; è stata istituita ufficialmente nel gennaio 2002, a seguito di una serie di allarmi alimentari verificatisi alla fine degli anni Novanta, come fonte indipendente di consulenza scientifica e di comunicazione sui rischi associati alla catena alimentare. L’EFSA, in stretta collaborazione con le autorità nazionali e in aperta consultazione con le parti interessate, fornisce consulenza scientifica indipendente e comunica in maniera chiara su rischi esistenti ed emergenti. L’EFSA è un’agenzia europea indipendente, finanziata dal bilancio dell’UE e operante in modo autonomo dalla Commissione europea, dal Parlamento europeo e dagli Stati membri dell’UE.

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